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Le città di pianura
La recensione del film di Francesco Sossai, con Sergio Romano, Filippo Scotti, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi
di
11 OCT 25
Ultimo aggiornamento: 10:37 AM | 8 MAY 26

Cosa sarebbe la letteratura italiana senza la provincia? Lo chiedeva un critico, quando ancora non eravamo assillati e sopraffatti dai romance – così nell'era dei social e di internet hanno ribattezzato l'eterno e immortale genere del romanzo rosa. A dispetto dell'acquisita nobiltà che vede queste storie dominare le classifiche: romanzi rosa erano e romanzi rosa restano. La provincia – detto senza pregiudizi – salva anche il cinema.
Per esempio, in questo strepitoso film diretto da Francesco Sossai che firma anche la brillante sceneggiatura, scritta con Adriano Candiago. C'è l'ultimo bicchiere, a costo di macinare chilometri in macchina, già ubriachi, per trovare un bar aperto. La leggenda di chi è riuscito a fuggire dopo aver rubato occhiali su occhiali alla ditta per cui lavorava. C'è un giovanotto ingenuo, appena laureato e già respinto dalla ragazza dei suoi sogni: i nostri decidono di svezzarlo alla vita notturna di chi non sa come tirare mattina – lui sale in macchina, ma preferirebbe visitare la Tomba Brion progettata nel 1969 dall'architetto Carlo Scarpa (è accanto al cimitero di Altivole, provincia di Treviso: meta turistica da quando Denis Villeneuve l'ha filmata per una scena di "Dune 2").
Nelle città di pianura, la provincia piatta del Veneto dove non succede mai nulla. I ristoranti amati chiudono, e "un gelato che cade dal cono mostra lo spavento" – variazione nostra sulla "Terra desolata" di T. S. Eliot.