Io e Lulù

La recensione del film di Channing Tatum e Reid Carolin, con Channing Tatum, Jane Adams, Kevin Nash
16 MAG 22
Ultimo aggiornamento: 11:22
Le apparenze ingannano. Il manifesto mostra un uomo con un cane sulle spalle, in posa da pastore con la pecorella. Sbagliato, sono due ex rangers. L’uomo è Briggs, che vorrebbe tornare in missione, fanno ostacolo certe lesioni cerebrali – al momento aiuta in mensa, porta fuori la spazzatura, spacca la legna e ha per suoneria del telefono “La cavalcata delle Valchirie”. Il pastore belga Lulù ha fatto otto missioni in sette anni: sta in gabbia con la museruola, non fa avvicinare nessuno, vogliono portarla al funerale del ranger – molto amico di Briggs – che l’ha addestrata e ha combattuto con lei. “Tranquilli, il cane non muore”, garantisce il regista e attore Channing Tatum, che con il film rende omaggio a un suo cane molto amato. On the road succedono tante cose, meno prevedibili di quel che lo spettatore attende dai servizi tv e dalle notizie di agenzia che danno a Lulù della “cagnolina”. I nostri finiscono in una piantagione di canapa, da un obiettore di coscienza che spara siringhe soporifere. Poi è la volta di Portland, dove le ragazze son fuori di testa più che mai. L’uomo e l’animale – un pochino placato ma sempre imprevedibile – scroccano una notte in un albergo di lusso: nessuno osa negare una stanza gratis a due veterani. Purtroppo l’albergo è frequentato da arabi, e Lulù fa il suo lavoro: strappa il guinzaglio e aggredisce. Channing Tatum è bravo, e la sceneggiatura del co-regista Reid Carolin molto originale su un tema che non lo sarebbe.