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Leone XIV il riequilibratore
Un anno fa, il Conclave eleggeva il mite agostiniano Robert Prevost per mettere ordine dopo l’uragano giunto dalla fine del mondo. I cambi di rotta e le sfide aperte, l’attendismo e l’obiettivo di riunire una Chiesa troppo divisa
di
9 MAY 26

Leone XIV
Le congregazioni generali che anticipano il Conclave sono spesso snobbate. I giornalisti attendono fuori dall’Aula Nervi i cardinali più che altro per guardarli bene in faccia e capire chi siano, per strappare loro qualche battuta – di solito dicono “ci conosciamo, vediamo, discutiamo ma non abbiamo le idee chiare”, anche se stavolta un eminentissimo asiatico arrivò a dire “decideranno i soldi” – e condire gli articoli in tempo di Sede vacante infarciti di profili papabili e di curiosità amene sul mondo che s’accinge alla suprema elezione. Compresi i retroscena su quei due o tre non elettori che, dopo aver partecipato a una riunione, non si trovavano più. Avevano preferito godersi la frescura del maggio romano tra i Castelli e il mare. In realtà, come dimostrò peraltro il Conclave del 2013, un bel pezzo della talare bianca del futuro vescovo di Roma viene cucito in quei giorni di discussioni. Il Consiglio della corona (C9 poi ridotto) istituito da Francesco rientrava fra le richieste dei confratelli. Un anno fa, tolta l’ardente melassa e le necessarie banalità di rito, s’era percepito che una buona parte del Collegio domandava una tregua, un periodo di decantazione dopo il turbine scatenato dal Papa preso quasi alla fine del mondo, che governava tra un motu proprio dietro l’altro e un fiume inarrestabile di interviste. Non era tanto questione di mozzetta e stemma sulla fascia (che comunque qualche cardinale, e non dei più scontati, pose all’attenzione dell’assemblea), bensì di dare ordinarietà alle riforme avviate da Francesco. Dopotutto, il plenum elettorale era in gran parte prodotto di quel pontificato. Il principio cardine della Evangelii gaudium, l’esortazione che fece da summa al suo pontificato – un programma di governo, benché lui detestasse tale definizione – era esplicitato da un’immagine: la Barca messa in mezzo al mare e mossa dallo Spirito verso mete lontane, forse inesplorate, senza una rotta predeterminata. Senza cioè gli irrigidimenti dottrinali, gli schemi, i piani. Senza le costrizioni clericali e curiali. Vaste programme. Al nuovo Papa, ancora sconosciuto, non si domandava d’invertire il senso di marcia della Barca, ma di dotare la navigazione di una bussola. Va bene andare al largo, ma meglio evitare scogli e tempeste che potrebbero farla affondare. Ecco.
Robert Francis Prevost pareva ai più, al di là delle ricostruzioni su come andò il Conclave (come sempre, non esistono due versioni uguali benché le fonti consultate siano tutte sicurissime e di altissimo profilo), l’uomo giusto. Mite e taciturno, poche interviste. Nessun libro scritto, tant’è che per celebrare il primo anno di pontificato si pubblicano le omelie di quand’era priore agostiniano. Esperienza da capo di un ordine religioso, conoscitore della curia ma non troppo, missionario. Canonista. Matematico. Uomo d’ordine e logica, insomma. E pure decisionista, come sa bene chi lo conobbe nei panni di vescovo di Chiclayo, in Perù.
