L’aneddoto dei calchi

La recensione del libro di Maria Teresa Rovitto edito da TerraRossa, 178 pp., 16 euro

Immagine di L’aneddoto dei calchi
All’inizio non capiamo dove ci troviamo. Ci sono corpi immobili, uno strato nero che li ricopre. La vita sembra essersi ritirata lasciando dietro di sé solo impronte. Chi legge non sa ancora che l’episodio al centro della descrizione è ispirato a VB66, la performance realizzata da Vanessa Beecroft nel 2010 al Mercato Ittico di Napoli, ma capisce subito che lì, in quel quadro di corpi, si è consumato qualcosa di decisivo. Livia e Zoa hanno partecipato a quella performance come modelle. La prima è un’ex archeologa, la seconda è una ragazza greca che per un periodo ha vagheggiato di diventare artista. Sono state coinquiline, amiche, forse qualcosa di più, forse qualcosa di meno. Per il tempo sospeso della performance, però, Livia e Zoa sono state unite da un’esperienza che ha toccato entrambe nel profondo. Il tema dello sguardo è al centro de "L’aneddoto dei calchi", romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto nato all’interno della Bottega di Narrazione diretta da Giulio Mozzi.
Livia è abitata dall’esigenza di essere osservata, come se la sua identità dipendesse da una presenza esterna capace di riconoscerla. Viene in mente l’esse est percipi del filosofo George Berkeley: esistere significa essere percepiti. La realtà, sembra volerci raccontare il romanzo, non basta mai a se stessa, ma è necessario che qualcuno o qualcosa la costringa a significare. Non a caso, in esergo alla seconda parte, compare una frase del poeta francese Christophe Tarkos: “(la realtà) non sa fare niente, sono io che devo fare tutto per lei”. Dopo VB66 qualcosa si spezza. Zoa se ne va. “Affinché qualcosa nasca – qualsiasi cosa, a cui solo dopo molto tempo sarà possibile dare il nome che più si avvicina alla realtà che è stata – è necessario che ci sia un vuoto da molto tempo”, dirà a un certo punto Livia. Anche la sua storia con Bruno, ricercatore scientifico, appartiene a una stagione che si chiude. Quella con Raffaele, un mercante d’arte, porta invece il romanzo in una zona più fisica. La scrittura conserva per tutto il romanzo un carattere freddo e ipnotico. Rovitto si colloca a distanza dalla materia narrata, come se dovesse stilare un referto, come se l’archeologia, professione che la protagonista ha abbandonato, continuasse a funzionare nelle profondità di una storia che parla di vuoti che conservano la forma di ciò che non c’è più. Il libro è attraversato da riferimenti ad archeologia, arti visive, medicina, danza, filosofia, che in mani meno sicure sarebbero diventati zavorra intellettuale e che qui si innestano invece con naturalezza nel tessuto narrativo. Alla fine la performance di Beecroft non è che il pretesto per esplorare un nuovo sguardo su corpo e desiderio e un’idea di arte come ultimo spazio di autentica libertà, con tutti i rischi che l’autentica libertà comporta. Un romanzo di maturità espressiva non comune. Ce ne fossero di esordi così.
   
Maria Teresa Rovitto
L’aneddoto dei calchi
TerraRossa, 178 pp., 16 euro