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Parlare in lingue
La recensione del libro di J.M. Coetzee e Mariana Dimópulos edito da Einaudi, 98 pp., 18 euro
8 LUG 26

In un tempo in cui la lingua appare sempre più come strumento politico (il linguaggio di genere è imprescindibile? è pensabile la censura o l’intervento per testi che vanno contro certi nostri assodati principi? – tema affrontato da Piperno in Aria di famiglia, per dire), la pubblicazione dello scambio tra lo scrittore Premio Nobel J. M. Coetzee e la sua traduttrice in spagnolo risulta di particolare interesse, pur annodandosi attorno a temi apparentemente tecnici. Si intitola Parlare in lingue ed è una chiacchierata tra i due pensatori – cosa non nuova a Coetzee, che nel 2014 aveva dato alle stampe il suo epistolario durato tre anni con Paul Auster – che è forse avvenuta via mail, ma piace pensarla addirittura su WhatsApp, contando la brevità di alcune risposte.
Il Premio Nobel e Mariana Dimópulos (scrittrice argentina specializzata in filosofia tedesca) hanno lavorato insieme alla traduzione dell’ultimo romanzo di lui, The Pole (Il Polacco, Einaudi 2023), dando vita a un progetto interessante dal punto di vista linguistico e sociologico: fare come se il libro fosse stato scritto in spagnolo e quindi volerlo vedere pubblicato prima laddove si parla spagnolo, e richiederne la traduzione all’estero a partire da quel secondo originale, ha spinto i due a chiedersi quali siano i portati di una lingua.
Coetzee è un afrikaner i cui antenati provengono da parte di madre dalla Polonia, passando per gli Stati Uniti, e per parte di padre dall’Olanda: per lui l’inglese è una sorta di lingua straniera su cui si è cimentato come scrittore decidendo, con il tempo, di volerla usare sperimentandone una sorta di astrazione. Cercava “una lingua senza radici, una lingua divorziata da ogni patria socio-culturale”, eppure, secondo Dimópulos, chi scrive usa sempre la lingua come se fosse straniera anche quando è la sua madrelingua. Ma cos’è una madrelingua? Come l’impariamo? (“Ci innamoriamo delle parole”, dicono). Si impongono nello scambio le riflessioni sul genere e il suo utilizzo, che in spagnolo domina diversamente dall’inglese: cosa significa che la luna è femminile e il sole maschile (non in tedesco, però, per esempio)? Qual è il portato ontologico e quale quello grammaticale? “Gli esseri umani che si adeguano alle regole dominanti si abituano ad accettare che il femminile non sia la norma? Le donne che seguono queste regole si abituano a occupare un ruolo secondario?” O ancora: qual è il margine di libertà di un traduttore? Può inventare? Adattare? Perché una lingua arriva a dominare, editorialmente parlando, su un’altra? Sembrano questioni fin troppo tecniche, invece sono specchio del mondo e non si pensi che le risposte di un Premio Nobel possano essere così scontate, così mainstream.
J.M. Coetzee e Mariana Dimópulos
Parlare in lingue
Einaudi, 98 pp., 18 euro
Parlare in lingue
Einaudi, 98 pp., 18 euro