una fogliata di libri
Non riconoscere il bene che ci è dato. Lettera da una mattina
I gatti sono già appostati sul letto, il risveglio è quello di un diesel di una volta. Che grazia questa pace dentro al sole di giugno
20 GIU 26

Foto di Jonathan Falcon su Unsplash
15 giugno. La lama del sole prossimo al solstizio alle sette entra secante dalla finestra. Che luce. I gatti sono già appostati sul letto, dove il raggio si posa. Le pupille a fessura, fanno le fusa, felici.
Li invidio. Gatto, avrei dovuto nascere.
Invece anche stamane il mio risveglio è quello di un diesel di una volta, quando faceva freddo, e il motore tossiva e non si avviava. Richiudo gli occhi: lembi di sogni vengono quasi a galla e risprofondano come in un mare oscuro.
In fila ora si ripresentano le grane quotidiane. No. Fa caldo, ho sonno. La testa sotto al cuscino. Nemmeno il caffè doppio, una premura del marito, mi basta. Non voglio, non voglio.
Per fortuna c’è il cane, il cucciolo che mi guarda imperioso e mi richiama all’ordine. Winston, andiamo. Lui, ormai abituato, mi trascina al bar cinese. Terzo caffè. E fra poco arriva il nipote, diciotto mesi, una mina vagante.
Ma chi si ferma è perduto. Allora i piatti, in cucina, poi la lavatrice. Il suo mite rombo mi conforta: è il fiato della casa, al mattino.
Vado a stendere sul balcone del cortile, dove il raggio ora esonda, vittorioso.
Stendere il bucato è una cosa fantastica. L’odore del sapone, le mollette colorate come caramelle, la mia faccia volta verso il sole.
Fra un’ora tutto sarà asciutto e io sprofonderò il naso fra le lenzuola: c’è il sole dentro, un profumo uguale a nessuno.
Mi guardo le mani segnate. Gli anni, la fatica mi riprendono. E tuttavia c’è una way out all’ozio del mattino. Ora et labora, il geniale motto dei benedettini. “Labora”, alzati, annaffia quelle piante assetate.
Vedo sul web Kyiv che brucia e guardo questa casa, le librerie, i gatti, le piastrelle del primo Novecento in corridoio. Le bombe del ’43 distrussero la casa di fronte. Questa, intatta, con il suo vecchio ascensore ansimante. Una casa che ha visto tutto. E, centenaria ma solida, ti protegge.
Che grazia questa pace dentro al sole di giugno, mentre il bambino arriva.
E che peccato, non riconoscere mai il bene che ti è dato.