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Parlar chiaro contro i disfattisti
Misure per la crescita impopolari (o incomprese) meritano convinzione
Dopo i miglioramenti del pil anche la fiducia dei consumatori e delle imprese italiane cresce: la percezione, che è sempre in ritardo sui dati, comincia a risentire del clima economico favorevole. Questo accade dopo un anno funestato da episodi sismici e a pochi mesi da una scadenza elettorale la cui unica certezza è l’incertezza, circostanze che di norma avrebbero un effetto depressivo sulla fiducia, e ciò rende ancor più significativo il dato Istat. Questo relativo ottimismo si trasformerà in maggiori consensi per chi ha governato e governa? Non sempre buoni risultati economici preludono a successi elettorali.
L’Amministrazione Clinton aveva superato bene la crisi economica ma è stata sconfitta nel voto dalla protesta sfruttata dalla demagogia di Trump. In Italia la crescita viene letta in modo ambivalente, a chi la attribuisce a meriti dell’esecutivo si contrappone chi la considera un effetto del traino internazionale. Per la verità ci sono state riforme, dal collegamento automatico tra età pensionabile e andamento demografico, adottato da Elsa Fornero e mantenuto dai governi successivi, e l’abolizione del reintegro automatico dei licenziati per giusta causa nel Jobs Act.
Queste riforme, però, oltre a fornire argomenti polemici alle opposizioni “populiste”, sono considerate un errore o perfino una colpa dalla sinistra interna ed esterna alla maggioranza e al Pd. In Brasile Temer vuole privatizzare asset pubblici per 14 miliardi di dollari ma ha consensi bassissimi, al 5 per cento. In Francia Macron sta per avallare la riforma del Lavoro che era nel suo programma e cala in popolarità. L’impopolarità a volte è il segnale che si fanno politiche per la crescita e, in prospettiva, per migliorare le condizioni sociali generali. Per convincere bisogna in primo luogo essere convinti.

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