Il diluvio sulla setta

Dalla contestazione del Concilio a isola dove accogliere chi scappa dal mondo così com’è. Le scomuniche di Roma non fermeranno la Fraternità lefebvriana, rifugio di chi cerca una cristianità perduta mischiando Dio, Patria e identità 

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Le ordinazioni episcopali a Ecône

Tutto era come nel 1988, perfino il tendone bianco ornato di qualche sobria composizione floreale. Quasi a voler rimarcare che quanto avvenuto mercoledì scorso a Écône non fosse un qualcosa di nuovo, l’ennesima lacerazione alla tunica inconsutile di Cristo – per usare le parole del Papa – ma semplicemente il proseguimento di una storia iniziata trentotto anni fa, quando Marcel Lefebvre decise che la comunione con Roma andava rotta, nonostante le generose offerte che il Vaticano gli aveva prospettato. Tutto era come nel 1988 tranne la rabbia rivendicatrice odierna che ha sostituito il pallore sul volto tesissimo di Lefebvreconsapevole che il suo gesto di quarant’anni era clamoroso. Forse, un punto di non ritorno. Una messa lunghissima, quella celebrata da uno dei due vescovi superstiti di quello strappo di fine anni Ottanta, mons. Alfonso de Galarreta. 
Lunga più dell’incoronazione di Paolo VI, hanno fatto notare in rete. Le preghiere in latino (per la verità non eccellente, ma gli esperti spiegano che non è una sorpresa, ché l’imperfetta dizione nella lingua madre è il tallone d’Achille dei figli spirituali di Lefebvre), l’incenso, il gregoriano. E poi le mitre aurifregiate, le chiroteche, i calzari pontificali bianchi. Sembrava un quadro del Settecento, non sicuramente del Quattrocento (le mode erano diverse, a proposito di “Tradizione”). Nella loro estetica perfezione, i vescovi col volto serio e mai sorridente trasmettevano tutta la gravitas del momento, rimandando perfettamente a un tempo passato. Che poi era il loro obiettivo.
Don Davide Pagliarani, il Superiore generale della Fraternità, capofila orgoglioso dell’ala pura e dura e poco propensa al dialogo con gli apostati romani, l’ha detto nella lunghissima omelia pronunciata in francese: “Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per difendere la Chiesa e la Tradizione”. Ma qual è la Tradizione? Quella visibile dei paramenti antichi? Tutto qui? E chi stabilisce cos’è la Tradizione, quando inizia? Converranno anche i padri di Ecône che la “messa di sempre” da loro celebrata non è la messa di Ambrogio e Agostino, per fare due nomi. Una banalità, ma che ogni tanto è giusto ribadire. La celebrazione, in ogni caso, è stata perfetta nella sua regia: una struttura mediatica ha diffuso la telecronaca plurilingue, ogni momento è stato sottolineato con perizia. Volti e insegne, moltitudini di preti con tonsure âgée e uno stuolo di suore con lunghi veli neri. E nel momento in cui il cielo si è di colpo oscurato sopra l’altare, poco prima della consacrazione, sembrava quasi il Venerdì santo, quando si fece buio su tutta la terra. Sarà anche per questo che, sotto il diluvio e le folate di vento, ci si è messi a cantare il rosario.
