L'anatema vaticano contro gli scismatici

Il decreto e la relativa nota esplicativa sono ben più duri di quanto fu firmato da Giovanni Paolo II nel 1988. Non si colpiscono solo i vescovi, ma pure i “ministri sacri” e perfino i fedeli che aderiscono formalmente

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La consacrazione dei quattro vescovi lefebvriani a Ecône

Roma. Il decreto di scomunica comminato alla Fraternità sacerdotale San Pio X dopo le consacrazioni illecite di mercoledì è più duro di quanto ci si potesse attendere. Poche righe ma molto chiare. “Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore generale”, scrive il cardinale prefetto per la Dottrina della fede, Víctor Manuel Fernández, “il vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste” dal Codice di diritto canonico. Di conseguenza, “dichiaro a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto vescovo Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier (i quattro consacrati, ndr) sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede apostolica. Dichiaro inoltre che il vescovo Bernard Fellay, avendo partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come co-nconsacrante, avendo così aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista” dai sacri canoni. Infine, “si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae”.
Mons. de Galarreta e mons. Fellay sono al secondo giro: erano già stati scomunicati nel 1988, poi Benedetto XVI nel 2009 aveva dato prova di un gesto di “paterna misericordia” che avrebbe dovuto favorire il dialogo, la sottomissione e l’accettazione del Vaticano II. Nulla di tutto ciò è accaduto, anzi. Ma è nella Nota esplicativa annessa al decreto che ci sono le novità maggiori, per certi versi inattese. Punto primo: “I ministri sacri appartenenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X, sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici”. Punto secondo: “Per quanto concerne i fedeli laici, sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa dal Pontificio consiglio per i Testi legislativi del 1996, ancora vigente, che questo dicastero fa propria”. Punto terzo: “Si avverte, infine, il santo Popolo di Dio che i ministri sacri della Fraternità sacerdotale San Pio X amministrano illecitamente i sacramenti e che il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi”. Qui c’è tutta la portata della reazione drastica di Roma davanti alla rottura procurata a Écône.
Il decreto e la relativa nota esplicativa sono ben più duri di quanto fu firmato da Giovanni Paolo II nel 1988. Non si colpiscono solo i vescovi, ma pure i “ministri sacri” e perfino i fedeli che aderiscono formalmente. Cosa vuol dire ciò lo spiega il documento del 1996: “È ovvio che non è sufficiente, perché si possa parlare di adesione formale al movimento, una partecipazione occasionale ad atti liturgici o attività del movimento lefebvriano, fatta senza far proprio l’atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare di tale movimento”
“Nella pratica pastorale – prosegue la Nota – può risultare più difficile giudicare la loro situazione. Occorre tener conto soprattutto dell’intenzione della persona, e della traduzione in atti di tale disposizione interiore. Le varie situazioni vanno perciò giudicate caso per caso, nelle sedi competenti di foro esterno e foro interno”. Il dicastero ha poi chiarito che “l’imposizione della pena a laici appartenenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X non può essere presunta in modo automatico, ma deve essere valutata caso per caso. Poiché l’imputabilità richiede piena avvertenza e deliberato consenso, esempi di imputabilità comprovata possono riguardare: laici facenti parte del Terz’Ordine della Fraternità sacerdotale San Pio X; laici che partecipano abitualmente alle celebrazioni della Fraternità sacerdotale San Pio X, condividendone formalmente le posizioni dottrinali”. In questi casi, sarà necessario “presentare all’Ordinario del luogo la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate”. Il ritorno alla comunione avverrà “nei tempi e nei modi” che il vescovo ordinario riterrà più opportuno. Ci sono poi i laici che hanno frequentato le comunità lefebvriane solo per ragioni liturgiche o spirituali e quelli che, pur consapevoli della tensione esistente con la Santa Sede, non rifiutano l’autorità del Papa. In questo caso, basterà che si rivolga a un sacerdote in piena comunione, con la decisione di non frequentare in futuro la Fraternità sacerdotale di San Pio X”. C’è poi la questione dei sacramenti: Papa Francesco aveva concesso ai sacerdoti lefebvriani di ascoltare le confessioni e di assistere ai matrimoni. Si trattava di permessi emanati per il Giubileo della misericordia e poi resi perpetui. Si torna indietro: il decreto di ieri stabilisce che “il sacramento della penitenza da loro amministrato e il matrimonio da loro assistito sono invalidi”.