Il modello Sánchez è alle corde

Il suo paese è la stella europea della crescita, lui il punto di riferimento del progressismo globale. Eppure il premier socialista è in crisi politica e di consensi. Colpa dei redditi fermi, del costo delle case, della forte immigrazione che alimenta l’estrema destra di Vox, degli scandali giudiziari. Indagine sulla Spagna d’oggi

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:25 AM
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Pedro Sánchez (foto Ansa)

La Spagna è emersa negli ultimi anni come la stella europea della crescita economica e Pedro Sánchez, il premier socialista che governa dal 2018, ormai il più longevo della giovane democrazia spagnola dopo il padre del Psoe Felipe González, il punto di riferimento della sinistra europea e ispanoamericana. I dati economici parlano chiaro. Secondo le recenti stime del World economic outlook del Fmi nel 2025 il pil della Spagna è cresciuto del 2,8 per cento, il doppio rispetto alla media dell’Eurozona (1,4 per cento), e la stessa dinamica è prevista per il 2026: +2,1 per cento la Spagna e +1,1 l’Eurozona. Numeri che lasciano sbalorditi rispetto al +0,5 per cento dell’Italia. Un altro dato rende meglio l’idea: nel 2025 la Spagna ha rappresentato rispettivamente il 20 per cento e il 50 per cento della crescita del pil e dell’occupazione di tutta l’Eurozona, pur rappresentando l’11 per cento del pil e il 13 per cento della forza lavoro. Il trend è ancora più rilevante se si allarga la visuale al periodo 2022-25: secondo i calcoli del think tank Fedea, il pil spagnolo è cresciuto a un tesso medio annuale del 2,87 per cento rispetto all’1,01 per cento dell’Ue27, il dato più alto dell’Unione e circa 1,5 punti sopra Francia e Italia nonché 3 sopra la Germania (che ha registrato una caduta del pil reale). Quanto ai conti pubblici, la Spagna ha un deficit in riduzione dal 2,5 al 2,1 per cento e un debito pubblico in calo che da quest’anno dovrebbe tornare sotto il 100 per cento del pil.
Oltre ai buoni dati dell’economia, Sánchez è diventato anche un faro del progressismo globale per le sue posizioni in politica estera: il “no a la guerra”, l’impegno a favore della Palestina, il no all’aumento del target delle spese militari Nato al 5 per cento del pil e il contrasto a Donald Trump. Oltre che un modello per alcune scelte di politica interna, come l’aumento del salario minimo, la riforma del mercato del lavoro e l’agenda green con l’accelerazione sull’energia rinnovabile in un momento in cui l’economia globale, dipendente dalle fonti fossili, paga il costo del blocco dello stretto di Hormuz per la guerra in medio oriente.
Guardando tutto questo, appare incomprensibile a chi vive fuori dai confini iberici che Sánchez sia in crisi politica e di consensi. La coalizione Frankenstein, che unisce partiti di estrema sinistra, indipendentisti baschi e catalani di destra e di sinistra, ormai non esiste più. Pochi giorni fa il Parlamento ha fatto decadere il decreto che poneva un tetto al prezzo degli affitti (uno dei problemi economici più importanti, come vedremo più avanti), perché ai voti del Partito popolare e dell’estrema destra di Vox si sono sommati quelli di Junts, il partito di centrodestra della Catalogna che all’inizio della legislatura aveva dato a Sánchez, appena sconfitto alle elezioni del 2023, i voti necessari per continuare a governare in cambio all’amnistia per i leader secessionisti condannati (tra cui il capo di Junts Carles Puidgemont). Lo stesso è accaduto, a settembre, quando Junts si è unito a Pp e Vox per bocciare un’altra legge simbolo come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che è diventata una proposta del Campo largo (Pd, M5s e Avs) dopo il tour italiano della ministra del Lavoro spagnola Yolanda Díaz, che ha bollato gli alleati di Junts come “destra padronale e reazionaria”.
E prima ancora, a febbraio del 2025, il Parlamento aveva approvato una mozione che impegnava il governo a rivedere la sua decisione di spegnere il nucleare civile con un voto sempre di Pp e Vox che è passato grazie all’astensione degli indipendentisti catalani di Junts ed Erc, preoccupati per la chiusura delle centrali di Ascó e Vandellós, che forniscono il 60 per cento dell’energia alla Catalogna: il tema è diventato ulteriormente più rilevante dopo l’enorme blackout avvenuto due mesi dopo, il 28 aprile 2025, che ha mostrato le fragilità strutturali del sistema elettrico spagnolo (il Gran apagón, che ha lasciato la penisola iberica senza elettricità per un giorno, è stato il più grave incidente al sistema elettrico europeo in oltre 20 anni).
