Chiesa
IN MORTE DI UN VESCOVO •
È morto Camillo Ruini, il cardinale che disse "meglio irritanti che irrilevanti"
Era nato a Sassuolo nel 1931. Fu il protagonista della "svolta" che Giovanni Paolo II impresse alla Chiesa italiana. La passione per Cristo, la politica, l'antropologia. Ha impostato il confronto con le grandi sfide del nostro tempo

Camillo Ruini
Il Cardinale Camillo Ruini è morto. Era nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931. E’ stato sicuramente una delle figure ecclesiali più significative di questi ultimi decenni. Come ebbe a scrivergli Benedetto XVI in occasione del venticinquesimo anniversario della sua ordinazione episcopale, “Nella Chiesa di Roma tutti hanno potuto constatare la Sua grande capacità di lavoro, la Sua fede semplice e schietta, la Sua intelligente creatività pastorale, la Sua fedeltà all’identità viva dell’Istituzione attraverso l’unione con il Papa anche in mezzo alle difficoltà, il Suo fiducioso e sorridente ottimismo”. Mi sembra una sintesi perfetta del grande lavoro svolto dal Cardinale Ruini al servizio della Chiesa e della società italiana, nonché dello spirito col quale egli l’ha svolto: un’azione pastorale decisa, intelligente, generosa, fedele alla grande tradizione della fede cristiana e al Magistero dei papi coi quali si è trovato a collaborare. Sulla scia dell’enciclica Redemptor hominis di San Giovanni Paolo II, il cardinale Ruini ha cercato in tutti i modi di rilanciare il tema dell’antropologia cristiana, valorizzandone due principi fondamentali e complementari: da una parte quello che, incentrato su Gesù Cristo, tiene ferma l’incommensurabile dignità dell’uomo; dall’altra quello che considera la ragione umana come qualcosa di molto più ampio della semplice ragione scientifico-tecnica. E’ su questa base antropologica che il Cardinale Ruini ha impostato il confronto con le grandi sfide del nostro tempo. Di fronte a una tecno-scienza sempre più agguerrita e potente, che in alcune sue varianti ideologiche, sembra voler ridurre anche l’uomo a un semplice “oggetto”, il Cardinale Ruini non si è mai stancato in questi anni di richiamare alcune evidenze fondamentali, prima fra tutte che la persona umana è soprattutto “soggetto”, non “oggetto”, qualcuno, non qualcosa, e, in quanto tale, dotata di incommensurabile dignità. Di qui l’esortazione a resistere “all’idea ingannevole e anti-umana di uno sviluppo deterministico e neutrale della tecno-scienza”.
La semplice “fattibilità tecnica” di qualcosa non può diventare ragione necessaria e sufficiente perché qualcosa venga tecnicamente realizzato. La misura della “fattibilità” deve essere anche una misura “morale”; va fatto tutto ciò che promuove la dignità dell’uomo, non tutto ciò che è semplicemente possibile. Nonostante i suoi grandiosi e splendidi progressi, la razionalità scientifica non esprime tutta l’umana razionalità. Occorre pertanto recuperare un concetto di razionalità più ampio, che sia veramente all’altezza, come dice il Cardinale Ruini in piena sintonia con Benedetto XVI, di tutte le “prestazioni della nostra intelligenza e della nostra libertà, quali emergono dalla storia della cultura e anche da quelle capacità più elevate che sono proprie dell'uomo e lo differenziano da ogni altro animale nel modo più netto: tra esse la matematica, la filosofia, le creazioni letterarie ed artistiche”. So di fare un’affermazione quanto meno insolita, ma credo che sia stata proprio questa attenzione particolare a tutte le “prestazioni della nostra intelligenza e della nostra libertà”, uno dei tratti fondamentali del lavoro intellettuale e pastorale del Cardinale Ruini. “Veritas liberabit nos”, la verità ci farà liberi: così recitava, non a caso, il suo motto episcopale. Collegare la nostra libertà alla nostra intelligenza; farne un uso intelligente, non sciuparla mai in un uso casuale o arbitrario; cercare sempre la giusta misura; non rinunciare mai a cercare la verità delle cose e della nostra vita, se davvero vogliamo essere felici: questo è un po’ il senso di quel motto evangelico che il Cardinale Ruini scelse come suo motto programmatico, e col quale si è sforzato di parlare al cuore di tutti, non soltanto dei cattolici.