Per un anno, Leone XIV è stato vittima del confronto con il predecessore, cosa del resto inevitabile. Toccò pure a Benedetto XVI, sovrastato a lungo dall’eco “santo subito” che interruppe la sua omelia ai funerali di Giovanni Paolo II. E toccò anche a Francesco, quando si cercò in ogni modo di sottolineare una continuità con Joseph Ratzinger che, come poi avrebbe dimostrato la storia, poteva essere “solo” dogmatica. Non era un dramma, non si parlava di questioni fissate ex cathedra. Così, se due ore dopo il primo saluto alla folla di Leone ci fu chi assicurò la piena e totale continuità con Francesco – quasi a dire “pericolo scampato” –, con il passare del tempo la nostalgia per Jorge Mario Bergoglio si faceva più forte. Avvertibile tra i ristoranti di Borgo, nelle sacrestie delle chiese, nelle redazioni di giornali, tra le masse dei fedeli. Una delle “accuse” mosse al Pontefice americano era quelle di non parlare. Di non parlare davanti a quanto accadeva nella Striscia di Gaza, soprattutto. Di essere timido, di non condannare Israele e Netanyahu (perché poi era questo il punto che interessava l’ampio spettro degli intellò che non credono ma che avevano deificato Francesco alla stregua di un Moai umanitarista, ecologista, pacifista e senza dubbio filantropo), di avere addirittura rivolto vari appelli contro il riesplodere veemente dell’antisemitismo quando in quel fazzoletto di terra davanti al Mediterraneo la gente moriva sotto le bombe. In realtà il Papa parlò e agì. Parlò quando un missile dell’Idf colpì il complesso parrocchiale della Sacra famiglia a Gaza City (e parlò al termine di un Angelus estivo, sconfessando pubblicamente la versione ufficiale) e agì quando dal Vaticano fu pubblicato un comunicato che dava ben altra interpretazione circa i contenuti dell’udienza concessa al presidente Isaac Herzog. Non è bastato per togliere a Leone l’immagine del Papa silente attento alle diplomazie e all’uso delle parole, che non menziona il genocidio e che quando parla di Nato non lo fa per dire che abbaiava alle porte di Mosca. Il mito della continuità s’infrangeva dunque sulla politica internazionale, sul presunto mancato interventismo del vicario di Cristo nelle piaghe purulente dei mali terreni. Fino a tre settimane fa, quando Donald Trump e J.D. Vance lo attaccarono e lui reagì, seppure nel suo stile, dicendo di non avere paura, auspicando che le critiche alla sua persona fossero improntate a un principio di verità e assicurando comunque di non voler aprire un dibattito con l’Amministrazione repubblicana sul tema. A quel punto, ogni parola pronunciata tra Algeria e Camerun, Angola e Guinea equatoriale, veniva letta attraverso la lente dello “scontro” con Trump e quindi il Papa fin lì taciturno divenne in un battito di ciglia l’araldo della Provvidenza mandato a fermare l’inquilino della Casa Bianca e naturalmente il frontman delle forze progressiste mondiali. La polarizzazione ideologica non ha risparmiato neppure la Sposa di Cristo, insomma.
Se non si torna agli ultimi anni del pontificato di Francesco non si riesce a inquadrare il profilo di Leone XIV. Jorge Mario Bergoglio è stato un unicum nella storia recente della Chiesa e dunque, per definizione, irripetibile. Non poteva esserci un Francesco II perché un Francesco II semplicemente non esiste. I cardinali cercavano uno “stabilizzatore”, un uomo che facesse avanzare la Chiesa in una ordinata continuità. Certo, vi erano in Sistina anche gli irriducibili che volevano il Vaticano III e che, all’opposto, auspicavano una retromarcia spinta. Ma erano minoranze evidenti.
I pilastri del pontificato bergogliano sono tutti ben presenti nell’agenda di Prevost. Il Papa li richiama di continuo, poveri e migranti, cura del creato, missione e uscita. Ma lo fa a modo suo, in qualche caso anche correggendo interpretazioni ambigue di documenti del predecessore assai strumentalizzati. Si prenda uno dei testi più discussi, Amoris laetitia, promulgato dieci anni fa. Leone XIV non l’ha condannata all’oblio, anzi: ha convocato per l’autunno a Roma i capi delle conferenze episcopali del mondo per riflettere su quell’esortazione apostolica. Ma nell’invitare i vescovi all’assemblea, ha sottolineato solo i punti sui quali all’epoca vi fu un generale consenso. Della famosa nota a piè di pagina che sdoganava in certi casi il riaccostamento all’eucaristia dei divorziati risposati, neanche una minima traccia. Lo stesso può dirsi sulla sinodalità, parola che ha pronunciato anche nel lungo discorso post elezione. Sinodalità che per lui è “stile”, “un atteggiamento che ci aiuta a essere Chiesa”. Come si declinerà questo stile lo si vedrà col tempo. Significa semplicemente un “camminare insieme” tra vescovi o un luogo dove far maturare decisioni volte a riformare, cambiare, smontare e riedificare?