Ma in realtà, i numeri mancano dall’inizio della legislatura. Dal 2023 il governo Sánchez non presenta la legge di Bilancio, la Spagna è l’unico paese europeo che da tre anni va avanti con l’esercizio provvisorio. I problemi politici non sono solo parlamentari, sono soprattutto elettorali. Dal 2023, la sinistra sta perdendo praticamente tutte le elezioni. A parte le Comunità autonome, come la Catalogna e i Paesi Baschi, dove sono forti i partiti indipendentisti, il Psoe ha perso malamente in Extremadura (che una volta era un feudo socialista), Aragona e Castiglia e León (dove il Pp ha stretto patti di governo con Vox). Mentre a maggio si vota in Andalusia, dove dal ritorno della democrazia al 2019 hanno sempre governato i socialisti, mentre ora secondo i sondaggi l’unico dubbio è se il presidente del Pp uscente continuerà a governare con la maggioranza assoluta oppure avrà bisogno di un accordo con Vox. A livello nazionale le cose non vanno meglio. In Spagna si vota come in Italia nel 2027 e Sánchez, che guida un’economia che corre quattro volte più veloce di quella italiana, pare avere meno speranze di Meloni di vincere le elezioni. Secondo i sondaggi, se si votasse oggi, Pp e Vox otterrebbero circa 194 seggi su 350 (134 il partito del moderato Alberto Núñez Feijóo e 64 il partito alleato di FdI guidato da Santiago Abascal), mentre il Psoe subirebbe una flessione e i partiti alleati alla sua sinistra un tracollo. Il centrodestra godrebbe di un’ampia maggioranza, soprattutto grazie alla forte crescita dell’estrema destra di Vox che raddoppierebbe i seggi rispetto al 2023.
Ma com’è possibile che lo scarso consenso politico contrasti così fortemente con il buon andamento economico?
Un elemento può essere certamente individuato negli scandali giudiziari che hanno coinvolto i vertici del Psoe e le persone più vicine a Sánchez, dal punto di vista politico e familiare. Pochi giorni fa i giudici hanno chiesto il rinvio a giudizio di Begoña Gómez, la moglie di Sánchez, con l’accusa di traffico d’influenze, corruzione e appropriazione indebita per presunti scambi di favori con uomini d’affari nell’ambito di alcuni incarichi professionali e universitari. A fine maggio dovrebbe concludersi il processo carico di David Sánchez, il fratello del primo ministro, accusato di traffico d’influenze e abuso d’ufficio per un concorso presuntamente truccato che gli ha fatto ottenere un incarico da un governo locale a guida socialista. A novembre si è dimesso il Procuratore generale Álvaro García Ortiz, in seguito a una condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici, per il reato di rivelazione del segreto d’ufficio: il capo dei magistrati aveva divulgato atti riservati di una causa per colpire la un’avversaria politica di Sánchez, la presidente della Comunità di Madrid Isabel Díaz Ayuso. García Ortiz era stato nominato da Sánchez, che lo aveva dichiarato “innocente” pochi giorni prima della sentenza. Mentre è in corso, proprio in questi giorni, il processo per il “caso Koldo”: uno scandalo di corruzione per l’acquisto di mascherine durante il Covid, poi ampliatosi ad altri appalti e opere pubbliche, che ha portato all’arresto degli ultimi due segretari organizzativi del Psoe, l’ex potente ministro dei Trasporti José Luis Ábalos e Santos Cerdán. Ábalos e Cerdán erano uomini di massima fiducia del primo ministro, che infatti aveva affidato loro la macchina organizzativa del partito. E prima ancora la macchina elettorale. I due infatti, insieme allo sconosciuto Koldo García, erano i compagni di viaggio di Pedro nella Peugeot 407, il mito fondativo del “sanchismo”, il tour della Spagna attraverso cui Sánchez riconquista la guida del Psoe, dopo che il partito aveva dato il via libera al governo di minoranza del popolare Mariano Rajoy, e infine rovescia in Parlamento il governo del Pp in nome della pulizia e della lotta alla corruzione. Nel libro “Manual de resistencia”, in cui racconta l’epopea della conquista della Moncloa dopo aver perso e poi ripreso il controllo del partito, Sánchez attribuisce un ruolo importante ai fedeli Ábalos e Cerdán che ora sono accusati di aver preso tangenti per centinaia di migliaia di euro.
