Chiesa
PULPITI SCONNESSI •
Se questo è un vescovo. Vita, opere e ideologie di Franco Moscone
Dalla petizione contro Eshkol Nevo ai paragoni fra Gaza e Birkenau, dagli attacchi alla Finlandia “armata” agli strali contro il governo. Il barricadero in tonaca parla di tutto, spesso con strafalcioni da matita blu
16 GIU 26

Mons. Franco Moscone
Roma. La firma più pesante in calce alla petizione che domanda di bandire Eshkol Nevo dalla rassegna “Libro Possibile” che a luglio si terrà fra Polignano a Mare e Vieste è quella dell’arcivescovo, l’eccellentissimo padre Franco Moscone. Firma che subito ha scatenato un’ordalia di commenti e polemiche, sdegno e osanna sui social, a seconda dell’orientamento di ciascuno. Precisa subito, l’arcivescovo, che la questione “non riguarda Nevo in quanto israeliano”, non sia mai. Intanto ricorda la nazionalità del reo, per mettere le cose in chiaro. Sciagurato scrittore, che “non ha avuto il coraggio di portare un contributo di critica e chiarezza”, ha tuonato il vescovo dal suo ideologicamente povero pulpito: “Sono state escluse per molto meno altre persone e anche nazioni intere. La situazione attuale in Israele non è più sostenibile. Si richiede che un intellettuale dica le cose come stanno. Cosa che l’intellettuale in questione non ha fatto”. Quel che non ha fatto è evidente: non ha ammesso l’esistenza di un genocidio nella Striscia di Gaza e quindi non ha diritto di parola. Privarlo del diritto di parola per questo “si configura come atto di antisemitismo”, dice alla Stampa il vescovo Michele Pennisi: “Gli è stato dato l’ostracismo perché non ha detto quello che i firmatari della petizione si aspettavano. Deve inquietarci e allarmarci il boicottaggio culturale”.
Mons. Moscone forse ha capito di aver ecceduto e ha diramato una Nota che però peggiora la situazione: “Il comunicato non chiede di ‘bruciare i libri’ di Nevo o di impedirne la diffusione ma invita a riflettere sull’opportunità di ospitarlo a un festival senza che abbia mai espresso una posizione chiara su quanto il governo israeliano sta compiendo. L’intento della protesta, spiega l’arcivescovo, è quello di sollecitare una presa di coscienza da parte di personalità influenti del mondo culturale. Per Moscone, la cultura non può essere neutrale davanti alla sofferenza e alle violazioni dei diritti umani: è chiamata a interrogare le coscienze e a dare voce alla verità. La contestazione, quindi, non riguarda il valore letterario delle opere di Nevo, ma il significato di offrire una prestigiosa ribalta pubblica a chi, secondo i promotori dell’appello, non ha preso una posizione esplicita contro la tragedia in corso”.
Eppure Nevo è contro il governo di Benjamin Netanyahu, l’ha detto ogni volta che glielo hanno domandato. Disprezza la destra religiosa nazionalista degli Smotrich e dei Ben-Gvir. Non basta. Avrebbe dovuto fare di più. Rinnegare Israele? Sì. Gad Lerner, che di certo non è un ultras della curva di Bibi & alleati, su Facebook si è domandato se siano tutti impazziti. Il vescovo non lo è, anzi. E’ lucidissimo nella sua analisi.
Franco Moscone è un movimentista, sempre in marcia, sempre in piazza. Arriva perfino a dispensare i suoi fedeli dal precetto festivo della messa domenicale se c’è un evento di quelli che lo mandano in visibilio, come la XII Marcia per la Pace Emmaus-Amendola di un anno fa. A marzo del 2025 prese parte alla manifestazione “No alla corsa al riarmo” e, forse trascinato dal momento, dall’enfasi o dall’emozione, chi lo può dire, si fece prendere la mano, urlando dal microfono che “è dal 1947 che la Striscia di Gaza e la Palestina sono un campo di concentramento a cielo aperto. Dal 7 ottobre 2023 sono diventati un campo di sterminio”. Gaza come Auschwitz-Birkenau, insomma. A parte il paragone nauseabondo che usa l’olocausto in cui furono gasati e bruciati milioni di esseri umani solo in quanto ebrei per accusare gli israeliani di fare la stessa cosa (campo di sterminio questo vuol dire in lingua italiana, e probabilmente anche nella curia di Manfredonia), fa specie che un uomo di mondo come il padre Moscone, che è pure stato missionario in Polonia, dica una tale enormità. Ma non è un errore né l’esagerazione di un momento: ne è proprio convinto. “Quello che mi ha sempre fatto effetto è che dietro questo campo di concentramento ci sia quel popolo che dei campi di concentramento è stato succube fino alla fine della Seconda guerra mondiale”.
