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Volti e memorie di Alighiero. L'uomo dai mille volti
Con i suoi ritratti spinti alla caricatura di politici e cantanti, soubrette e intellettuali sfidò per primo gli ossequi e i timori reverenziali verso “i potenti” nella tv ingessata degli anni Sessanta. Imitava il mondo intero e finì per non conoscere se stesso. In ricordo di Noschese, genio consumato e infelice
di
4 MAY 26

Murale dedicato ad Alighiero Noschese nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano. Foto Ansa
Si studiò sempre di diventare qualcun altro o tutti gli altri: un caleidoscopio di temporanee metamorfosi calcolabili, ma per difetto, in un migliaio di facce e voci, finché il dio Proteo non si stancò di lui o lui del dio, e distrusse tutte le maschere nell’unica maniera che gli parve possibile. Eliminando il volto che le indossava. Così, nella mattinata del 3 dicembre 1979, Alighiero Noschese, trasformista, attore, l’uomo che per sembrare tutti finì per non conoscere chi fosse lui, si uccise nel parco della clinica romana Villa Stuart con un colpo di Smith & Wesson calibro 38 special alla tempia dinanzi a una statua della Madonna di Lourdes. Non sapeva che quel giorno, in quella stessa clinica di Monte Mario dove curava un’incurabile depressione, fossero ricoverati due personaggi di cui aveva riprodotto con successo le fattezze negli spettacoli televisivi: Giulio Andreotti e l’annunciatrice Mariolina Cannuli. Né poteva prevedere che la notizia del suicidio sarebbe stata letta al telegiornale da Mario Pastore, un altro suo cavallo di battaglia nell’immenso guardaroba delle identità di cui, sin dall’infanzia, s’era assiduamente esercitato ad appropriarsi.
“L’uomo dai mille volti” è stato ricordato il 13 aprile scorso nello storico Teatro Diana al Vomero, il quartiere napoletano dove l’artista nacque nel 1932 e dove spesso ritornava, anche se volle che i suoi resti riposassero a San Giorgio a Cremano, la cittadina di Massimo Troisi. Non fu un Crozza ante litteram, tutt’altra cosa: con quei ritratti spinti alla caricatura di politici e cantanti, soubrette e intellettuali sfidò per primo gli ossequi e i timori reverenziali verso “i potenti” nella tv ingessata degli anni Sessanta, ne mise in ridicolo tic e fumisterie, vezzi e difetti senza mai schierarsi da una parte simulando di pungere anche l’altra. Con garbo ma non politicamente corretto Noschese realizzò la propria smania di incorporazione, quasi una pulsione animica che turbò Federico Fellini (anch’egli, ça va sans dire, nella galleria degli imitati) e trovò un partner ideale nell’autore principale dei suoi testi: Dino Verde, vomerese pure lui e amico di Alighiero da quando giocavano a pallone. Per capire meglio l’uomo delle metamorfosi, il “Fregoli delle facce” o “Mister Cartacarbone”, come lo denominò l’eccentrico Giancarlo Fusco, c’è una biografia imprescindibile di Andrea Jelardi uscita nel 2013: Alighiero Noschese, l’uomo dai 1000 volti (trasfusa pure in un documentario). Nell’esergo si legge una frase di Enzo Tortora: “L’unica imitazione che non riuscì a fare fu quella di un uomo felice”.
Noschese realizzò la propria smania di incorporazione, quasi una pulsione animica che turbò Federico Fellini
Noschese felice fu di rado o forse mai, infelice lo fu quando la sua stella s’avviò al declino; quando la moglie Edda, un’ex “maschera” del Teatro Parioli da cui aveva avuto due figli, lo abbandonò; quando il ritorno in grande stile sul piccolo schermo con lo show del sabato Ma che sera, prima puntata 4 marzo 1978, coincise col periodo più buio della storia repubblicana. Dodici giorni dopo il debutto le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, tra i pezzi forti delle imitazioni di Noschese al pari del ministro dell’Interno Cossiga e del presidente del Consiglio Andreotti: la Rai continuò ugualmente a mandare in onda Ma che sera per non privare il paese di un altro tassello di normalità, però Noschese dovette tagliare molte delle sue “facce” – erano ben centoventi – perché non si potevano ridurre a macchietta i protagonisti del dramma nazionale. L’ultima puntata fu trasmessa il 22 aprile, nel pieno dei “cinquantacinque giorni” del sequestro del leader Dc. Profetico lo stacchetto finale: “Alighiero vi saluta e se ne va”. Il ritorno al teatro, una serie di collaborazioni con le prime emittenti private, l’ipocondria incontrollabile e uno stato di crescente abbattimento avrebbero separato il congedo dallo schermo dal congedo dalla vita. Lo spettacolo che stava preparando, quando un collasso durante le prove lo convinse al ricovero, s’intitolava L’inferno può attendere.
Se ne andò con Noschese colui che il regista Giuseppe Sansonna ha definito “un almanacco caricaturale del mondo contemporaneo”, “un medium che ribolliva di troppe anime con la dannazione però di non averne una sua”. Per Fellini, che nel 1970 carezzò l’idea di fare un film sulla sua vita, rappresentava una sorta di pupazzo magico, quasi un automa animato da un ventriloquo misterioso per Noschese stesso, il quale spesso confidò: “Non mi conosco”. Era l’enigma di chi aveva archiviato centinaia e centinaia di voci su diciannovemila bobine e musicassette per perfezionarne l’imitazione mentre sosteneva che la voce sua, quella vera, fosse “così insignificante, e così ‘non voce’, che non riesco ad adoperarla senza sentire un senso di disagio”. Era l’enigma di cui si sarebbe tornati a parlare un paio d’anni dopo la sua morte, quando il nome di Noschese spuntò tra gli iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Si disse, ma non fu mai provato, che il venerabile gli avesse chiesto di imitare al telefono Andreotti per impressionare gli aspiranti adepti, e persino di fingersi il banchiere Roberto Calvi per chissà quali oscuri intenti. Probabili fole, tranne l’adesione alla P2 che seguiva a una lunga militanza massonica sulla scia paterna, prima nella Gran Loggia d’Italia poi nel Grande Oriente. La sua iniziazione datava 19 aprile 1967, quattro giorni dopo la morte di un altro celeberrimo “fratello”: Totò, con cui Noschese avrebbe condiviso anche l’accorato addio di Napoli nella chiesa del Carmine in piazza Mercato, che si gremì di migliaia di persone per i funerali di entrambi.
Non occorre infarcire di ulteriori misteri la personalità già misteriosa di un figlio della media borghesia napoletana, nato il 25 di novembre come il bel poeta Ferdinando Russo. Sin da ragazzino rubò voci agli estranei per sfidare la propria timidezza e vinceva un’ineluttabile mestizia con l’arte della burla, cui non avrebbe rinunciato neppure a successo raggiunto canzonando famigliari, amici e colleghi. Cominciò al Pontano, il severo liceo classico dei gesuiti dove si finse l’economo per ordinare tre quintali di provolone ma godette della benevolenza del docente di filosofia, che gli permetteva di rispondere alle interrogazioni imitando Nunzio Filogamo e Vittorio De Sica. Più tardi, iscritto a Legge per accontentare il padre, superò l’esame di filosofia del diritto con la voce di Amedeo Nazzari e di diritto ecclesiastico con quella di Totò (senza che i professori se ne avvedessero). Non conseguì la laurea, ma la frequenza a procedura penale gli valse la conoscenza di una sua futura maschera: l’insigne giurista Giovanni Leone, che ebbe il coraggio di scimmiottare davanti a tutti in aula su benevolo invito dello stesso, cui era giunta voce della parodia. Fu meno compiacente il direttore della redazione napoletana di Paese Sera, con cui Noschese cominciò a collaborare: sorpreso a improvvisare un comizio di Togliatti venne cacciato all’istante. Fu intensa la gavetta del mancato avvocato, che finalmente vinse un provino alla Rai grazie alla capacità di simulare ventun voci diverse ed entrò nella compagnia di prosa radiofonica: è curioso che Vittorio Veltroni, padre di Walter e direttore dei programmi, lo indirizzasse a Nino Meloni, nonno di Giorgia, da cui dipendeva la compagnia del teatro comico musicale. Guadagnò sempre più spazio fino all’exploit con Scanzonatissimo di Dino Verde, prima rivista teatrale di satira politica che registrò il tutto esaurito per cinque mesi nel 1962 (e diventò anche un film). Il consenso del pubblico fu ratificato con il passaggio alla televisione al prezzo di sopportabili tagli censori.
Non conseguì la laurea, ma la frequenza a procedura penale gli valse la conoscenza di una sua futura maschera: l’insigne giurista Giovanni Leone
Lo studio dei suoi personaggi era meticoloso: comparava su due nastri magnetici la voce dell’originale e la propria finché non era soddisfatto; appuntava le movenze, le espressioni facciali, enfatizzava i difetti, parodiava i più tipici giri di frase e quando replicava un cantante ne riproponeva i brani riscritti. Praticò più con bonomia che con spietatezza ciò che ancora non s’etichettava come body shaming. Se ne aveva un po’ a male Amintore Fanfani, sfottuto per l’esigua statura, se n’ebbero a malissimo Rita Pavone e Teddy Reno, che lo denunciarono, e Sergio Endrigo per la luttuosa copia temendo di passare per menagramo; non se n’ebbe per nulla Orietta Berti ancorché ribattezzata Orietta Bertuccia o Cicorietta Berti né la radicale Adele Faccio, cui Noschese-Pannella dedicò, pensate un po’, La più bella sei tu. I più però aspiravano a patire la sua imitazione quasi fosse un certificato di popolarità. Qualcuno, come il liberale Giovanni Malagodi e il repubblicano Ugo La Malfa, gli suggeriva le dritte sui propri atteggiamenti per rifinirgli lo sketch; oppure, nello straniante rimpiattino tra vero e falso, giudicava preferibile il secondo come il ministro delle Finanze Luigi Preti, che omaggiò “la benevolenza estetica dell’imitatore”; o Arrigo Levi che promise a Noschese: “Mi sforzerò in futuro di avvicinarmi di più a Levi come lo fa lei perché mi pare migliore dell’originale”. Fece effetto persino a Nilla Pizzi, che guardando la sua fotografia su un rotocalco ne fu molto compiaciuta ma scoprì l’inganno dalla didascalia. Qualche volta Alighiero sviluppò con l’imitato un rapporto di autentica amicizia, come con lo stregato Fellini e con il corrispondente Rai da New York, Ruggero Orlando, rispettivamente padrini di battesimo dei suoi figli Antonello e Chiara.