Ma gli scandali giudiziari e lo scontro con la magistratura, accusata di essere politicizzata (a favore della destra), non possono spiegare tutto. Ci sono fattori e fenomeni dell’economia che aiutano a comprendere le ragioni dell’insoddisfazione di molti spagnoli, nonostante la robusta crescita del pil. In primo luogo, come segnala Rafael Domenech, capo della ricerca economica di BBVA, il modello di crescita spagnolo ha una fragilità strutturale: cresce l’economia, ma poco la produttività. Così il pil pro capite aumenta della metà rispetto all’andamento del pil. “Il modello attuale – scrive Domenech – basato su una crescita estensiva dell’occupazione e poco intensiva in produttività risulta difficilmente sostenibile nel lungo periodo”. Nell’ultimo World economic outlook, il Fmi stima per il periodo 2018-27 (esattamente gli anni di governo Sánchez) una performance della Spagna non migliore di quella dell’Italia: pil pro capite medio annuo +0,9 per cento in Spagna contro +1,1 per cento in Italia; produttività -0,3 per cento in Spagna contro +0,2 per cento in Italia; guadagni orari +2,8 per cento in Spagna contro +2,7 per cento in Italia. Il punto è che negli ultimi anni la crescita spagnola è stata soprattutto quantitativa e molto meno qualitativa. Il fattore principale è, appunto, l’aumento dell’occupazione trainata da un elevato flusso di immigrazione e del boom del turismo. Nel 2025 la Spagna ha toccato il record di 97 milioni di arrivi internazionali, facendone il secondo paese più visitato al mondo dopo la Francia, con la prospettiva di superare i 100 milioni nel 2026. Questo tipo di crescita ha alimentato l’occupazione in settori ad alta intensità di lavoro, che sono stati prevalentemente occupati dall’immigrazione.
Uno studio del Real Instituto Elcano sull’immigrazione e il mercato del lavoro esprime in numeri l’entità della trasformazione che sta attraversando la società spagnola. Dalla fine della pandemia il flusso netto di immigrati si è impennato a 600 mila persone all’anno, portando la popolazione immigrata in Spagna a 9 milioni di persone (circa uno su dieci). Ma il peso sul mercato del lavoro è molto più elevato: da gennaio 2024 a marzo 2025, calcola il Real Instituto Elcano, il 90 per cento dei nuovi posti di lavoro sono stati occupati da immigrati, portando la quota di occupati stranieri sul totale al 23 per cento (quasi uno su quattro). Ma alcuni settori, quelli a più bassa qualifica e alta intensità di manodopera, sono fortemente dipendenti dagli immigrati: il 72 per cento nei servizi domestici, il 45 per cento nell’ospitalità, il 32 per cento nelle costruzioni, il 31 per cento nell’agricoltura. L’elemento specifico dell’immigrazione in Spagna è che l’afflusso è composto principalmente da persone provenienti dall’America latina, che ora rappresenta circa la metà dell’immigrazione totale e i due terzi di quella extraeuropea. Dal 2015, in seguito alla ripresa dopo la crisi europea dei debiti sovrani e la contemporanea crisi di molti paesi del Sud America, si sono stabiliti in Spagna circa due milioni di latinoamericani principalmente da Colombia, Venezuela, Ecuador, Argentina, Perù e Cuba. La Spagna era il secondo paese di arrivo dei migranti latinoamericani dopo gli Stati Uniti ma nel 2024, in seguito al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la chiusura all’immigrazione, è diventato il primo. Questo tipo di immigrazione, che condivide con il paese di destinazione importanti elementi culturali come la religione cattolico-cristiana e la lingua, è molto più facile da integrare nella società e nel mercato del lavoro. D’altronde ha un livello di istruzione mediamente superiore all’immigrazione proveniente da altri continenti e un tasso di attività analogo a quello della popolazione domestica. In un certo senso, l’immigrazione nella Spagna di Sánchez è stata quella che auspicava anni fa Giorgia Meloni quando diceva di preferire che l’arrivo di venezuelani perché “sono cristiani e spesso di origine italiana”. Il punto è che la Spagna come destinazione è preferita perché ha un notevole vantaggio comparato dato dalla lingua comune.