Gli ebrei, quel popolo. Non gli israeliani, perché chi è finito nei forni di Birkenau Israele non l’ha visto nascere. Gli ebrei. Sono loro, quindi, i responsabili per quanto sta accadendo nella Striscia, in Libano e altrove. Nel ragionamento dell’arcivescovo, infatti (e lo ammette lui, neppure troppo implicitamente) c’è una totale sovrapposizione dei due elementi. Non a caso, già un anno fa, l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede lo accusò di “retorica velenosa che alimenta l’odio e che è moralmente corrotta”. I francescani dell’Ordine secolare pugliese, invece, hanno preso le parti del vescovo: a loro giudizio “le parole chiare e coraggiose” di Moscone sono “una continuazione di quel messaggio che il santo di Assisi ha portato nel mondo intero”. Dopotutto, a san Francesco hanno fatto dire e fare qualunque cosa, perfino trasformato in una icona new age e non stupisce che gli si mettano in bocca pure considerazioni su Israele e Netanyahu.
Padre Moscone partecipa a sit-in, è sempre in piazza tra bandieroni e striscioni. A luglio chiese l’uscita dell’Italia dalla Nato, salvo non sapere come si possa fare, ma non importa. Basta buttare l’idea in qualche comizio e poi si vedrà, intanto se ne parla. “Dobbiamo avere il coraggio di liberarci da questo guinzaglio americano. E, lo dico fuori da ogni prudenza e senza mezzi termini, a mio giudizio ciò significa uscire dalla Nato”. La metafora del guinzaglio gli piace assai, perché ha detto pure che “l’Europa, invece di essere autonoma, ha seguito gli Usa come un cagnolino al guinzaglio. Eppure, le nostre leggi ora vietano anche di tenere gli animali al guinzaglio”. Una battuta, forse. Attacca la Finlandia che – conoscendo bene i russi confinanti – ha osato aderire all’Alleanza atlantica: “Ha abbandonato il suo tradizionale disarmo”. Quale disarmo? Ha una riserva di novecentomila uomini (su cinque milioni e mezzo di abitanti) pronti a imbracciare le armi in caso di necessità. Dettagli, evidentemente.
Ma il culmine lo raggiunse quando magnificò la Russia di Vladimir Putin: “Quante volte ha invaso l’occidente? Mai. Non ha bisogno di espandersi a ovest. Ma se la Nato si avvicina troppo, è normale che reagisca”. A scuola e all’università a Moscone nessuno ha parlato di Budapest e Praga, per fare due esempi facilissimi. La teoria, di certo non originale e isolata, è quella del Putin galantuomo che è stato provocato e quindi ha reagito: “Papa Francesco aveva ragione nel dire: ‘Siamo andati ad abbaiare sotto la porta di casa della Russia’”, e comunque “se l’occidente avesse rispettato i trattati di Minsk, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non sarebbe avvenuta”. E l’occidente malvagio si è macchiato di ipocrisia, il cui culmine “è stato convincere Zelensky a non trattare con l’aggressore”. In ogni caso, la radice d’ogni male risale a ben prima: “Quando, nel 1991, si dissolse l’Unione sovietica, crollò anche il Patto di Varsavia. Quello era il momento giusto per sciogliere anche la Nato. Ma l’occidente, convinto di essere vincitore, perse l’occasione di essere giusto e veramente libero”.
