Cultura
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Il “panottico” di Marchesini, diario dell’Italia midcult negli anni Venti
Dalla fabbrica dell’opinione ai misteri consumati come serie tv: dieci anni d’Italia osservati senza indulgenze, tra conformismo e spettacolo permanente
20 GIU 26

Foto da Facebook di Matteo Marchesini
Scorrendo Matteo Marchesini, nel suo Il decennio del panottico. Diario in pubblico 2015-2025 (Editoriale Scientifica, 200 pp., 15 euro), ci torna in mente il rifiuto editoriale opposto a un amico il quale aveva ripescato dagli archivi una storia di spie talmente cruda che gli chiesero di mutarla in un romanzo, essendo preferibile alla verità la sua filodrammatica scansione da diplomato Holden, con cui gli editor di taglia media identificano l’ologramma dello scrittore giusto per lettrici d’algoritmo in felpa e mug.
“Oggi i team editoriali producono ‘romanzi’ che sono in realtà mera moneta di scambio mediatica” osserva Marchesini: “Sceneggiature levigate, già alla portata di ChatGPT. L’importante è che non ci siano sbavature. E spesso in effetti non ci sono: ma perché non c’è più neanche nulla di umano né nulla da amare, in quelle pagine al di qua del bello e del brutto”.
Urticante per temperamento, irritante per scelta, il letterato emiliano espone in questo libro fragmentarium la decennale galleria che gli è rimasta nella retina di assiduo osservatore della scena televisiva, politica, letteraria e cinematografica italiana, senza condimenti nostalgici né speranzosi. Fa piuttosto qualche sogno, come quello di un Fassino che “durante una manifestazione tipo Repubblica delle Idee, mentre una folla immensa sta ascoltando un dibattito tra Tomaso Montanari, Nanni Moretti e Maura Gancitano (o tra Vito Mancuso, Donatella Di Cesare e Gianrico Carofiglio: fa lo stesso), sale sul palco, chiede d’intervenire e grida al microfono: ‘Con questi intellettuali non penseremo mai!’. A quel punto, inaspettatamente e finalmente, la folla si risveglia, e parte un applauso di ore”. Tenera è la notte di Marchesini. Non pervenuta quella di Fassino, che va probabilmente a letto presto.
Intanto con qualche veggenza, più di chi sta sul pezzo che del profeta, il panottico ha di poco anticipato i casi De Luca/De Gregori, intellettuali “della vecchia, della nuova o della declinante sinistra” finiti nella posizione “dell’interrogato che deve discolparsi”. Un medico gli avrà pur consigliato di accantonare il web e la tv ma senza risultati, sicché a Marchesini non è sfuggito che “l’onnipresenza e la recitata onniscienza mediatica convincono della falsa idea che una persona nota, o di chiara fama, mentre agisce abbia sotto controllo tutti i campi dell’esperienza e del sapere”. E se poi De Gregori confessa idee confuse è colpa sua, come di chi dimentica di apporre l’immunizzante “premetto che” ai post di Facebook rischiando di ricevere le sberle da chi non è d’accordo: perché, lamenta Marchesini, “si sta diventando più schiavi degli occhi altrui”; così, “commento dopo commento, ci si chiude in un profilo identitario che non deve lasciare nemmeno una minima porzione di fianco scoperto”.
Rovesciato il cannocchiale, l’autore immagina che un giorno remoto la Storia d’Italia tra XX e XXI secolo potrà essere più o meno condensata (perfidamente) così: “Un Paese in cui ci si dava alla lotta armata per pubblicare un memoir di successo; in cui si scriveva un romanzo per essere come tutti; in cui si diventava leader politici per approdare alla regia, teologi per fare gli editorialisti pop e poeti per fare i direttori di coscienza; in cui gli psicoanalisti resi famosi dalla tv riscontravano in chi li criticava un disturbo d’invidia narcisistica; in cui l’esibita fede nel marxismo cresceva in modo inversamente proporzionale alle competenze economico-finanziarie, e l’odio per l’imperialismo degli Stati Uniti in modo direttamente proporzionale al culto e all’imitazione delle scuole Holden, di Wallace, Philip Roth o dell’estetica di Netflix…”. Non troppo distopico, questo pot-pourri che scotta il palato è un diario che si fingeva per sé ma è scritto apposta affinché i suoi protagonisti non vi si vogliano volentieri riconoscere.
Marchesini li (ci) scruta anche mentre seguono le ultime da Garlasco, diventato “la via D’Amelio della vita privata”, con gli youtuber che fanno concorrenza ai talk-show. “Lo stesso complottismo gnostico che negli ultimi trent’anni ha nutrito i sentimenti forcaioli degli italiani, oggi alimenta un’incredulità aprioristica anche di fronte alla risoluzione in apparenza più limpida dei casi di cronaca nera. Forma mentis da Netflix aiutando, si capisce: perché la serie non può finire mai, si vuole la suspense della stagione successiva. La magistratura che di teoremi ferisce, di true crime perisce”.
Cantaci, o Diva, dell’impronta 33 e della bicicletta nera che infiniti addusse dubbi sui rei.