In ogni caso un’immigrazione così forte, sebbene più facile da integrare, ha comunque alimentato la crescita dell’estrema destra di Vox che ha cavalcato sentimenti xenofobi ma anche reali problemi economici. Uno dei principali, in cima alle preoccupazioni degli spagnoli nei sondaggi, è il problema della casa. La crescita della popolazione, trainata dall’immigrazione, e concentrata in poche aree dove spesso si registra anche la pressione del turismo, unita alla mancata costruzione di nuovi alloggi ha fatto schizzare i prezzi delle case e degli affitti. Lo squilibrio tra l’aumento della popolazione (che tra il 2020 e il 2025 è cresciuta in Spagna del 5,1 per cento, a fronte del 2,3 per cento dell’Ue8) e la mancanza di nuove case (la Spagna ha il più basso tasso di nuovo costruzioni) ha, naturalmente, messo pressione sui prezzi: secondo una ricerca del think tank Fedea e del banco BBVA il prezzo relativo della casa è aumentato del 7,5 per cento medio annuo nel triennio 2022-2055 e del 9 per cento nel solo 2025 “configurandosi come uno dei fenomeni macroeconomici più rilevanti dell’attuale ciclo espansivo”, scrivono.
Il governo nazionale e alcune amministrazioni locali, come in Catalogna, sono intervenuti con misure dirigiste di controllo dei prezzi e tetti agli affitti basandosi spesso su una retorica anti-speculazione che, soprattutto nelle frange dell’estrema sinistra, nega che ci sia un problema di offerta. “Il vero problema è che per costruire nuove abitazioni servono dieci anni di burocrazia – dice al Foglio Diego Sánchez de la Cruz, direttore delle ricerche dell’Instituto Juan de Mariana – ed è ovvio che l’afflusso di massa dall’estero unito all’eccesso di regolazione fa aumentare i prezzi. E le soluzioni prese in alcune città, come il controllo degli affitti, non fanno che aggravare il problema. In città come Barcellona l’offerta è caduta del 14 per cento e quando scadranno i contratti nei prossimi due anni sarà peggio, perché le persone non rinnoveranno gli affitti, tireranno le case fuori dal mercato o entreranno nel mercato nero. Per i giovani sta diventando impossibile trovare casa”.
Un altro tema è la disomogeneità della crescita spagnola. Un’analisi di Oxford Economics mostra che la Spagna è tra i grandi paesi europei l’economia più concentrata geograficamente, con sole sei regioni che rappresentano il 50 per cento del prodotto nazionale. Il cuore economico è Madrid, che da sola genera circa un quarto del pil spagnolo e circa il 5 per cento dell’intera crescita dell’Eurozona. La capitale gioca un po’ un campionato a parte: ha un forte dinamismo nei servizi digitali e finanziari, attrae forza lavoro qualificata e investimenti internazionali, trainando la crescita dei servizi ad alto valore aggiunto che ora valgono 3 punti di pil in più rispetto al pre Covid. “La crescita dei servizi ad alto valore aggiunto come ICT, finanza e servizi professionali è il cambiamento strutturale dell’economia spagnola più sottovalutato”, dice al Foglio Filippo Taddei, managing director di Goldman Sachs che segue l’area del Sud Europa. Madrid, non a caso, è anche la città spagnola che registra una crescita economica basata anche sull’aumento della produttività e non solo dell’occupazione. Il vantaggio è dato da un regime fiscale regionale con tasse più basse sulle imprese rispetto al resto del paese, incentivi per i nuovi investitori, deregulation per facilitare le imprese e imposte sui redditi contenute. Ma questo modello – descritto da Diego Sánchez de la Cruz nel libro “Il modello Madrid: una rivoluzione liberale, 1995-2025” (Ibl libri) – è incarnato da Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità di Madrid e astro nascente del Pp, nonché acerrima nemica di Pedro Sánchez: non è la vetrina del governo, ma la roccaforte di chi vuole prendere il suo posto.
