Il regime in Nicaragua copia il modello cinese: i vescovi sgraditi vengono fatti sparire

Da giorni non si sa più nulla di mons. Abelardo Mata, vescovo emerito di Estelí. Arrestato il 29 giugno e poi rilasciato, non ha più avuto contatti con la famiglia. Non si sa neppure dove sia. Proteste dagli Stati Uniti: "Tutelare la libertà religiosa"

11 LUG 26
Immagine di Il regime in Nicaragua copia il modello cinese: i vescovi sgraditi vengono fatti sparire

Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega

Roma. Il regime nicaraguense dei coniugi Daniel Ortega e Rosario Murillo ha deciso di adottare il metodo cinese, almeno per quanto riguarda il trattamento riservato ai vescovi sgraditi: farli sparire non si sa dove. Quanto capitato a mons. Abelardo Mata, ottant’anni, vescovo emerito di Estelí (diocesi che ha guidato dal 1990 al 2021), lo spiega alla perfezione. Il 28 giugno, il presule aveva celebrato una messa in cui aveva chiesto di pregare per la Chiesa perseguitata in Nicaragua e per il legittimo vescovo diocesano e suo successore Rolando Álvarez, costretto all’esilio a Roma dopo aver passato diversi mesi in un carcere di massima sicurezza e la condanna a ventisei anni di galera per presunti crimini contro lo stato. Richiesta, quella di pregare, inconcepibile per le autorità. Il giorno dopo, mons. Mata è stato arrestato mentre si trovava in ospedale per esami di routine. Le autorità hanno confermato il fermo cautelare ma aggiungendo che poche ore dopo era stato riportato a casa, accompagnato e “in ottima forma”. La custodia cautelare si è resa necessaria per “indagare su proprietà e legami familiari incoerenti con la condizione sacerdotale” del vescovo. Il problema è che di mons. Mata non si è più saputo nulla. La sua abitazione è circondata dalle forze di sicurezza giorno e notte e neppure i parenti sono riusciti a contattare il loro congiunto. Qualche bene informato attivista per i diritti umani ritiene che sia tutta una messa in scena e che mons. Mata non sia affatto a casa sua, bensì detenuto in qualche carcere del regime. Regime che, però, respinge ogni accusa: il vescovo ha riconosciuto “di essere stato trattato in ogni momento con il dovuto rispetto e la considerazione che caratterizzano le forze dell’ordine nicaraguensi”. Questo è quanto è comparso su un foglio di carta, non dalla voce di Mata, che sul “rispetto” che caratterizza la polizia nicaraguense in passato ha sollevato più d’un dubbio (eufemismo). Il governo ha giustificato l’arresto spiegando che al vescovo non era consentito celebrare nella sua ex diocesi e che lui non solo ha sfidato il divieto, ma ha anche chiesto di pregare per mons. Álvarez e per l’amministratore apostolico mons. Valle Salmerón, arrestato pure lui perché ha ordinato tre sacerdoti senza il previo consenso del governo. Insieme al vescovo sono stati arrestati anche due sacerdoti e un diacono, poi rilasciati a condizione che non aizzassero più le folle contro il governo né pregassero per la Chiesa perseguitata. I tre sono molto vicini al presule desaparecido, a conferma che le forze di sicurezza sono impegnate in un’opera di intimidazione contro chiunque faccia parte della cerchia di mons. Mata. Il vescovo è sempre stato uno dei più temuti avversari del regime. Finora, nulla ha scalfito la politica del regime, anzi. Più dall’estero si attacca la coppia presidenziale, più i coniugi Ortega si danno alla persecuzione di dissidenti e religiosi. Nulla li ferma, se è vero che le turbas armate entrano anche nei luoghi di culto interrompendo le celebrazioni e non di rado picchiando i celebranti (è capitato, anni fa, anche al cardinale Leopoldo Brenes). La diocesi di Estelí, che il governo considera l’epicentro della resistenza, ha subìto una persecuzione in piena regola: in meno di dieci anni è stata privata di circa il sessanta per cento del proprio clero. Il vescovo è in esilio dopo essere finito nelle prigioni patrie. La curia è decapitata. Pechino ha fatto scuola.