D'Alema guida i sarko-arabisti del Pd

Redazione

Ospite di Enrico Mentana, che dagli studi di “Matrix” lo invita senza successo a dire “qualcosa di sionista”, Massimo D'Alema conferma le sue posizioni sulla necessità del dialogo con Hamas, che “non è un gruppetto di terroristi, ma un movimento politico con 25 mila militanti”.

    Ospite di Enrico Mentana, che dagli studi di “Matrix” lo invita senza successo a dire “qualcosa di sionista”, Massimo D'Alema conferma le sue posizioni sulla necessità del dialogo con Hamas, che “non è un gruppetto di terroristi, ma un movimento politico con 25 mila militanti”, che è stato votato dai palestinesi e che “per responsabilità varie” è cresciuto ed è oggi una forza con cui fare i conti. Anche perché “non si distrugge un partito con la guerra, a meno che non si metta in conto di uccidere decine di migliaia di persone”.

    Soprattutto, però, dalle parole di D'Alema esce confermata la posizione del Partito democratico, allineato e coperto dietro la Francia di Nicolas Sarkozy. “La responsabilità di Hamas è stata preponderante – dice D'Alema – perché ha messo in atto un'iniziativa folle, criminale e suicida contro Israele di cui però bisogna capire fino in fondo le ragioni: se si vuole esercitare un ruolo efficace bisogna individuare le responsabilità e le ragioni degli uni e degli altri. Se ci si schiera a favore di una parte, invece, non si esercita nessun ruolo”. E questo sarebbe l'errore commesso dal governo italiano. Un errore evitato dalla Francia, che “non simpatizza per Hamas, ma ha detto una verità elementare, e cioè che la reazione di Israele è stata spropositata”. L'unica alternativa è dunque “negoziare una tregua con quelli che stanno lì perché sono stati votati dai palestinesi”. Nel Pd D'Alema è certamente il più esposto su queste posizioni, ma non è isolato. Oltre alla lunga tradizione filoaraba della sinistra, nel suo partito pesa anche la storica posizione della Dc (la famosa “equivicinanza” andreottiana, spesso richiamata dallo stesso D'Alema durante la sua permanenza alla Farnesina). E pesa, naturalmente, la posizione della chiesa. In politica estera, e specialmente sulla questione mediorientale, l'amalgama di ex democristiani ed ex comunisti appare insomma solidissimo. A distinguersi per una maggiore attenzione alle ragioni di Israele ci sono soltanto, e non da oggi, Piero Fassino, Francesco Rutelli e pochi altri.

    Se questa è la geografia interna del Pd, specchio di una sensibilità che alla base è anche più squilibrata in favore dei palestinesi, non possono stupire tono e sostanza della recente presa di posizione di Walter Veltroni, assunta peraltro dopo una lunga e cordiale telefonata con D'Alema. Pur senza spingersi fino a invocare il dialogo con Hamas, il segretario del Pd ha tenuto infatti una linea fortemente polemica con il governo e per il resto sostanzialmente coincidente con quella di Sarkozy, la cui proposta di una forza di interposizione internazionale è stata però respinta ieri dal ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni (com'era peraltro facilmente prevedibile). E non è sfuggita a nessuno la differenza tra la posizione di Veltroni (e di D'Alema) e le dichiarazioni assai più caute del suo ministro degli Esteri ombra, Piero Fassino.