Agli Emmy sbancano “The Crown” e “Ted Lasso”

Nessuna rivoluzione, ma Neflix ormai ha surclassato Hbo, con 44 statuette contro 19. Premiata anche "La regina degli scacchi". La cronaca della cerimonia
20 SET 21
Ultimo aggiornamento: 17:36
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Monarchia da una parte. Sani valori sportivi dall’altra, accompagnati da risate altrettanto sane (l’unica satira concessa prende di mira americani e inglesi, questione già risolta da Oscar Wilde che li considerava “popoli divisi da una lingua comune” – il Novecento non era neppure cominciato, per calcolare la modernità). La serie drammatica “The Crown” di Peter Morgan e la serie comica “Ted Lasso” di Jason Sudeikis hanno trionfato agli Emmy, domenica sera. La cerimonia si è tenuta a ranghi ridotti – i candidati inglesi partecipavano da un pub di Londra.
Non abbastanza per placare le ansie di Seth Rogen: “Mi avevano detto che sarebbe stata all’aperto”. Cedric the Entertainer, maestro di cerimonie, ha tenuto a ripetere che tutti erano vaccinati, lui con Pfizer, “perché sono snob”. Non lo hanno linciato: hanno capito la battuta (succede così di rado che diventa una notizia). La rivoluzione, parlando di temi e di storie (anche di scrittura: il personaggio di Ted Lasso ha una decina d’anni, viene da certi spot promozionali per la Nbc), è rimandata a una prossima volta. E’ già avvenuta se parliamo di piattaforme streaming contro televisione via cavo. Netflix ha vinto 44 Emmy. Hbo – che aveva avviato il nuovo corso: paghi un abbonamento e hai le serie per spettatori sofisticati – ne ha vinti solo 19.
Apple Tv+ (ultima a ficcarsi nel piatto ricco) da sola ha quattro Emmy, tutti imputabili a “Ted Lasso”: commedia, Jason Sudeikis protagonista, i due attori non protagonisti Brett Goldstein e Hannah Waddingham. Per chi non avesse mai avuto il piacere: un coach americano di football va ad allenare una squadra di calcio inglese. La ricca e divorziata proprietaria del club intende così vendicarsi del marito puttaniere che teneva tantissimo alla squadra. Ma non c’è nulla che non si possa ottenere con l’impegno e la fiducia in se stessi. Un manuale per riuscire contro le avversità, sul campo di calcio e negli spogliatoi e pure nella vita con un figlio lontano e una moglie separata. Ritmato con le battute di un inguaribile ottimista. Pare una vecchia sit-com, dev’essere colpa della pandemia. Come da tutti i pronostici, “The Crown” ha trionfato come serie drammatica.
Nella quarta stagione c’era la giovane Diana, raccontata come una vittima sacrificale (con mano non proprio leggera: lei guida verso Balmoral, la famiglia reale cerca un cervo ferito a cui dare il colpo di grazia). C’era Margaret Thatcher, ridicolizzata perché scende dall’auto in tailleur e tacchi nel vialetto fangoso. I giurati sono andati in visibilio: 11 statuette. Tra gli altri: Peter Morgan (senza il quale nulla esisterebbe), Olivia Colman, Gillian Anderson, Josh O’ Connor, Tobias Menzies. Premio per la miglior miniserie a “La regina degli scacchi”, la sfortunata e molto studiosa orfanella che batte a scacchi tutti i maschi che incontra. Anya Taylor-Joy era elegantissima e regale sul red carpet. L’Emmy è andato alla rivale Kate Winslet in “Omicidio a Easttown”: grigio, tristezza, occhiaie, e qualche rotolino in vita spianano la strada verso i premi.