A una certa cultura sedicente moderna e illuminista che cercava di liquidare come superstizione tutto ciò che non rientrava dentro i suoi canoni scientisti, prima di tutto la fede religiosa, il Cardinale Ruini ricordava semplicemente che l’uomo è molto di più che scienza e tecnica e che questo è l’unico modo per non rimanere irretiti nel relativismo e nel nichilismo che pervadono il nostro tempo. Dalla ragione contro la fede siamo passati infatti a una sorta di ragione contro se stessa, contro i suoi canoni universalistici; una ragione che, quasi accecata dal pulviscolo dei suoi molti saperi, non riesce più a pensare la propria unità né il proprio senso umano. Non è più soltanto una questione di credenti o non credenti. Le grandi sfide dell’IA, del digitale, della bioetica, della biopolitica, il disordine mondiale nel quale ci stiamo impantanando ci dicono che è in gioco la grammatica elementare della nostra umanità. Per questo, come ricordava spesso il Cardinale Ruini, nell’attuale contesto storico, "diventa sempre più necessaria quella collaborazione tra credenti in Cristo e persone comunque sollecite della conservazione e dello sviluppo di un umanesimo autentico”.Sta qui, in questo appello alla collaborazione di credenti e non credenti, uno dei tratti più importanti del magistero del Cardinale Ruini; un tratto che peraltro fa da pendant con quella che è stata sicuramente una delle sue intuizioni magisteriali e culturali più felici: il cosiddetto “Progetto culturale della Chiesa italiana”.
Nel 1994, dopo gli anni della crisi della cosiddetta Prima Repubblica e del partito della Democrazia Cristiana, la Chiesa italiana, guidata dal Cardinale Ruini, si tira lentamente in disparte rispetto all’arena politica; si fa sempre più equidistante rispetto agli schieramenti politici, spostando progressivamente la sua attenzione su una questione assai più radicale: l’evangelizzazione della società e della cultura. Anche sotto il forte impulso del magistero di Giovanni Paolo II, fede e cultura diventano il grande tema della Chiesa italiana, con la convinzione ovviamente che una riflessione e un impegno del genere non avrebbero potuto non avere anche ricadute politiche, ma senza più fare della politica un oggetto di attenzione, diciamo così, diretta. Le “finalità” del “progetto culturale”, secondo le parole del Cardinale Ruini, erano assai più ampie; “al primo posto si pone l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede nell’Italia di oggi”. Siamo quindi di fronte a “un modo di rapportarsi meno diretto, più libero e articolato, della Chiesa italiana nei confronti del mondo politico”. “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”, aveva detto Giovanni Paolo II al Congresso nazionale del MEIC del 1982. E proprio a questa intenzionalità si ispira il “progetto” culturale della Chiesa italiana. Come dirà il Cardinale Ruini nel settembre 2005, il suo assunto fondamentale “è che in Gesù Cristo, nella sua vita e nella sua morte e risurrezione, nelle sue parole e nelle sue opere, ci è data una precisa immagine e interpretazione dell’uomo, che è alla base di un’antropologia ben determinata e al contempo plastica e dinamica, capace cioè di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, conservando però la specifica fisionomia, i suoi lineamenti essenziali e i suoi contenuti di fondo”.
Le grandi discussioni di quegli anni sulle radici cristiane dell’Europa, sulla famiglia, sul rispetto della vita umana, sulla bioetica e sulla laicità dello stato sembrano appartenere a un’altra era geologica, tanto oggi appaiono lontane. Lo stesso dicasi per l’ostinata determinazione del Cardinale Ruini a tener fermi i cosiddetti “valori non negoziabili”, tanto cari anche a San Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI. Ma non si può certo dire che l’”emergenza antropologica” di cui si parlava allora sia venuta meno, anzi, con il digitale e l’intelligenza artificiale essa si è fatta semplicemente più subdola e pervasiva. Per questo credo che da quella stagione ci sia ancora molto da imparare. L’impegno in occasione del referendum del 2005 sulla “procreazione medicalmente assistita” ha indotto alcuni a liquidarla come “ruinismo”, ma è stata molto di più. Semplificando assai, ci vedo un richiamo ai cattolici italiani a coltivarsi, a impegnarsi, senza mai perdere di vista la luce che emana da Gesù Cristo, il Redentore dell’uomo, il vero punto focale della loro fede. I due grandi convegni organizzati dal Cardinale Ruini a Roma su “Dio oggi” (2009) e su “Gesù nostro contemporaneo” (2012), unitamente ai tre “Rapporti-proposta”, dedicati rispettivamente all’educazione (2009), alla demografia (2011) e al lavoro (2013), rappresentano non soltanto un momento di riflessione importante per la Chiesa italiana, ma anche una sorta di lungimirante progetto per l’Italia, rimasto per lo più inascoltato, visto che educazione, demografia e lavoro continuano a essere tra le nostre principali emergenze non risolte.
Ci sarebbero poi da ricordare le interviste che in questi ultimi anni il Cardinale Ruini, ormai a riposo, non ha mai mancato di dare ai diversi quotidiani nazionali, giusto per continuare a dar voce a un cattolicesimo non remissivo nei confronti della realtà e della storia. “Meglio essere irritanti che irrilevanti” è una delle due tante battute divenute famose. Un esempio di fede pienamente accolta, pensata e vissuta: questo è stato il Cardinale Ruini. La sua intelligenza, il suo coraggio, la sua leggerezza e il suo ottimismo ci mancheranno.