Sui tetti del complesso di Ecône sventolava la bandiera vaticana, i presbiteri distribuivano la comunione al riparo di ombrellini bianco-gialli, come quelli che si vedono in piazza San Pietro quando fa caldo. E’ il paradosso della vicenda: si rompe con Roma disubbidendo al Papa, ma gli si giura incrollabile fedeltà. E i vescovi novelli l’hanno fatto senza battere ciglio. Sono illegittimi e sanno di esserlo. Habetis mandatum?, ha domandato subito il consacrante principale. No che non ce l’hanno, nessuno gliel’ha conferito. Eppure si procede perché “è la Chiesa cattolica e romana, sempre fedele alle tradizioni ricevute dagli apostoli, che, in circostanze del tutto eccezionali, esige da noi che provvediamo alla salvaguardia di queste tradizioni, cioè del deposito della fede, e che adottiamo i mezzi necessari per trasmetterle fedelmente a tutti gli uomini per la salvezza delle loro anime. Dal Secondo Concilio Vaticano fino ai giorni nostri, le autorità della Chiesa sono state animate da uno spirito contrario alla fede e hanno agito contro la santa Tradizione. Non sopportano più la sana dottrina”. Si ribalta sempre il discorso. Il Papa si appella affinché non lacerino la tunica inconsutile di Cristo? Loro rispondono che consacrano nuovi vescovi proprio per ricucirla, e dunque sono perfettamente d’accordo con il Papa. Il Papa chiede obbedienza? Loro rispondono domandando paterna comprensione e misericordia. Va avanti così, da quarant’anni. Il Papa li ammonisce a non procedere e loro, a consacrazione avvenuta, fanno un comunicato in cui scrivono che è deplorevole che non sia stato possibile procedere con l’autorizzazione del Pontefice.
Leone XIV, nel suo appello dei santi Pietro e Paolo, scriveva che il dialogo è ancora possibile. Dall’altra parte rispondevano che sì, è assolutamente possibile. Ma su quali basi, è tutto da vedere. Poche ore dopo le consacrazioni episcopali, uno dei nuovi vescovi durante i Vespri sentenziava che “se la Chiesa cattolica nella sua tradizione genera vita, la Chiesa modernista è un deserto che uccide tutto ciò che tocca”. I Papi che si sono succeduti hanno fatto di tutto per riportarli all’ovile. Nel 1988 Giovanni Paolo II aveva addirittura acconsentito a creare una Prelatura personale, con la possibilità di ordinare un vescovo. Ma Lefebvre ne voleva quattro e non entro il 15 agosto (come proposto dal cardinale Ratzinger) ma entro il 30 giugno.
Écône, suo malgrado, è diventato il punto di coagulo della resistenza antimodernista che non afferisce solo a questioni meramente confessionali o religiose. Alle consacrazioni c’era una delegazione di Forza Nuova e pure i vannacciani (presente l’ideologo Lorenzo Gasperini), benché a titolo personale visto che “ciascuno va alla messa che vuole”. Mario Borghezio ha spiegato che “la manifestazione di attaccamento ai valori della tradizione rappresenta un segnale di speranza per chi, come Futuro Nazionale, vuole resistere alla modernità”. Ecco il punto: dietro a Lefebvre e alla sua eredità, c’è la resistenza a tutto ciò che è moderno, declinato in chiave politica e in modo spesso traballante e contraddittorio. Così, l’immigrazione diventa qualcosa di moderno da respingere. Insieme alla “messa nuova”, al dialogo interreligioso ed ecumenico, perfino alla separazione fra lo stato e la Chiesa. Nel calderone ci finisce tutto: Soros e i massoni, gli omosessuali e i musulmani. Tutto questo fa, in qualche modo, Concilio Vaticano II. Dicunt. Ed è una resistenza battagliera, quasi evangelica nel suo dire che o si sta con Roma o con Écône. Lo stesso Borghezio ha bacchettato Roberto Fiore (Forza Nuova), presente pure lui alle consacrazioni che però garantiva rispetto assoluto per il Santo Padre: no, ha detto l’ex esponente leghista, non si può. O con il Papa o con Pagliarani. “Non esistono mezze misure”. Allora ecco che la Fraternità orgogliosa, “saccente e superba” per usare le parole di Benedetto XVI, diventa la copertura cristiana alla rete nazionalista e sovranista che anni fa voleva mettere in piede Steve Bannon. Lui, che lefebvriano non è, aveva un decennio fa tentato di mettere in piedi la scuola di formazione per i futuri leader sovranisti nella Certosa di Trisulti, progetto poi naufragato che si poggiava sul