Lo stesso discorso vale anche per uno dei must del pontificato bergogliano, quel todos, todos, todos che in parecchi hanno interpretato come un via libera generalizzato a qualunque apertura, andando ben oltre gli intenti dello stesso Francesco. Leone, in aereo, ha ripetuto quel todos, todos, todos, ma rielaborandolo e ridefinendolo: “La famosa espressione di Francesco esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita”. Insomma, va’ e d’ora in poi non peccare più. Da un anno gli addetti ai lavori s’interrogano, sempre più distrattamente, se Leone XIV sia conservatore o progressista, più ratzingeriano o più bergogliano. E’ la stanca categorizzazione che resta come conseguenza delle politiche conciliari, la necessità di irregimentare preti vescovi e pure Papi. La risposta non c’è, perché basta andare a selezionare una frase contenuta in qualche discorso od omelia per sostenere la propria tesi. Senza che nessuno abbia la prova incontrovertibile che la possa confermare o negare. Robert Prevost è un uomo di mezzo, una specie di “sintetizzatore” che ha come fine supremo preservare l’unità della Chiesa. In illo uno, unum. In colui che è uno, siamo una cosa sola. E’ un motto che descrive appieno i primi dodici mesi dell’èra leonina. Anche le lentezze che gli vengono imputate in relazione alle nomine e ai documenti ufficiali vanno letti in quest’ottica: prima di deliberare, è necessario fare la sintesi affinché la tenda sia abbastanza ampia da coprire tutti. Senza strappi.
E’ allora grottesco farsi prendere dal panico o dall’estasi controllando la lista delle personalità ricevute in udienza, quasi a rimarcare una particolare affinità con questo o quel vescovo. Riceve gli ultraconservatori e quindi tende da quella parte. Non dice nulla sulla processione giubilare lgbtqi+ in San Pietro e dunque ha in simpatia quel movimento. Leone XIV riceve e ascolta tutti, riflette prega e decide. Tutti, o quasi, certo. L’obiezione scontata è che ha scelto di non dare udienza al superiore generale della Fraternità San Pio X, i lefebvriani, preferendo lasciare il cardinale Fernández a gestire la pratica. C’è chi sostiene che il diniego papale non va letto in un’ottica di scontro o poca considerazione, quanto perché la questione è troppo delicata: sentirsi dire, vis-à-vis che si rifiuta il Vaticano II e che si procede con le consacrazioni senza mandato papale, significherebbe chiudere la partita una volta per sempre.
L’attendismo affinché l’unità prevalga su tutto, però, può essere rischioso. Rischia di far percepire la forza tranquilla del Papa come un generale immobilismo. La cautela va benissimo. Troppa può attirare l’attenzione dei corvi sempre volteggianti. E’ senza dubbio l’effetto psicologico della calma dopo la frenesia della stagione di Francesco, quasi un effetto collaterale della cura imposta dal Conclave. Il problema è che fuori dal recinto di San Pietro non si aspetta il lento “conoscere per deliberare” di Leone XIV. Lo si è visto con la Chiesa tedesca, sempre più avvitata in un groviglio di recriminazioni e pretese che l’allontanano inesorabilmente da Roma, fino al punto da derubricare i moniti del vicario di Cristo in terra a discutibili opinioni personali. E qui non c’è di mezzo la Cina, con quell’accordo segreto del 2018 che – secondo Human Rights Watch – non ha fatto altro che peggiorare la vita per i cattolici in quell’immenso paese orientale. Di quel che fa Xi Jinping non si può parlare, siano le croci fatte togliere dalle chiese o il divieto per i minori di partecipare alle messe, per non parlare dei vescovi non allineati fatti sparire. Non si può parlare neppure di Jimmy Lai, l’attivista cattolico quasi ottantenne condannato a vent’anni di galera (cioè alla morte) da un tribunale di Hong Kong. In questi casi il silenzio del Papa, seppure doloroso, lo si può comprendere: è l’atroce realismo politico che costringe a non parlare per evitare guai peggiori. Pio XII fu crocifisso per questo e portò la croce senza mai pronunciare una parola a sua discolpa. Lui sapeva bene che quando i vescovi olandesi nel 1942 avevano protestato contro i nazisti, la reazione era stata micidiale: tutti gli ebrei convertiti al cattolicesimo furono arrestati, compresa Edith Stein.
Con le istanze della Chiesa tedesca perfino Francesco, che arrivò a domandare pubblicamente ai vescovi locali se fossero ancora cattolici, fallì. Può avere miglior sorte il prudente approccio leonino? Si vedrà, sperando che nel frattempo la falla sul Reno non s’allarghi ad altri episcopati. E auspicando, comunque, che il secondo anno di pontificato non si riduca a disquisizioni sul fatto che il Pontefice sia o no favorevole al nucleare iraniano come sostiene, con solida sicurezza, il presidente americano inviato – gli dicono – dal Paraclito per salvare l’umanità perduta.
Leone XIV, in fin dei conti, vorrebbe solo realizzare il punto centrale del suo “programma”, annunciato ai cardinali il giorno dopo l’elezione, il 9 maggio di un anno fa: sparire perché resti Cristo.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.