Il “Nabucco” e la sua mitologia risorgimental-verdiana

Facciamo il punto su uno dei titoli sacri della Scala di Milano che torna sul palco con un nuova produzione di Riccardo Chailly, la regia di Alessandro Talevi e un cast stellare

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16 MAY 26
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Foto di Brescia e Amisano

Ci siamo. Questa sera la Scala mette in scena uno dei suoi titoli sacri: Nabucco. Nuova produzione diretta da Riccardo Chailly, regia di Alessandro Talevi, cast stellare. Ma in realtà di Nabucchi ce ne sono due: quello “vero”, storico, fattuale, e quello mitico o mitizzato. Un duetto per fare il punto.
Federico Freni: Milano, inverno 1841. Il giovane Verdi è in crisi: sono morti i due figli e la giovanissima moglie, Margherita Barezzi. Alla Scala, la sua prima opera, Oberto conte di San Bonifacio, è andata bene. La seconda, Un giorno di regno, malissimo. E’ deciso a smettere con il teatro. Di questa scelta non è convinto l’impresario della Scala, Bortolomeo Merelli: in quel ragazzo, pensa, c’è un fuoco che va alimentato. Una sera gli allunga un libretto d’opera. Verdi neppure lo apre: ha deciso che non comporrà più. Merelli insiste, Verdi resiste. Più per buona creanza che per convinzione, si ficca il libretto in tasca. “Rincasai – così Verdi nel 1879 a Giulio Ricordi – e con un gesto quasi violento gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi ritto in piedi davanti”. Il fascicolo cadendo si apre: “Senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi e mi si affaccia questo verso: Va’, pensiero, sull’ali dorate”. Il resto è storia. L’opera va in scena alla Scala il 9 marzo del 1842: trionfo. Così nacque Nabucco. E con Nabucco il mito di Verdi, alimentato da una narrativa post-risorgimentale che si condensa tutta dalla retorica dannunziana del “pianse e amò per tutti”.
Alberto Mattioli: Alt. Distinguiamo fra leggenda e realtà. Verdi diede della genesi di Nabucco due testimonianze. Una è quella che hai riportato, confluita poi nel noto libro di Pougin, Verdi: vita aneddotica. L’altra nasce da un’intervista rilasciata da Verdi, a Tabiano nel 1868, a Michele Lessona per il suo Volere è potere, una specie di manuale di autoaiuto all’americana per giovani ambiziosi. Le due versioni differiscono in qualche particolare, ma sono molto simili. L’impressione, però, è che Verdi stesse costruendo la sua leggenda per i posteri. Dopo il fiasco del Giorno di regno, Verdi resta a Milano, invece di tornarsene a Busseto o magari concorrere a qualche posto di maestro di cappella. Non solo: l’Oberto fu ripreso nell’autunno del ’40 alla Scala e poco dopo al Carlo Felice di Genova, e sappiamo che in entrambi i casi Verdi compose qualche pezzo nuovo. In realtà, per quanto depresso fosse, non rinunciò mai al teatro. Nabucco gli diede ragione. Il primo ciclo di recite ne totalizzò soltanto otto, perché all’inizio della Quaresima i teatri chiudevano. Ma la ripresa autunnale ne “fece” 57, record scaligero tuttora imbattuto. Secondo te, cosa aveva quest’opera per piacere tanto?
FF: Molte buone ragioni. Per quanto in Nabucco non ci siano salti stilistici o maturazioni repentine, c’è però di sicuro un cambio di passo nella scrittura, che consente di percepire in modo immediato l’energia drammatica della musica: un fenomeno che, in termini così diretti, era ancora sconosciuto. Poi, al fianco delle ragioni più strettamente musicali, c’è… Milano. Altrove, quel successo Nabucco non lo avrebbe avuto. Nel 1842, la città è una polveriera pronta a esplodere. Chiariamoci: Verdi non scrisse Va’ pensiero con intenti rivoluzionari. Eppure divenne il simbolo della lotta all’oppressore austriaco. Prima il coro, poi l’opera, poi la Scala e poi viva V.E.R.D.I.
