Il vino italiano regge, ma l'Italia si è disaffezionata al rosso

I dati del vino italiano sono il leggero peggioramento, ma considerando guerre e dazi difficilmente poteva andare diversamente. A colpire sono le difficoltà di quello che un tempo era il vino per eccellenza

17 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:13
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Foto Ansa

Nonostante le guerre in Ucraina e in Iran e le conseguenti difficoltà economiche, i dazi e i tentativi di far passare il vino come nocivo alla salute dell'uomo, il mercato del vino italiano ha retto anche nel 2025. Certo, secondo l'Annual report di Valoritalia (società italiana specializzata nella certificazione dei prodotti agroalimentari e leader nel settore vitivinicolo) presentato ieri a Roma, gli imbottigliamenti complessivi hanno registrato un'altra flessione del 2,1 per cento dopo quella di un anno fa, la produzione è stabile, e le giacenze in leggero aumento. Ma tutto sommato, nonostante nei primi sei mesi del 2026 i dati sono in ulteriore peggioramento, tutto sommato il bicchiere è mezzo pieno, segno che il comparto vino ancora regge bene nel nostro paese. Anche perché in un mercato in calo, secondo i dati del report di Nomisma, realizzato per Valoritalia, quello italiano cala meno degli altri e, anzi, trova piccoli nuovi sbocchi in Giappone e Canada, oltre a segnare interessanti aumenti di vendite lì dove l'enoturismo è gestito in modo coordinato tra consorzi di tutela, amministrazioni locali e strutture turistiche, come nella zona di Montalcino, Montepulciano o attorno all'Etna.
C'è però un ma. Ed è un ma che ferisce chi al vino dà soprattutto un colore, il rosso.
Quello che un tempo, nemmeno troppo lontano, era il vino per eccellenza, ora vive una disaffezione, che gli amanti del rosso non possono che definire spiacevole: la flessione nel 2025 è stata del 13 per cento, mentre gli spumanti sono cresciuti del 1,7 per cento, i rosati del 5,7 e i bianchi fermi del 6,3. Scriveva Goffredo Parise che il bere non è discriminatorio perché “sebbene ci siano necessarie e naturali preferenze, chi beve non discrimina, non può farlo, chi beve accetta tutti i frutti della vite e rende loro grazia”.
Vede retro discriminazione, ovvio, però le preferenze esistono e almeno per chi scrive il vino è prima di tutto rosso. E poi via tutti gli altri senza ordine di preferenze, non servono le classifiche vicino al bicchiere. È rosso per gusto e affezione, soprattutto per piacevolezza e tepore. Una predilezione un tempo maggioritaria, ora divenuta minoranza, per quanto assolutamente non discriminata.
Leggere quel meno davanti a 13 per cento è una crepa in un quadro che si credeva immutabile e che invece come tutti i gusti è mutabilissimo. Leggere quel meno davanti a 13 per cento è la consapevolezza che per ora è solo un cambio di bevute, ma che presto potrebbe diventare anche un cambio di produzione e chissà cos'altro.
Peggio ancora dei dati dell'Annual report di Valoritalia, a cui non si può portare rancore visto che sono dati e quindi un'immagine del mondo che ci sta attorno, ci sono le rilevazioni di YouGov che fotografa un paese che aumenta l'apprezzamento per i superalcolici nei bicchieri al posto del vino. Secondo un altro report di Nomisma di un anno fa, la preferenza per spumanti, bianchi, rosati deriva da una ricerca di “freschezza”. L'aumento delle temperature trasforma il gusto degli italiani. “Freschezza” che rientra anche nella scelta dei superalcolici, accanto alla voce “perché più alcolico”, che può essere facilmente tradotta nel “perché mi sento un fuoco prima” detto da un ragazzo a Mario Soldati in uno dei suoi ultimi lavori giornalistici nei primi anni Novanta.
Se per la temperatura noi amanti del rosso possiamo fare in modo di mettere in frigo la bottiglia, certo non tutte, per il “fuoco prima” non possiamo farci niente. Berremo come quei dannati bevitori che restano fedeli alla linea di un tempo, quella del rosso nel bicchiere.