Vizi e virtù di una grande enciclica

Letta come monito, è preziosa. Letta come sentenza su una tecnologia ancora indeterminata, il testo è prematuro. Il coraggio c’è, la visione pure. Ma sui “monopolisti” che distruggeranno il mondo forse qualche appunto si può fare

26 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 12:00
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Centotrentacinque anni fa Leone XIII firmava la Rerum Novarum. Lo faceva quando il capitalismo industriale era ormai un fatto compiuto: le ciminiere di Manchester fumavano da un secolo, il pauperismo urbano era materia di statistica e non di previsioni, Marx aveva già scritto e Dickens già pubblicato. La grande enciclica sociale dell'Ottocento arrivò dopo il fenomeno che voleva correggere, e proprio per questo poté correggerlo: conosceva gli effetti collaterali indesiderabili, ne aveva visto il decorso, disponeva delle evidenze. La medicina seguiva la diagnosi.
La Magnifica Humanitas di Leone XIV compie il movimento inverso. Ha l'ambizione di trarre conclusioni su un fenomeno che non ha ancora una storia. È la prima volta che la dottrina sociale della Chiesa precede il proprio oggetto invece di inseguirlo. È un atto di coraggio. È anche, va detto con la stessa franchezza, il suo rischio specifico.
Cominciamo dal coraggio, che è molto, e merita rispetto. Il documento è un grande testo morale e umanistico. La sua intuizione centrale – che la persona umana non possa essere ridotta a dato, profilo o ingranaggio – è esposta con una nettezza che la rende immediatamente comprensibile a credenti e laici. La distinzione tra ciò che la macchina imita e ciò che l'uomo è – la coscienza, il corpo, la relazione, il peso delle conseguenze – è filosoficamente solida e tecnicamente accurata. E quando l'enciclica osserva che i sistemi di AI sono oggi "più coltivati che costruiti", che persino chi li progetta ne ignora il funzionamento interno, dice una cosa che qualunque ricercatore serio sottoscriverebbe parola per parola.
Non è un caso, allora, che a presentare il documento accanto a cardinali e teologi sia stato chiamato Christopher Olah, cofondatore di Anthropic ed esperto della cosiddetta "interpretabilità" dell'AI: la disciplina che tenta di aprire la scatola nera dei modelli, di rendere leggibile ciò che l'enciclica giustamente definisce opaco. Il diaframma culturale tra il magistero e la frontiera tecnologica, che per vent'anni è parso invalicabile, è caduto in un pomeriggio. E quando Leone XIV dice a Olah "A nome della Chiesa, accetto anche il vostro invito a camminare insieme", non sta facendo cortesia diplomatica: sta firmando un patto di metodo. La Chiesa non chiede meno scienza. Ne chiede di più, e con più trasparenza.
Qui, però, finisce l'elogio e comincia il dovere della franchezza. Perché tra le righe del testo si annida un'attitudine che la disciplina economica non può lasciar passare: quella di descrivere come fatti ciò che per ora sono soltanto timori. L'enciclica parla di "monopoli dell'AI", di concentrazione che genera "nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze". Teme una "contrazione significativa e rapida dei posti di lavoro" e una polarizzazione salariale tra una minoranza iperpagata e una massa impoverita. Denuncia un "colonialismo dei dati" e uno sfruttamento sistematico del lavoro invisibile. Sono allarmi. Sono allarmi legittimi. Ma non sono dimostrati, e l'enciclica li tratta come se lo fossero.
Il ragionamento di Prevost procede a cascata: dal dato alla persona che lo genera, dalla persona al lavoro che ne viene espropriato, dal lavoro al mercato che si concentra, dal mercato alla regolazione e al welfare che devono correggerlo. È una tassonomia elegante e ha il pregio di mettere in fila ciò che il dibattito pubblico tiene confuso. Ma è anche una catena causale travestita da classificazione: ogni anello presume il successivo, e basta che il primo non regga perché l'intera collana si sciolga.