AM: Di certo Nabucco arrivò in un momento storico particolare, come avrebbero dimostrato i milanesi sei anni dopo. Ma la leggenda del Verdi tutto risorgimentale, “il musicista con l’elmo in testa”, come ironizzava Rossini, nasce dopo l’Unità, nell’ambito di quel processo di “Nation building” per cui, fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani. In realtà, l’unica opera programmaticamente risorgimentale di Verdi è La battaglia di Legnano. Una delle leggende più tenaci sul Va’ pensiero (che poi va sull’ale dorate, con la “e”, come da edizione critica) è che sia stato bissato alla prima. Si dovette aspettare il 1997 perché Roger Parker smentisse molti biografi verdiani dimostrando, giornali dell’epoca alla mano, che tutta l’opera sollevò l’entusiasmo del pubblico, ma a essere ripetuto fu un altro coro, l’ultimo, Immenso Jeovha. Sempre Parker scopri poi anche un altro documento decisamente controcorrente. Siamo nel 1848, l’anno delle rivoluzioni e della Prima guerra d’Indipendenza, e Nabucco va in scena al San Carlo dove il pubblico non gradisce perché, ironia della sorte, trova che l’opera sedicente patriottica non lo sia abbastanza. Lo scrive la rivista Teatri, arti e letteratura il 4 maggio 1848: “A Napoli si è cantato Nabucco con mediocre successo, perché il pubblico chiede al Verdi le tradizioni d’Italia e non dell’antico Oriente”. Perfino nel clima iperbolico e incandescente del Quarantotto l’equazione “ebrei=italiani” era tutt’altro che scontata.
FF: Il mito di Verdi alfiere del Risorgimento è certamente posticcio, siamo d’accordo. Ma talvolta (i greci insegnano) nel mito riversiamo quelle gocce di verità che sono troppo dure da accettare se dette in modo chiaro. Noi italiani abbiamo costruito il mito del Risorgimento perché siamo diventati stato senza essere nazione, e Verdi si è prestato al gioco, un gioco che tutto sommato conveniva a tutti. Tornando a Nabucco, confesso che questo Verdi acerbo mi piace più di molte opere successive e aggiungo che mi piace pure ascoltarlo pensando alle Cinque giornate. Quindi tonante e barricadero!
AM: Adesso, come da tradizione, esibiamoci nei nostri consueti fantacast. Inizia tu a elencare il quartetto Nabucco-Abigaille-Zaccaria-direttore dei tuoi sogni, anche mischiando epoche…
FF: Iniziamo a dire che il cast di stasera è in assoluto il migliore che si possa mettere insieme oggi. A cominciare proprio dal protagonista, Luca Salsi. Più di Bruson, Nucci, Bastianini o Cappuccilli, Salsi riesce a rendere in modo impeccabile l’evoluzione del personaggio, che è poi il vero tema dell’opera. Per Abigaille per quanto combattuto tra Lei e la Cerquetti, scelgo Lei: quindi Callas, mille volte Callas! Zaccaria è la parte di Ghiaurov. Quanto al direttore farò una scelta controcorrente, che però rispecchia la mia idea di Nabucco come testo sacro del Risorgimento (Elvio Giudici mi perdonerà il prestito), un’opera dove la linea drammatica prevale sull’afflato puramente lirico. E dunque, con convinzione, voto Giuseppe Sinopoli. E tu?
AM: Per Nabucco vorrei uno dei grandi baritononi verdiani degli anni Venti o Trenta, che so? Danise o Stracciari o Galeffi. Anzi, meglio un tedesco come Heinrich Schlusnus, perché in Germania negli anni Trenta ci fu una Verdi-renaissance dove il Nostro veniva cantato altrettanto bene che in Italia ma con gusto più moderno. Per Abigaille, Callas tutta la vita (alternativa: la Cerquetti nel breve momento di splendore). Zaccaria è una bruttissima bestia perché dev’essere un vero basso in quanto sacerdote e profeta e così via ma ha una tessitura molto acuta. Quindi ci vuole un grandissimo: Pinza o Pasero o Siepi o Ghiaurov. Comunque alla Scala con Salsi-Netrebko-Pertusi (e Meli e Simeoni) direi che promette bene. Che dici?
FF: Promette benissimo. E lo stesso vale per Chailly. A proposito, al tuo cast manca il direttore….
AM: Confesso che per una volta vorrei che il Verdi “di galera” fosse diretto da un baroccaro o ex tale, che legga l’opera cercandoci le sue radici rossiniane e donizettiane. E che “sgrassi” il giovane Verdi dalla retorica risorgimentale. Detto questo, anch’io ho un debole per il disco di Sinopoli e il fatto che l’abbia anche tu mi conferma che oggi è forse il musicista di cui sentiamo più la mancanza. Buon Nabucco a tutti.