Il giulebbe del prof. Parisi per Papa Leone

Il premio Nobel per la Fisica, che fu primo firmatario della "lettera dei 67" per chiedere l’annullamento dell’invito a Benedetto XVI, ora dice che "il messaggio di speranza e di pace" del Pontefice americano è "importante". Il Tevere molto largo dell’ipocrisia

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16 MAY 26
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Foto Ansa

Tra Sapienza e insipienza la separazione dovrebbe essere sempre ben più larga del Tevere, anche se non sempre lo è. Ma tra lealtà intellettuale e ipocrisia il passo non è sempre così lungo. Anzi, a volte è un vero inciampo. Il giorno dopo la visita di Papa Leone XIV all’ateneo romano, ad aleggiare intorno d’ipocrisia ce n’è parecchia. Anche perché si tratta pur sempre di spiegare i giulebbe di ieri al discorso di un Pontefice da parte degli stessi che nel 2008 vietarono l’ingresso di Benedetto XVI alla Sapienza. Ipocrisia palese nelle risposte a Repubblica del fisico Giorgio Parisi, che fu primo firmatario della “lettera dei 67” per chiedere l’annullamento dell’invito al Papa fatto dal rettore. Dice ora Parisi che “Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto”. Joseph Ratzinger era un professore universitario, nemmeno di secondo piano, e aveva le carte in regola per inaugurare un anno accademico; non usurpava ruoli né titoli. Del resto l’onore di inaugurare l’anno dell’ateneo fu concesso invece a Virginia Raggi, per dire gli abissi della conoscenza, che applicando la logica quantistica al chilo di Parisi avrebbe dovuto limitarsi a una gita in qualità di sindaca. Ora Parisi dice “consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile”. Ma che “non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia”.
In verità la richiesta di annullamento nella famosa lettera dei 67 c’era eccome: “In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato”. Sostiene che “era un consiglio ragionevole”, mentre era una censura ideologica bella e buona, roba da intellettuali delle Guarentigie. Ai quali faceva perfino scandalo che il professor Ratzinger avesse citato, 18 anni prima, nientemeno che il filosofo della scienza Paul Feyerabend, non proprio uno stagista. Ma adesso i tempi sono cambiati, dice Parisi intervistato da Rep. come fosse un teologo, o uno storico della Chiesa (del resto, il Fondatore straparlava di Dio con l’amico Jorge Mario). Più che altro sono cambiati i Papi. Fu di Francesco l’idea di invitare il fisico che aveva cacciato dall’università il suo predecessore a passeggiare nei Giardini vaticani per disquisire di ecologia e pace universale. Del resto l’uomo che ebbe il Nobel per gli studi su “interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi” potrebbe inserirsi alla perfezione nel disordine sistemico dell’attuale geopolitica vaticana. Prima Francesco, e ora Leone, sono dunque degni interlocutori. Leone piace, “è importante il messaggio di speranza e di pace”, “è importante che il Papa abbia detto che l’intelligenza artificiale non deve essere utilizzata per scopi bellici”.
Sono ovviamente argomenti di libero dibattito, su cui Feyerabend insegnava a non togliere la parola a nessuno. A Ratzinger fu vietato di parlare perché (forse) avrebbe parlato di cose che alla compagnia dei 67 non andavano bene. Scrissero che “ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”, una frase così destituita di verità e conoscenza del pensiero di Ratzinger da mettere in ridicolo accademico chi l’ha scritta. Invece Leone è benvenuto perché ha parlato di quel che piaceva a loro. L’ateneo dell’ipocrisia.