Lui parla, fa un po’ il profeta o il precursore, la voce che grida nel deserto, ma reagisce piccato se qualcuno gli risponde. Un anno fa, quando questo giornale segnalò le sue stravaganze verbali a sfondo geopolitico, sul sito ufficiale della diocesi da lui guidata apparve un comunicato firmato dalla “comunità che cammina con il suo Pastore” in cui si idolatrava padre Moscone alla stregua di un William Wallace (il protagonista di “Braveheart”) del Gargano: “Non è un reato avere coraggio. E non è fazioso chi dà voce a chi non ce l’ha. In questi giorni, anche chi suona campane per denunciare la morte, si ritrova sotto tiro. E’ accaduto a padre Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, per aver aderito con lucidità e coraggio all’iniziativa ‘Gaza muore di fame: disertiamo il silenzio’. Un gesto forte, simbolico, spirituale, umano. Eppure, accusato da qualcuno di ‘selettiva indignazione’”, si leggeva. “Chi conosce padre Franco, sa che la sua voce nasce dalla preghiera, non dalla propaganda. Dalla fedeltà al Vangelo, non da agende ideologiche. Sa che, quando prende posizione, lo fa non per partito preso ma per parte data: quella degli ultimi, degli invisibili, delle vittime dimenticate”. Chissà in quale versetto del Vangelo si parla di Nato e di Minsk o di paragoni assurdi tra le camere a gas di Birkenau e le bombe su Gaza: “La comunità che cammina con il suo Pastore” non lo specifica ma ci tiene a precisare che è vero, ci sono tragedie che passano in silenzio (come il martirio dei cristiani nell’Africa subsahariana, ad esempio) ma – citasi integralmente – “la Chiesa non può mettere sullo stesso piano ogni tragedia, come se il dolore fosse una classifica. Ma può – deve – scegliere di stare sempre dalla parte delle vittime. Tutte. Senza bandiere”. E comunque, “non bastano sacerdoti che parlano. Ci vogliono sacerdoti che gridano”.
E lui ha gridato, arrivando a sostenere che l’Europa “vuole solo riarmare per sostenere l’industria automobilistica tedesca e un po’ anche la nostra in crisi”, ohibò. E che noi, noi italiani, “abbiamo avuto almeno in parte governi anticostituzionali” perché “hanno smesso di rispettare l’articolo 11 della Costituzione”. Tutte guerre sbagliate o ingiuste, comprese quelle nei Balcani. Per non parlare di Siria e Iraq: “Non dico che regimi come quello di Assad o Saddam Hussein fossero paradisi, ma non c’erano guerre civili prima dell’intervento esterno”.
Non deve essere stato un bravo studente, Franco Moscone da Alba, quantomeno in storia, anche quella più vicina a noi: gli è sfuggita la pagina sulla serie di stragi commesse da Saddam negli anni Ottanta, con uso di armi non convenzionali. Può domandare ai curdi, che di certo ricordano bene lo stile di governo del rais iracheno. Massacri di cui si è macchiata anche la dinastia degli Assad, padre e figlio, da Hama 1982 in giù, anno dopo anno. Al padre Moscone non interessa, lui va per la sua strada, barricadero e analista non proprio fine di geopolitica. Ha detto che si vergogna di questa Europa, lui preferisce quella dei padri fondatori, che erano per il disarmo. Ah sì? In realtà, anche uno studente al primo anno di Relazioni internazionali sa che proprio la magnifica triade fondatrice (cattolica) elaborò il progetto di difesa comune europeo, poi confluito nella Ced. Si dà il caso che tale progetto prevedesse la costruzione di un esercito – cioè di militari armati – integrato per difendersi dalle mire di Stalin (a proposito di russi ai confini). Non poteva mancare, poi, una dichiarazione sull’Iran, il cui riarmo “è tutto da dimostrare”: non crede, l’arcivescovo, neppure all’Aiea.
Il suo pensiero viene diramato tramite messaggi pastorali in cui disquisisce di tutto, dagli abusi edilizi alla microcriminalità, fino alla Costituzione. Le prese di posizione politica finiscono sul sito della diocesi tradotte in “comunicati stampa”. La Segreteria di stato vaticana, già da tempo, gli ha chiesto prudenza. Lui non ci bada troppo, impegnato a “far rumore” per contrastare il “massacro” in corso. Ma ora, il cuore impavido del Gargano, è andato oltre e perfino dalla Cei hanno messo per un attimo da parte le interminabili riflessioni su cantieri sinodali, programmi, progetti, eccetera per alzare un minimo la voce per prendere le distanze da un vescovo che vuol togliere il diritto di parlare a un intellettuale precisando “non perché è israeliano”.
Proprio ieri mattina, ricevendo la United Jewish Appeal-Federation of New York, il Papa ha detto: “Riconoscendo la dignità intrinseca di tutti gli uomini e le donne, la Nostra Aetate ha preso una posizione ferma contro l’antisemitismo e ha dichiarato che la Chiesa rifiuta ogni forma di discriminazione o molestia a causa della razza, del colore, delle condizioni di vita o della religione”. A Manfredonia scaricheranno i bollettini della Santa Sede?
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
