Sveglia gente, Dio non è affatto morto

Asia e Africa, America e medio oriente. Perfino nella secolarizzata e laica Europa: il mondo non è mai stato così tanto religioso come oggi. Una fede espressa con le preghiere ma anche con le armi

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11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:31 AM
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Foto Vatican media via LaPresse

Pubblichiamo un estratto dell’Introduzione di “Dio non è morto. Perché la religione è tornata a dominare il presente” (Mondadori, 192 pp., 18,50 euro), il nuovo libro di Matteo Matzuzzi in vendita da domani.
       
E’ una calda domenica di settembre 2025. Siamo in uno stadio dell’Arizona, Stati Uniti. Si sta celebrando la glorificazione di Charlie Kirk, il trentunenne che con l’uso sapiente dei social network, delle piattaforme podcast e dei confronti con gli studenti nei campus ha portato centinaia di migliaia di voti nel campo trumpiano alle elezioni generali dell’anno prima. L’attivista evangelico conservatore, fondatore di Turning Point Action, è stato ucciso da pochi giorni durante uno di questi incontri in un’università dello Utah mentre diffondeva le sue tesi assai lontane dal classico politically correct invitando il pubblico a smentirlo, dimostrandogli che si stava sbagliando, “Prove me wrong”. Il pastore Rob McCoy chiarisce subito la questione: “Stasera con noi c’è un ospite speciale, non annunciato nel programma. E’ Dio, che ha guidato la vita di Charlie e ora ci chiede di seguire il suo esempio”. Il segretario di stato, Marco Rubio, volto moderato dell’amministrazione repubblicana, parla di orgoglio, mentre il segretario alla Salute, Robert Kennedy jr, paragona Kirk a Gesù Cristo: “E’ morto a trentuno anni e anche lui ha cambiato la storia”. Il vicepresidente J.D. Vance: “Questo non è un funerale, è una rinascita nel nome dei valori cristiani”. Il tutto fra coriandoli e fumogeni, stellette e trionfi di croci dalle dimensioni variabili, invocazioni all’Altissimo, canti, preghiere e perfino qualche rosario brandito come segno d’identità. Dio, patria e famiglia. Un quadro dove l’appartenenza a una fede condivisa si mescola all’appartenenza a una nazione, “l’orgoglio di vivere in America”.
Sì, l’annuncio della morte di Dio è stato quantomeno affrettato. Il cristianesimo vive, si diffonde e prospera. L’islam è in rapida crescita nelle sue culle naturali, l’Africa settentrionale e soprattutto l’Asia. L’induismo in India ha una valenza da “quasi” religione di stato. Perfino in Giappone – sottolineava tempo fa con malcelata ironia il grande studioso del fenomeno religioso Rodney Stark – “quasi tutti si preoccupano di far benedire la nuova automobile da un sacerdote scintoista. Il che è un esempio di superstizione soprannaturale senza Chiesa”. A ucciderlo non ci sono riusciti né Marx né Lenin: paradosso dei paradossi, mentre la sua mummia imbalsamata riposa nella Piazza Rossa di Mosca, il Patriarca di tutte le Russie benedice il capo dello stato, tra volute d’incenso e canti dal sapore vetusto. Non c’è riuscita la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, quella che sconvolse costumi e morale. Non ci sono riuscite neppure le trincee della Prima guerra mondiale e i lager della seconda, dove il silenzio di Dio divenne rumoroso, insostenibile. Certo, la secolarizzazione è avanzata, le giornate non sono più scandite dai ritmi dettati dagli impegni in chiesa. Perfino il rumore delle campane spesso disturba l’indaffarato uomo contemporaneo, che denuncia alle autorità preposte i parroci perché consentono i rintocchi alle sette del mattino. I matrimoni civili sono la consuetudine, i funerali laici si diffondono anno dopo anno a ogni latitudine, tra un misto di spiritualismo, low-profile e convinzione che le parole di qualche amico valgano più – almeno sotto l’aspetto emozionale – di quelle di Gesù Cristo riportate dai Vangeli. Ma, nonostante ciò, la religiosità cresce. Anche laddove parrebbe dominare il deserto. L’abbiamo visto nella torrida estate giubilare romana, con la città sorpresa nel constatare che di colpo un milione di ragazzi nemmeno trentenni s’era sparpagliato nelle sue vie e nelle sue piazze rispondendo all’invito del Papa. Una settimana di confusione, amicizia e preghiera. Comitive imbandierate che cantavano il Magnificat mangiando il gelato sedute sugli scalini di qualche chiesa, gruppi che affollavano le pizzerie prima di correre in fretta verso San Pietro, dove li attendeva la messa di benvenuto con tanto di tour papale a sorpresa sotto il sole cocente. E poi tutti a Tor Vergata, per la veglia notturna con Leone XIV e la messa del mattino dopo, sulla spianata dove nel 2000 molto probabilmente dormirono parecchi dei loro padri e delle loro madri. In quei giorni tra luglio e agosto 2025 i giornali abbondavano di analisi e commenti: chi l’avrebbe mai detto, i Papaboys ci sono ancora! Pareva quasi che nessuno credesse all’esistenza di questa massa di giovani entusiasti di esprimere la propria fede, la propria appartenenza religiosa, con tanto di silenziosa adorazione serale. Altro che “Woodstock cattolica”. E’ senz’altro vero che in tanti hanno colto la palla al balzo per la prima gita fuori casa senza genitori, ma insomma: il risultato è che nessuno s’aspettava la distesa umana che si è vista in quei giorni. Sintomo di una religiosità che non sarà proprio in formissima, ma sopravvive con tanta speranza. Non male, come bilancio, per un mondo impregnato di riflessioni sulla fede evaporata nella distrazione del mondo attuale.