Altri centri dove è forte la crescita sono Barcellona e Valencia, due città con una vocazione più industriale che insieme rappresentano circa un quarto della manifattura del paese. A differenza del resto d’Europa, inclusa l’Italia, che ha registrato un triennio di calo dell’industria, la produzione è cresciuta del 12 per cento a Barcellona e del 9 per cento a Valencia. Ci sono alcuni fattori che spiegano la buona performance. Innanzitutto l’industria spagnola è più legata al mercato interno ed è cresciuta molto la filiera legata al boom del turismo. Per le stesse ragioni, ha risentito meno lo choc esterno dato ad esempio dall’aumento dei dazi americani deciso da Donald Trump. Infine, terzo ma non meno importante elemento, sono i bassi costi di produzione legati all’energia: da un lato il sistema di interconnessioni relativamente isolato ha protetto la penisola iberica dallo choc energetico dell’invasione dell’Ucraina (questo deficit tecnico ha consentito la deroga europea per introdurre nel 2022-23 il tope, ovvero il tetto al prezzo del gas) e la forte penetrazione delle energie rinnovabili, consentita dalle favorevoli condizioni geografiche e climatiche, sta consentendo al paese di assorbire meglio lo choc petrolifero dovuto alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Se nel 2018 la Spagna aveva un prezzo industriale dell’energia elettrica superiore alla media europea (anche all’Italia), ora ce l’ha nettamente inferiore. Non è un caso che in Italia, quando al ministero delle Imprese si è parlato dell’aumento della produzione dell’automotive, l’industria abbia fatto riferimento al prezzo elevato dell’energia come principale ostacolo paragonando i costi con quelli della Spagna che attualmente è il secondo produttore di automobili in Europa e l’ottavo al mondo. Il settore, per i comuni problemi globali, ha subito una flessione, ma nulla di paragonabile con il tracollo dell’industria automobilistica italiana: nel 2025 la Spagna ha prodotto circa 2,3 milioni di veicoli mentre l’Italia appena 380 mila. In ogni caso l’industria automobilistica spagnola è molto più avanti nella transizione verso l’elettrico, con nuovi modelli che stanno entrando in produzione.
Le altre aree che hanno registrato una forte crescita sono quelle a forte vocazione turistica, oltre a Madrid e Barcellona, come Malaga, le isole Canarie e la Baleari. Questo quadro descrive quindi un paese che va a due velocità: un’avanguardia che cresce rapidamente, per aumento della popolazione e nel caso di Madrid di produttività, composta da città internazionali, centri urbani e zone turistiche; il resto del paese – soprattutto la cosiddetta España vacía (le nostre “aree interne”) – che è più stagnante perché escluso dai driver della crescita.
Infine c’è il tema dei salari. In Italia c’è la convinzione che in Spagna i lavoratori siano soddisfatti. D’altronde la crescita economica è la più alta tra i grandi paesi dell’Eurozona, la disoccupazione si è dimezzata e il governo Sánchez ha fatto o proposto molte leggi a favore del mondo del lavoro: aumento del salario minimo, riforma contro la precarietà del mercato del lavoro, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (proposta però bocciata), regolarizzazione di circa 500 mila lavoratori immigrati. Ma la questione si fa più complessa se si guarda l’andamento dei salari. Secondo un’analisi recentemente pubblicata dal País, basata sui dati Ocse, da trent’anni le retribuzioni sono praticamente ferme: dal 1995 il salario medio reale è aumentato solo del 5 per cento, a fronte di una media Ocse del 31 per cento. Il peggior dato dopo il Giappone (-2 per cento) e l’Italia (+3 per cento). Un po’ com’è accaduto nel nostro paese negli ultimi anni di forte aumento dell’occupazione, il reddito disponibile delle famiglie è aumentato perché lavorano più persone ma non perché siano aumentati gli stipendi. L’andamento non è migliore se si stringe il fuoco sugli ultimi dieci anni: il salario medio reale è aumentato dell’1 per cento appena. Ma si tratta della busta paga lorda, che non è quella con cui vanno a fare la spesa gli spagnoli. L’andamento del salario netto è stato di gran lunga peggiore: -5 per cento. Il calo è concentrato soprattutto negli ultimi anni, quelli di elevata inflazione post Covid. Ed è dovuto, visto che i salari lordi sono rimasti costanti, a un aumento della pressione fiscale.
La causa principale è dovuta al fiscal drag, un fenomeno di cui si è discusso molto negli ultimi anni in Italia e di cui si sta discutendo adesso in Spagna. Si tratta di quel meccanismo che fa aumentare silenziosamente le imposte sul reddito, prodotto dall’interazione tra l’inflazione e le aliquote progressive: quanto più è forte l’aumento dei prezzi e quanto più è progressivo il sistema fiscale, tanto più aumenta la pressione fiscale. