Gabriele Marchesi: “Storia di una legatoria milanese da D’Annunzio ai ragazzi poeti”

Sessantaquattro anni, in bottega dal 1982 e tanti clienti nell’albo d’oro della ditta: "Ricordo Tina Turner, Anna Wintour e gli studi dei maggiori architetti. Poi ci sono state le grandi famiglie: Invernizzi, Motta, Agusta, Agnelli, Bertelli". Intervista

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Quell’anno morì Alessandro Manzoni, alla Scala si rappresentava per la prima volta il “Lohengrin” e Marco Minghetti succedeva a Giovanni Lanza alla guida del governo. Ma per Domenico Conti Borbone il 1873 segnò il coronamento di un sogno: riusciva finalmente ad aprire, dopo tanta gavetta, una bottega di mastro legatore nel centro di Milano, di fronte alla Biblioteca Ambrosiana. Sono trascorsi più di centocinquant’anni e quell’attività, malgrado gli spostamenti di sede, è ancora florida sotto lo stesso nome anche se a gestirla è la famiglia Marchesi, perché la nipote che proseguì l’attività di Domenico, Giuseppina, andò sposa a Isacco Marchesi, rampollo della celebre dinastia di pasticcieri di corso Magenta che ha ceduto il marchio al Gruppo Prada una dozzina d’anni fa.
Sessantaquattro anni, in bottega dal 1982, Gabriele Marchesi gestisce assieme al fratello la Legatoria Conti Borbone, traslocata nel 2022 a Porta Romana causa affitti troppo cari.
Come avete resistito ai cambiamenti?
Con l’e-commerce, di cui si occupa mio fratello Angelo, e con le nuove tecniche che ci consentono di mantenere la qualità ma con lavorazioni più rapide, perché oggi vanno tutti di fretta. Siamo titolari ma al contempo operai di noi stessi, perché non sussistono più le condizioni per assumere, mentre ai tempi di mio padre e mio zio contavamo fino a venti persone.
Il mestiere di legatore è ancora sostenuto dall’attuale cultura del libro?
C’è ancora chi ci chiede di rilegare un vecchio libro di cucina o un dizionario o di rivestire i classici della sua biblioteca con copertine eleganti e personalizzate. Attualmente però vanno di moda le finte librerie. I dorsini con la titolazione in foglia d’oro, le nervature e gli sbalzi dei volumi sono curati come se fossero veri e nella simulazione non mancano le opere d’obbligo, dai tre volumi della “Divina Commedia” a “I promessi sposi”. Realizziamo interi pannelli o sportelli per case importanti, studi notarili e per gli yacht, anche per la clientela estera, che rappresenta una buona fetta del nostro mercato. Con richieste soprattutto da Svizzera e Principato di Monaco, ma anche da Inghilterra e Francia. Ci domandano pezzi di arredamento lavorati in pelle, boiserie, cabine armadio foderate.
Nell’albo d’oro della ditta quali clienti spiccano?
Conserviamo in bottega due fotografie con dedica di Gabriele D’Annunzio. Nei tempi più recenti ricordo Tina Turner, Anna Wintour e gli studi dei maggiori architetti. Poi ci sono state le grandi famiglie: Invernizzi, Motta, Agusta, Agnelli, Bertelli. Recentemente abbiamo confezionato le liste dei vini per il ristorante di Cracco, ma la clientela che ha mostrato maggiore costanza è l’aristocrazia milanese, per la cura della memoria con cui tramanda le proprie origini agli eredi, che si tratti di biblioteche, archivi o album famigliari. Ecco, gli album sono un prodotto inaspettatamente nato a nuova vita mentre lo stavamo abbandonando.
Come mai?
Possediamo ormai migliaia e migliaia di foto in digitale nei meandri dei pc e nei cloud, ma in un certo senso è come non averle, sicché si è riaccesa la voglia di stampare le immagini più significative, gli scatti degli avvenimenti importanti per riordinarli dentro un bel raccoglitore personalizzato nel desiderio di fissare per sé, per figli o nipoti, una memoria decisamente meno volatile.
La clientela giovane frequenta la legatoria?
Sì, ma con un gusto differente: i giovani scartano le rifiniture in oro per paura di sembrare pacchiani e preferiscono le impressioni a secco, di maggiore sobrietà. Peccato, perché i fregi liberty sono meravigliosi ma anche il barocco usato bene è bello. Però ho avuto una grande soddisfazione proprio da un ragazzo, credo nemmeno maggiorenne, che ha voluto un quaderno di pelle personalizzato per le poesie scritte all’innamorata: sulla copertina abbiamo apposto un leopardiano ‘A Silvia’, perché lei si chiama così. Un artigiano non lavora solo per soldi, ma anche per queste emozioni diventate più rare. Sono convinto tuttavia che un ritorno a certi gusti del passato ci sarà. Per le carte, le pelli, le belle cose.
La vostra attività ha futuro?
Gli artigiani storici di alto livello non chiedono sostegni economici ma avrebbero bisogno di servizi, per esempio di un supporto online attraverso un portale del Comune per la valorizzazione dei prodotti, l’apertura di corsi di marketing, un’assistenza per la contabilità. Le esigenze di arti e mestieri come la legatoria, l’oreficeria, la pelletteria non sono le stesse di altre categorie rappresentate nelle confederazioni artigiane, con tutto il rispetto per i parrucchieri. Dovremmo costituire un’associazione a parte, ma qui occorre un ‘mea culpa’ perché finora, a Milano, nessuno di noi ha avuto il tempo e l’intraprendenza di mettere assieme le eccellenze per confrontarsi con le istituzioni tramite una voce unitaria.
Come proseguirà la Conti Borbone?
Non avendo eredi interessati, né la possibilità di assumere, avvertiamo la frustrazione di non tramandare le conoscenze accumulate. Peccato, perché credo che l’anima di un’azienda artigiana sia costituita da due parti: l’esperienza dell’anziano e la capacità di azzardo del giovane, che vive più in contatto con la realtà cangiante.
Qual è stato il maggiore insegnamento di suo padre?
Ricordo una frase: “Con l’artigianato non diventerai ricco, ma avrai sempre da mangiare”.