Il dato digitale, infatti, non è il petrolio, per quanto la metafora abbia fatto fortuna. Il petrolio è un bene rivale e finito: se lo estraggo io, non lo estrai tu. Il dato è l'esatto contrario: non rivale, infinitamente replicabile, e per giunta privo di valore allo stato grezzo. Un clic, una posizione GPS, un battito cardiaco registrato da un orologio non valgono nulla in sé: valgono solo dopo essere stati raccolti, ripuliti, strutturati, aggregati e incrociati con milioni di altri e interrogati da un modello. Il valore, in altre parole, non sta nel dato ma nell'inferenza che se ne trae: ed è frutto di capitale e lavoro, di ricerca e ingegno, non è rendita abusiva estratta a un proprietario inconsapevole. Quando l'enciclica afferma che i dati "sono frutto del contributo di molti" e "non possono essere venduti o affidati a pochi", coglie un'intuizione morale autentica; esiste davvero un problema di giustizia distributiva su chi raccoglie il valore della nostra impronta digitale, ma la riveste di una teoria proprietaria che non convince. Trattare la "proprietà dei dati" come una questione risolvibile per decreto, senza distinguere il dato grezzo dal modello addestrato, senza chiedersi chi pagherebbe gli investimenti se il fattore fosse dichiarato bene comune, significa scambiare un problema di disegno istituzionale – complesso, aperto, tutto da costruire fra data trust, cooperative del dato e meccanismi di compenso – per un atto di volontà normativa. È la stessa generosità d'intenti della Rerum Novarum sul salario giusto; ma il salario, nel 1891, era un fatto misurabile, mentre il "valore economico del dato" nel 2026 non lo è ancora.
Prendiamo la parola più pesante: monopolio. È termine improprio. Il mercato dei modelli di frontiera è semmai un oligopolio, e per giunta un oligopolio conteso, instabile, a barriere d'ingresso e d'uscita sorprendentemente basse. Davvero è corretto definire "monopolisti" aziende come OpenAI e Anthropic, che hanno conti economici tuttora in profondo rosso e che non pochi analisti considerano il risultato di una bolla finanziaria? Nessuno ha ancora definito quale sia il mercato rilevante sulla catena del valore (la potenza di calcolo? i modelli fondativi? le applicazioni? i dati?), nessuno ha prodotto un indice di concentrazione, nessuna autorità ha accertato un abuso di posizione dominante nel senso che il diritto della concorrenza dà a quelle parole. C'è concentrazione reale e documentabile nella filiera dei semiconduttori e del "compute", e lì l'allarme è fondato. Ma dal collo di bottiglia industriale dei chip al "monopolio cognitivo" il salto logico è enorme.
Lo stesso vale per la disoccupazione tecnologica, il grande spettro che si aggira tra le pagine del documento. La preoccupazione è antica e seria: la condivise Ricardo, la condivise Keynes. Ma la scienza economica, su questo, è tutto fuorché conclusiva. Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto mestieri e creato lavori in proporzioni che nessuno è mai riuscito a prevedere prima che accadessero. Scegliere lo scenario peggiore e costruirvi sopra una dottrina significa, paradossalmente, collocarsi sullo stesso terreno di chi promette il paradiso della produttività universale: identica pretesa di leggere un futuro che non si è ancora scritto, segno opposto. Il tecno-profeta e la Cassandra del disastro sono gemelli separati alla nascita.
È il limite di una diagnosi formulata prima della malattia. La Rerum Novarum poté mitigare il capitalismo perché lo aveva visto operare; la Magnifica Humanitas deve immaginare il futuro dell'intelligenza artificiale perché non l'ha ancora vista consolidarsi. E un'enciclica che inchioda il proprio nucleo morale (sacrosanto, irrinunciabile) a previsioni economiche incerte rischia di esporlo: se i fatti smentiranno la profezia distributiva, qualcuno userà quella smentita per archiviare anche il principio. Sarebbe un peccato, perché il principio è giusto, a prescindere dai numeri.
Conviene allora leggere il documento per quello che davvero è, e per quello che può dare di meglio. Non è un trattato di economia. È, piuttosto, un avvertimento morale di altissima qualità, un indicatore di attenzione puntato verso rischi che potrebbero materializzarsi e che è saggio sorvegliare prima che diventino irreversibili. Letto come monito, è prezioso. Letto come sentenza su una tecnologia ancora indeterminata, è prematuro. La differenza non è accademica. Un monito apre il dialogo, chiama gli economisti, gli ingegneri, i legislatori a riempire di evidenza e di meccanismo ciò che la Chiesa enuncia come principio. Una sentenza, invece, lo chiude. La presenza di Olah accanto ai cardinali suggerisce che Leone XIV abbia scelto la prima strada: quella di chi pone le domande giuste sapendo di non avere ancora tutte le risposte, e invita gli altri a cercarle insieme. È la postura più feconda. A noi laici, economisti, tecnici, riluttanti, non resta che accettare l'invito, e fare la nostra parte: tenere ferma la disciplina dove l'enciclica tiene ferma la coscienza. Le due cose – ed è la lezione di Agostino d'Ippona, prima di Robert Prevost – non devono essere in contraddizione.