Meno divari, più giovani al lavoro, abbandoni scolastici in calo. Gli ottimi dati Istat

Nel 2024 la differenza del tasso di occupazione dei laureati tra Nord e Sud è scesa a 11 punti, contro gli 11,9 dell’anno precedente e i 15,7 del 2018. Siamo ancora indietro su troppe cose, ma quando un paese si muove nella direzione giusta, anche un passo piccolo è un passo decisivo
3 DIC 25
Ultimo aggiornamento: 19:32
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Ansa

C’è un’Italia che non fa rumore. Un’Italia che non si vede nei talk show e non alimenta la liturgia quotidiana del pessimismo. E’ l’Italia che, lentamente, migliora. E che ora affiora nei numeri dell’Istat sull’istruzione e sul lavoro, una fotografia che non si presta ai titoli apocalittici e per questo sarà probabilmente ignorata. La prima buona notizia è semplice da dire e difficile da credere: il divario nel tasso di occupazione dei laureati tra Nord e Mezzogiorno continua a restringersi. Nel 2024 la distanza scende a 11 punti, contro gli 11,9 dell’anno precedente e i 15,7 del 2018. E’ ancora ampia, certo. Ma la direzione è chiara. Un pezzo del paese che sembrava condannato all’immobilità sta recuperando terreno.
Poi c’è il lavoro dei giovani, da anni il simbolo delle nostre fragilità. I neo laureati arrivano a un tasso di occupazione del 77,3%, in crescita di quasi due punti, mentre i neo diplomati salgono al 60,6%, migliorando sia sul 2023 sia rispetto al passato. Qui il dato più sorprendente: la crescita è più forte nel Mezzogiorno. Il segnale è piccolo, ma ostinato: la transizione scuola-lavoro, che è stata una palude, oggi è un po’ meno vischiosa. Ma il miglioramento non si ferma qui. I lavoratori a termine diminuiscono, soprattutto tra i giovani. L’abbandono scolastico scende al 9,8% e si riavvicina alla media europea. Perfino la quota dei NEET, il grande fantasma delle statistiche italiane, cala più rapidamente rispetto all’Europa, al 15,2%. Numeri lontani dall’essere buoni, ma finalmente in discesa. Siamo ancora indietro su troppe cose: pochi laureati, pochi corsi terziari brevi, troppe donne intrappolate nel part-time involontario, lacune che non si colmano in un anno. Ma la tentazione di raccontare sempre e solo ciò che non va rischia di accecarci di fronte a un fatto semplice: quando un Paese si muove nella direzione giusta, anche un passo piccolo è un passo decisivo. Questa è la buona notizia: l’Italia reale migliora più dell’Italia percepita. E forse varrebbe la pena accorgersene, ogni tanto.