Cinema
pop corn •
Le città di pianura
La recensione del film di Francesco Sossai, con Sergio Romano, Filippo Scotti, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi

Cosa sarebbe la letteratura italiana senza la provincia? Lo chiedeva un critico, quando ancora non eravamo assillati e sopraffatti dai romance – così nell'era dei social e di internet hanno ribattezzato l'eterno e immortale genere del romanzo rosa. A dispetto dell'acquisita nobiltà che vede queste storie dominare le classifiche: romanzi rosa erano e romanzi rosa restano. La provincia – detto senza pregiudizi – salva anche il cinema.
Per esempio, in questo strepitoso film diretto da Francesco Sossai che firma anche la brillante sceneggiatura, scritta con Adriano Candiago. C'è l'ultimo bicchiere, a costo di macinare chilometri in macchina, già ubriachi, per trovare un bar aperto. La leggenda di chi è riuscito a fuggire dopo aver rubato occhiali su occhiali alla ditta per cui lavorava. C'è un giovanotto ingenuo, appena laureato e già respinto dalla ragazza dei suoi sogni: i nostri decidono di svezzarlo alla vita notturna di chi non sa come tirare mattina – lui sale in macchina, ma preferirebbe visitare la Tomba Brion progettata nel 1969 dall'architetto Carlo Scarpa (è accanto al cimitero di Altivole, provincia di Treviso: meta turistica da quando Denis Villeneuve l'ha filmata per una scena di "Dune 2").
Nelle città di pianura, la provincia piatta del Veneto dove non succede mai nulla. I ristoranti amati chiudono, e "un gelato che cade dal cono mostra lo spavento" – variazione nostra sulla "Terra desolata" di T. S. Eliot.