La resa di Trump: ha vinto il Papa

A tre settimane dalle considerazioni del presidente americano su Leone XIV – “preferisco suo fratello che è Maga” – Washington manda a Roma Marco Rubio per riallacciare i rapporti. Un chiaro segnale su chi abbia “vinto” lo scontro

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:47 PM
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Leone XIV

Sarà pure “pessimo” sulla politica estera e incline ad apprezzare il crimine, dovrà anche “ringraziare” Donald Trump se oggi è vestito di bianco e abita nel Palazzo apostolico, sta di fatto che a tre settimane dalle considerazioni del presidente americano sul Papa di Chicago – “preferisco suo fratello che è Maga” (cit.) – Washington manda a Roma Marco Rubio per riallacciare i rapporti. Un chiaro segnale su chi abbia “vinto” lo scontro.
Non ne sarà lieto Steve Bannon, l’ideologo del Make America Great Again, che subito profetizzò guai non appena vide apparire dalla Loggia delle Benedizioni Robert Francis Prevost: “E’ la cosa peggiore per i cattolici Maga”, disse. Sta di fatto che dopo le bordate trumpiane e le successive riflessioni del cattolico recentemente convertito J.D. Vance con tanto di consigli non richiesti – “Dovrebbe occuparsi di morale” ed “essere cauto quando parla di teologia” – il Papa è rimasto fermo, non scendendo sul ring dove l’attendeva Trump. Di fatto, ha tolto ossigeno all’incendio che Washington aveva scatenato, esaurendo subito la spinta propulsiva della consueta narrazione del presidente. Risultato: il gradimento del Pontefice sale tra i cattolici americani (decisivi nella vittoria elettorale del novembre 2024), quello di Trump cala. Marco Rubio, il cattolico prudente dell’Amministrazione, era rimasto per scelta ben alla larga dalla polemica con Roma. Neanche una parola mentre l’ala evangelica di stanza alla Casa Bianca prima paragonava The Donald a Gesù Cristo falsamente accusato, crocifisso e risorto, quindi faceva sapere che lo Spirito aveva chiaramente prescelto l’attuale presidente come proprio araldo per salvare il mondo dalla perdizione. 
Trump ha trattato il Papa alla stregua di Pedro Sánchez e Friedrich Merz, dall’altra parte si faceva sapere pubblicamente che Leone XIV non è interessato a entrare in una discussione con lui. Rubio, aspirando a essere il candidato repubblicano nel 2028, ha guardato i sondaggi, ha visto che i cattolici stanno comunque dalla parte del Papa e probabilmente ha colto uno smottamento nell’ala conservatrice intellettuale, non disposta a giustificare le lezioni su sant’Agostino impartite dal vicepresidente al già priore agostiniano.
Con questo bagaglio di considerazioni si presenterà giovedì dal Papa, che di certo preferirà parlare d’altro. Leone XIV è un tipo pragmatico: costruire ponti e non muri e quindi se di mezzo ci sono guerre, fame e povertà, è meglio cercare ciò che unisce lasciando da parte ciò che divide. E il piatto forte dell’udienza si annuncia la situazione a Cuba. E’ su questo dossier, infatti, che la Santa Sede – assai più che sul quadrante del vicino oriente – è attiva. Con mediazioni risultate efficaci, come dimostra l’annunciata liberazione a metà marzo di cinquantuno prigionieri. In tale circostanza, il governo dell’Avana spiegò che – pur trattandosi di un gesto “sovrano” – ciò era stato fatto “nello spirito di buona volontà e di stretti e fluidi rapporti tra lo stato cubano e il Vaticano”. Il 28 febbraio, il Papa aveva ricevuto Bruno Rodríguez Parrilla, inviato speciale del presidente della Repubblica di Cuba. Contemporaneamente, il cardinale Pietro Parolin dava udienza a Mike Hammers, ambasciatore statunitense all’Avana. Poche settimane prima, all’Angelus, il Pontefice aveva menzionato “l’aumento delle tensioni” tra “i due paesi vicini”, invitando a “un dialogosincero ed efficace, per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano”. Dopotutto, il disgelo del 2015 fu favorito anche dall’intervento – riconosciuto sia da Barack Obama sia da Raúl Castro – di Papa Francesco, in quello passato alla storia come il più grande successo diplomatico del suo pontificato. E’ naturale, dunque, che oggi sia la Santa Sede a cercare un terreno comune per far sì che la crisi sull’isola non precipiti alla “modalità haitiana”. Un fronte, quello cubano, sul quale è da sempre assai attento Rubio, se non altro per mere ragioni famigliari ed elettorali (la Florida è il suo bacino di consenso). Si discuterà anche di Hormuz e Gaza, di Russia e Ucraina, ma è il quadrante americano quello su cui realisticamente Roma ha la concreta possibilità di rivestire un ruolo attivo e non solo limitato ai pur nobili appelli.