Massimo Cingolani: “Un museo in Valtellina con i giocattoli di una vita”

"La mia generazione beneficiò di una importante novità: la produzione industriale metteva i giochi alla portata di tutti, mentre il mondo scopriva i pagamenti rateizzati", dice il collezionista. Intervista

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 Chi non ha estirpato assieme al dente del giudizio l’homo ludens che è in sé, o non lo ha spossato troppo nei sudoku obbligatori della vita, sarà felice di visitare (gratis) o di sapere che c’è a Sondrio un “Piccolo Museo del Giocattolo” con oltre 15 mila pezzi fra trenini, bambole, soldatini, plastici e modellini. Il fondatore, Massimo Cingolani, settant’anni, è “one of us”, di quella specie assai discreta di Lord Jim il cui cuore resta disciplinato per decenni in un completo grigio finché slacciata la cravatta può godersi la passione in tutta libertà.
 
Quando ha aperto il “Piccolo Museo del Giocattolo in Valtellina”?
È nato nel 2019 da un’idea che avevo da sempre. Ho conservato i giocattoli posseduti da quand’ero bambino e ho tenuto con cura persino le scatole, che spesso vengono gettate via. Perciò sul mercato del collezionismo arrivano a valere molto più del giocattolo stesso.
 
Qual è stato il suo primo pezzo importante?
Un locomotore Rivarossi che mi regalarono in terza elementare. La mia generazione beneficiò di una importante novità: la produzione industriale metteva i giocattoli alla portata di tutti, mentre il mondo scopriva i pagamenti rateizzati. Chi amava i trenini poteva comprare un vagone per volta, i binari, gli accessori per costruirsi a poco a poco la sua ferrovia. Anche la Barbie si vendeva vestita in costume da bagno perché fosse più economica, poi si potevano acquistare tutti gli abiti e le versioni possibili. Rappresentò pure una scossa culturale, perché fu la prima bambola col seno. Turbò le due chiese del tempo, la Dc e il Pci. Si contemplava il delitto d’onore, però faceva scandalo Barbie.
 
Censura sui giocattoli?
Negli anni Cinquanta furono censurate le gonne corte delle squaw e un modellino di cowboy fu tolto dal commercio per la posa troppo minacciosa. Sulle scatole veniva applicato il bollino “GM”: garanzia morale. Negli anni seguenti, quando l’Atlantic produsse le scatole con Hitler e Mussolini, furono presentate interpellanze per farle ritirare. Ma la censura ha precedenti illustri: dopo la Prima guerra mondiale, il Trattato di Versailles vietò alla Germania di fabbricare soldatini e le ditte riconvertirono la produzione in figurine da presepio.
 
Non ha mai smesso di collezionare?
Nonostante gli impegni di lavoro. Ho fatto l’agente delle assicurazioni per tradizione di famiglia, ma mi laureai in filosofia con una tesi sulla “Rerum novarum”. Sono nato a Sondrio, ho vissuto a Milano e il museo rappresenta anche un ritorno personale. Organizzo iniziative con il Comune e ospito scolaresche: per i nativi digitali scoprire cos’è un trasformatore o apprendere una vicenda storica da un diorama sono esperienze che destano meraviglia. Una scena della battaglia di Adua o di una fucilazione stuzzica la voglia di saperne di più. Ho esposto anche modellini della brigata ebraica e delle Ss arabe, per far capire come stavano le cose. Eppure, i destinatari naturali del mio museo restano forse i baby boomer, almeno quelli in cui si riaccende la favilla di quand’erano bambini davanti a un modellino.
 
L’industria del giocattolo italiana ha una brillante tradizione.
Testimoniava una cultura umanistica e uno speciale senso estetico anche nei disegni delle scatole. Il catalogo Rivarossi era più bello del Märklin, i trenini più curati nei dettagli grazie all’uso della bachelite, e le italiane Politoys e Mebetoys aprirono per prime le portiere delle macchinine. Purtroppo le aziende nostrane non hanno resistito all’ingresso della Cina nella Wto. Ha appena chiuso i battenti l’ultima produttrice di modellini, la pesarese M4 che aveva rilevato la Rio di Milano. Gli altri brand conservano il nome, ma sono cinesi.
 
E l’Atlantic?
Ebbe un destino bizzarro: fu acquisita in Iraq all’epoca di Saddam Hussein, perché aveva la passione dei soldatini. Comprò gli stampi ma andarono persi nella prima guerra del Golfo.
 
Cosa è mancato agli imprenditori italiani?
Non la genialità ma la visione, a differenza della Lego che ha saputo resistere ai cambiamenti. È difettata la cultura del co-branding: la Rivarossi faceva i trenini del Far West ma mai pensò a una partnership con Bonelli. E l’Atlantic all’epoca di “Guerre stellari” rifiutò di produrne i gadget. Ora confido nelle nuove tecnologie: con le stampanti 3d si potrebbe riportare in Italia una produzione di altissima qualità. Sarebbe una sfida interessante.
 
Qual è l’episodio più curioso che le è capitato da collezionista?
Scovare in vendita su eBay in Argentina una locomotiva Rivarossi la cui scatola recava l’adesivo di un giocattolaio di Sondrio: l’idea che fosse finita così lontano e potessi farla tornare fu irresistibile. Noi baby boomer siamo sensibili alle motivazioni emozionali. Un episodio divertente mi capitò anche come perito per la valutazione di giocattoli: in una causa di divorzio la moglie contestava al marito di non avere più pagato il mutuo di casa perché spendeva tutto nella collezione di automobiline. Lui sosteneva che valessero solo qualche migliaio di euro ma aveva ragione lei: valutai la raccolta attorno a 120 mila euro.
 
Qualche mamma le ha detto che il modellismo militare incita alla guerra? Caillois, che considerava il gioco “vaccino dell’anima contro la virulenza degli istinti”, non è più lettura di moda.
Il gioco è un antidoto alla guerra. A chi non gioca più alla guerra resta solo la guerra sul serio.