Lo studio dei suoi personaggi era meticoloso: comparava su due nastri magnetici la voce dell’originale e la propria finché non era soddisfatto
Fu raro il caso in cui non riuscì a calarsi dentro un personaggio: gli accadde per incapacità di intercettarne l’animo con il segretario del Movimento sociale, Giorgio Almirante, e se ne rammaricò; lo entusiasmavano all’opposto le immedesimazioni che sentiva migliori, come quelle con Emilio Colombo e con Andreotti, il quale fu rimproverato dall’anziana madre Rosa che lo vide ballare in tv: “Perché hai fatto il buffone” gli disse il giorno dopo. Lui non capì, giacché era stato Noschese.
Oggi molte di quelle facce corrisponderanno, per la maggioranza dei lettori, a nomi sbiaditi o mai sentiti, ma era il gran teatro dell’Italia di allora in cui Noschese brillò con Doppia coppia, Serata d’onore, Canzonissima, Formula due assieme a Loretta Goggi nel 1973, quando produsse addirittura venticinque imitazioni a puntata per un totale di duecentotrenta. E non era solo l’Italia: si trasformò in Mao, Nixon, Carter, nella regina Elisabetta, studiando di ciascuno le voci in originale mentre aveva assicurato la sua per 35 milioni nel 1966, circa 700 mila euro di adesso. Ci fu uno psicologo che lesse il suo suicidio come “un tragico tentativo per ritrovarsi finalmente, per decidere chi era, una buona volta, senza dover più imitare gli altri” (lo cita Jelardi nella biografia). Fu probabilmente così, anche se pare più difficile comprenderlo guardando da quest’epoca in cui ognuno veste sui social le molteplici versioni di se stesso per imporsi in un eccesso di declinazioni, mentre ad ammazzare l’Io sono rimasti forse solo i buddhisti e i preti cattolici (però nemmeno tutti).
Al contrario, sotto il dominio del suo Proteo opposto a quello di Narciso, Noschese frantumò l’identità consumandosi il volto a furia di ceroni, trucchi, ciglia posticce, calvizie finte o parruccone cespugliose come quella di Lucio Battisti, che pettinava col rastrello. Fu scaramantico alla napoletana (santini in una tasca e nell’altra i cornetti di corallo), non lasciò mai che al ristorante pagassero gli amici, si sgomentava per qualsiasi difficoltà pratica e quando era Alighiero e non un altro si porgeva con la delicatezza di chi chiede quasi scusa di esistere.
L’attore Gino Rivieccio, che per emulazione di Noschese cominciò da piccolo a immaginare il suo futuro, è tra quelli che l’hanno celebrato al Teatro Diana e ricorda come lo conobbe: “Fu nel suo camerino al termine di uno spettacolo a San Pellegrino Terme, dove ero andato in vacanza nel 1969. Mi presentai come un fan napoletano, allora lui sorrise e disse: ‘Basta che hai fatto il biglietto…’, poi mi diede un buffetto su una guancia”. Per Rivieccio, nato al Vomero anche lui, Dino Verde riscrisse nel 1993 Scanzonatissimo. “Mi sono sempre sentito legato a Noschese come alla sua generazione, in cui più mi riconosco”, aggiunge. “Erano comici super partes e autori che si reputavano di tutti e di nessuno facendo satira ma senza offendere: Verde, Terzoli, Vaime, Nino Taranto, Walter Chiari, Gino Bramieri. Artisti bipartisan, che non conoscevano gli eccessi o la violenza verbale e non usavano affilare più o meno il coltello a seconda delle propensioni politiche”. Rivieccio scelse di non parlare mai con Verde della fine di Noschese perché lo addolorava troppo, “ma da direttore artistico del Premio Troisi quando vado a San Giorgio a Cremano passo sempre a salutare la tomba di tutti e due, di Massimo e Alighiero. Un fiore per ciascuno”.