La religiosità cresce nel chiasso delle città, dove si trovano sempre più eremiti urbani che cercano, trovandoli, spazi di silenzio da dedicare al rapporto con Dio, nel chiuso delle proprie abitazioni e stanzette. Cresce nei paesi di nuova o recente evangelizzazione, dove – come accade in Africa – né la persecuzione né la distanza chilometrica che separa il villaggio dalla chiesa più vicina frenano i cristiani dal partecipare ai sacramenti. E Dio torna anche al centro della politica, “usato” suo malgrado: ancora prima dell’assassinio di Charlie Kirk, Donald Trump, commentando l’attentato subito in Pennsylvania pochi mesi prima delle elezioni che lo riportarono alla Casa Bianca, ha chiamato in causa l’Onnipotente, spiegando che se era sopravvissuto lo doveva a Lui soltanto, perché Lui voleva che rimanesse in vita. E anche nella campagna elettorale americana del 2024 Dio è entrato, benché in maniera minore rispetto alle volte precedenti. Eppure c’è stato, convitato di pietra nella lotta fra gli identitari decisi a riscoprire le origini e le radici della nazione deturpata dalle ideologie woke e i liberal che a Dio credono ma “a modo loro”. Battaglie muscolari e guerre culturali che come fiumi carsici ora s’inabissano ora riemergono, con toni sempre più radicali e violenti. Un quadro, quello rappresentato dagli Stati Uniti, non nuovo: anni fa, sulla Civiltà Cattolica, fece non poco discutere un articolo che poneva al centro il “fondamentalismo religioso” reo d’aver inquinato non solo la politica della grande nazione d’oltreoceano, ma anche la convivenza sociale, mettendo in discussione le fondamenta, un tempo solidissime, su cui era stato edificato un paese divenuto in poco più di due secoli un impero globale, l’unica superpotenza rimasta dopo guerre fredde e combattute sul campo.
E poi c’è l’esempio della Russia, dove Dio è protettore in guerra, a sentire il Patriarca moscovita Kirill: la guerra giusta voluta dal Signore per fare grande la madrepatria. Un referendum popolare, nel 2020, ha approvato nel disinteresse generale degli osservatori occidentali l’inserimento del riferimento a Dio nella Costituzione russa. Una riforma cruciale che costituisce un nesso inscindibile fra la patria e l’Onnipotente, ristabilendo nei fatti il bizantino legame fra la Chiesa e l’Impero. Ha scritto lo storico Giovanni Codevilla che “si rinnova tacitamente in tal modo tra il patriarca e il presidente quel contratto a prestazioni corrispettive che è tipico del giurisdizionalismo: da un lato il patriarca garantisce la legittimazione della sovranità dello Stato e dall’altro Putin concede una posizione privilegiata alla Chiesa”. Lo si è visto con la guerra all’Ucraina: Kirill si è fatto promotore della benedizione della spedizione armata per salvare la madrepatria e i valori tradizionali. All’alba dell’invasione, fu un’omelia pronunciata dallo stesso Patriarca a chiarire il concetto: “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbas. E nel Donbas c’è il rifiuto, un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”. Quali fossero i valori, il Patriarca lo spiegò poco dopo: “consumismo eccessivo” e libertà di “organizzare parate omosessuali”. Rivestiva, Kirill, il compito di provvedere alla militarizzazione delle coscienze, anche a costo di vedere smarrito di colpo il prestigio di cui godeva in occidente, lui che da sempre era considerato uno dei più “progressisti” dell’alto clero moscovita, affascinato dallo spirito della Compagnia di Gesù e bendisposto nei confronti di Roma. Fu lui, dopotutto, ad abbracciare il Papa in uno storico incontro al l’Avana, nel 2016, firmando pure una dichiarazione congiunta che mandò su tutte le furie le Chiese ucraine e che conteneva, nei fatti, un riconoscimento all’armamentario propagandistico del Patriarcato moscovita. Anni dopo, per citare una massima di Francesco divenuta celebre, quel Kirill s’è fatto “chierichetto di Putin”. Ma il Patriarca non faceva altro che adattare e declamare dai pulpiti dell’ortodossia il manifesto del grande teorico del pensiero putiniano, Aleksandr Dugin. Già anni prima dell’attacco all’Ucraina, quest’ultimo chiariva che “non c’è un’aggressione di Putin, ma la restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. Queste accuse sono il risultato della paura che la Russia si riaffermi come potere indipendente e che voglia difendere la propria identità”. E’ una guerra fra Bene e Male, dove Mosca naturalmente rappresenta il Bene, mentre l’occidente corrotto è il Male da estirpare alla radice, anche a costo di indicibili sofferenze. Nell’anima e nel corpo della stessa Chiesa.
Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora. Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana.
Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050. Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta – e non di poco – in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di “resistenza”, insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.
I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nelle aree da noi più lontane – quelle con tassi di natalità più alti –, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così. Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava che “in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registrate nella storia”.