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Trump ci ricasca, attacca il Papa e mette nei guai Rubio
La risposta di Trump è relativa a una domanda in realtà non banale postagli dal conduttore Hugh Hewitt: perché il Papa non ha detto nulla su Jimmy Lai, l’attivista per i diritti umani perseguitato dal regime cinese e condannato a vent’anni di carcere (lui che è settantottenne) da un tribunale di Hong Kong?
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5 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:03 PM

Donald Trump
A tutto si può pensare meno che Donald Trump vada a dire in diretta a Salem News che il Papa “preferisce parlare del fatto che per Teheran va bene avere un’arma nucleare” e che in ogni caso “mette in pericolo molti cattolici e molte persone”. Non poteva aspettarselo soprattutto Marco Rubio, cui spetta il compito di riattivare un dialogo proficuo con il Vaticano, lasciando da parte le lezioni di teologia che J. D. Vance avrebbe voluto impartire all’agostiniano Robert Prevost e gli epiteti trumpiani sul fatto che il vescovo di Roma sarebbe un amante del crimine e pure ingrato, visto che non riconosce i meriti di The Donald nella sua elezione al Soglio petrino. E’ chiaro che alla Casa Bianca imputano al Papa di non aver benedetto l’attacco contro l’Iran, da qui la deduzione che Leone sarebbe favorevole al nucleare bellico di Teheran.
Di più, a Trump non è andata giù che il Pontefice abbia pubblicamente definito “non accettabile” il suo proposito di sterminare un’intera civiltà in una notte. Un affronto personale, acuito dal fatto che oltre al “non ho paura”, il Papa non è salito sul ring su cui è abituato a giocare Trump. Per Vance, invece, quella frase è un’ingerenza indebita negli affari interni di uno stato straniero. Il classico e tradizionale ragionamento protestante: evidentemente si è perso qualche lezione di catechismo mentre s’affrettava a convertirsi al cattolicesimo. Il segretario di stato Pietro Parolin ha tagliato corto, non commentando l’ultima uscita di Trump: “Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace – come direbbe san Paolo – opportune et importune. Il Papa ha già risposto, io non aggiungerei nulla”.
La risposta di Trump è relativa a una domanda in realtà non banale postagli dal conduttore Hugh Hewitt: perché il Papa non ha detto nulla su Jimmy Lai, l’attivista per i diritti umani perseguitato dal regime cinese e condannato a vent’anni di carcere (lui che è settantottenne) da un tribunale di Hong Kong? All’indomani della sentenza, infatti, interpellato a Castel Gandolfo, il Pontefice disse “non posso commentare”. Esempio palese dello squilibrio netto che sussiste nei rapporti fra Pechino e il Vaticano nonostante l’Accordo segreto del 2018 relativo alla nomina dei vescovi. Solo pochi giorni fa, e il Foglio ne ha dato conto, Human Rights Watch aveva dimostrato come la situazione dei cattolici in Cina fosse peggiorata dopo la stipula dell’intesa. Non che il silenzio del Pontefice sia una sorpresa: è realismo politico. A volte, in determinati contesti, una parola in più – anche se di verità – può avere conseguenze tragiche, peggiorando la vita di chi in quei contesti vive e opera. Lo stesso, ad esempio, vale per il Nicaragua.
A ogni modo, di questi e altri dossier discuteranno insieme Leone e Rubio. Che in realtà non è che abbiano la medesima linea rispetto alle grandi crisi internazionali. Da Cuba (piatto forte dell’udienza e sta molto a cuore alla Santa Sede) all’Iran, le posizioni non convergono: il segretario di stato americano è interventista e, paradossalmente, colui che ha sempre perorato il ripiegamento interno, è J. D. Vance. Che però sconta l’aver suggerito al Papa di essere cauto quando parla di teologia. Leone XIV fin dal giorno dell’elezione ha raccomandato di costruire ponti e non muri, di cercare ciò che unisce lasciando da parte ciò che divide. L’impresa, qui, appare ardua. Almeno sulla carta.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.