Dignitatis Humanae Institute fondato nel 2008 con Benjamin Harnwell. Molti dei punti qualificanti l’idea sono gli stessi che da tempo risuonano nei corridoi di Écône: difesa costi quel che costi dell’occidente cristiano (sulle radici giudaiche bisogna aprire un capitolo a parte), lotta ai cosiddetti poteri nascosti e alle trame globali sovranazionali, identitarismo purissimo. Che si diffonde in rete, che fa proseliti tra sofferenze e insicurezze, precarietà e rabbia a lungo covata contro il “sistema”. La Fraternità diventa l’isola cui trovare riparo mentre il Papa va a Lampedusa a benedire il “cimitero di migranti” in mare, il luogo dove trovare la purezza mentre a Roma si organizzano i pellegrinaggi giubilari lgbtqi+ in San Pietro. Un programma politico, una visione di mondo dove il rito antico – che si può frequentare anche nei vari istituti autorizzati in comunione con il Pontefice – è solo il collante superficiale. Un nazionalismo sociale e culturale imperniato su una visione di mondo diversa, antiglobalista e antiliberale. Quando morì Jean-Marie Le Pen, il sito della San Pio X recuperò un suo vecchio articolo in cui il leader fondatore del Front National scriveva: “Fatte le debite proporzioni, per un momento ho pensato che Marcel Lefebvre stesse cercando di fare nella Chiesa ciò che io tentavo di fare in politica: arrestare per quanto possibile la decadenza nell’attesa di un’inversione di tendenza, del riflusso della marea. Ma il riflusso intellettuale, spirituale e demografico non finisce mai, e tutto accade come se dovesse durare in eterno”. E dentro il Rassemblement National vi sono parecchi aderenti alla Fraternità San Pio X, con la grande anomalia di Marine Le Pen, incrollabile paladina della laïcité alla francese che ritiene la religione un affare privato da coltivare nel chiuso della propria stanza. Écône è un luogo dove si accumula il risentimento verso un mondo che non piace, dove l’unica verità certa è la propria mentre il resto, quel che c’è fuori, è inesorabilmente sbagliato. La Fraternità non è in errore, mai. Nel 2013, quando naufragò l’ennesimo tentativo di riappacificazione con Roma, l’allora Superiore generale, mons. Bernard Fellay, incolpò “modernisti, ebrei e massoni”. Gli ebrei, ecco, altro tallone d’Achille, assai più serio delle defaillances col latino. Il vescovo Richard Williamson – poi fatto fuori perfino dalla San Pio X – negò l’esistenza delle camere a gas, dicendo che in realtà i morti ebrei sarebbero stati “solo” duecento o trecentomila e che comunque “se gli ebrei sono nemici di Gesù Cristo, allora non mi piacciono”. Il sacerdote Florian Abrahamowicz – pure lui espulso – sostenne tra le tante cose di non essere sicuro che le camere a gas fossero state usate per scopi diversi dalla disinfezione. Nel 2013, poi, tutta Italia s’accorse dei lefebvriani quando loro si mostrarono disponibili, con ardore, a celebrare ad Albano i funerali di Erich Priebke.
Uno degli errori che molti esponenti della Chiesa hanno fatto in questi anni è d’aver considerato i lefebvriani semplicemente dei tradizionalisti amanti della messa in latino. Infilandoli nel sacco dove ci sono però anche i cattolici, fedelissimi al Papa e con lui in comunione, che afferiscono ai vari istituti regolari che celebrano in vetus ordo. La Fraternità San Pio X è un’altra cosa, ormai è quasi un’altra Chiesa. Disobbediente non a un Papa, ma a quattro. Un’altra Chiesa che gode di appoggi politici ben interessati e ingenti finanziamenti (un vescovo americano, quello di San Antonio, in Texas, a scisma avvenuto, ha chiesto ai fedeli di non dare più un dollaro ai simpatici lefebvriani per le loro opere) , di una rete mediatica ben radicata che la fa sembrare più affollata e rilevante di quel che è nella realtà. Se però è sbagliato sopravvalutarne la forza numerica, altrettanto errato è sottovalutarne la forza ideologica. Oggi, per diffondere il proprio Verbo non serve una conferenza in presenza del capo spirituale del movimento. Basta connettersi, gratis, su Youtube. Quanti influencer, partiti con qualche video online, sono divenuti leader politici? Basta essere intelligenti e sapere quali corde toccare. In un mondo con le evidenze crollate, basta poco per convincere le coscienze disperate.