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Foto Ansa
Prima omelia, prima imprudenza
E’ un raro momento di grazia postuma per Léon Bloy, il grande isolato dal fisico corpulento e dai grandi baffi. Nella sua prima omelia, Papa Francesco ha citato il celebre scrittore francese: “Chi non prega il Signore prega il diavolo”
E’ un raro momento di grazia postuma per Léon Bloy, il grande isolato dal fisico corpulento e dai grandi baffi, il retore spietato a cui Franz Kafka riconosceva di possedere “un fuoco che rammenta l’ardore dei profeti”. Nella sua prima omelia, Papa Francesco ha citato il celebre scrittore francese: “Chi non prega il Signore prega il diavolo”. Chissà cosa ne pensa la Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti che in un saggio di alcuni anni fa scomunicò Léon Bloy in quanto “impaziente, talvolta esaltato, sempre estremista”.
La rivista della Compagnia di Gesù, a cui appartiene Papa Jorge Mario Bergoglio, in un corposo articolo a firma di padre Ferdinando Castelli definì lo scrittore francese, celebre per le sue imprecazioni forsennate, “una personalità sconcertante”. Un anno prima aveva fatto clamore la pubblicazione presso Adelphi di “Dagli ebrei la salvezza”, il pamphlet violentemente antisemita di Bloy (in una celebre stroncatura, Guido Ceronetti scrisse che c’era della “carie spettrale” nelle pagine dello scrittore). Secondo Bloy, gli ebrei sono condannati a sopravvivere come testimoni (e colpevoli) del deicidio.
Ma più che dell’antigiudaismo di Bloy, la Civiltà Cattolica ha messo sotto accusa il cristianesimo di Bloy, “paludato di un romanticismo troppo scoperto e influenzato da spiriti impazienti e chimerici”, “la sua maniera di testimoniare non è stata a tutti gradita: troppo violenta”. Come portatore di un cristianesimo lirico, dolente e spiritualista, un cristianesimo “disseccato dalla disperazione” in cui tutto è “sofferenza e rivolta” e assoluta trascendenza del divino, Bloy è all’origine della consegna al privato della fede, della chiesa come idolo polemico, dell’imprecazione contro la ricchezza e l’orgoglio come mali assoluti, del riferimento all’umanità di Cristo come dimensione esclusiva dell’Incarnazione e del rigetto della storia del cristianesimo come cristianità.
Nel cristianesimo di Bloy, scrive la rivista della Compagnia di Gesù, non ci sono “dogmi”, ma solo “drammi”. Bloy è allora un “paramistico”, dà voce a un “misticismo selvaggio” e a un “dolorismo”, a una “impazienza escatologica”, è “esagerato”, “ridondante”, “visionario”, il suo cristianesimo “provoca violente nostalgie e forti inquietudini”, il suo è un mero “Cristo sanguinante e mendicante”. Secondo i gesuiti, Bloy nega la libertà umana se non è “crocifissa”. Il suo non è il Cristo giudice di Michelangelo, ma il Cristo uomo. Nella combustione cristiana di Bloy non resta che lo “spettacolo del male” e il “fallimento della creazione”. Una visione, che alcuni studiosi di Bloy hanno definito “dolciniana” (dall’eretico medievale teorico della povertà) e che spinta alle estreme conseguenze porta ad “abbandonare tutto” e a “vendere tutto” in nome di una “felice colpa”. Perché l’umanità si compie soltanto e veramente in una “mistica del dolore”.
Con il suo odio per la teologia e la dottrina cattolica, Bloy si pose dunque agli antipodi del cristianesimo razionalista che ha scandito il precedente papato di Joseph Ratzinger.
Non a caso “l’umanesimo integrale” di Jacques Maritain e la “fine della cristianità” di Emmanuel Mounier sono stati ispirati profondamente dall’opera di Bloy. Un paradosso negativo ben racchiuso nell’ultima riga che ci ha lasciato il grande scrittore francese: “Il n’y a qu’une tristesse, c’est de n’être pas des saints”. C’è una sola tristezza, quella di non essere santi. E il cristianesimo finisce così per ridursi a un mero inginocchiarsi.
Leggi Bloy il furioso e i "cristiani orribili" - Leggi Apocalypse Bloy di Marina Valensise
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