Terapia di famiglia

La recensione del film di Arnaud Lemort, con Christian Clavière, Cristiana Réali, Claire Chust, Baptiste Lecaplain

Sigmund Freud aveva una regola semplice. “Se non hai pagato non sei guarito”. Gli emuli moderni - un po’ per la tendenza ebraica a frequentare la propria sinagoga e a sdegnare quella degli altri, un po’ per l’impraticabilità di un’analisi che prevede almeno varie sedute a settimana, per anni - hanno inventato varianti più o meno ortodosse. Niente divanetto, ormai ci si guarda negli occhi. Terapie brevi o brevissime, la parola magica è comportamentali. Damien è un nevrotico parecchio invadente (una volta c’erano i nevrotici timidi, i tempi son cambiati) e decisamente importuno. Neppure il dottor Béranger, suo terapeuta in carica, lo sopporta più dopo 5 anni. Cerca di liberarsene avviandolo a un’impresa impossibile: trovarsi una fidanzata. Quindi aggiunge, “si trovi una ragazza nevrotica come lei, e risolverà i suoi problemi” - diceva o no Jung che “l’amore è l’incontro tra due nevrosi?” Un anno dopo, il medesimo strizzacervelli, padre di una rampolla che fatica a trovare morosi all’altezza - non si sa se è colpa sua, o del genitore impiccione. dopo dieci minuti di film la situazione risulta chiara allo spettatore - si appresta a ricevere Alice con il fidanzato di turno. Per un supplemento di cura si affida agli oli essenziali, e a certe pietre dalle miracolose qualità (la consorte ne andava pazza) e subito al poveretto viene una fitta al cuore. Si son conosciuti on line, ma papà non lo deve sapere.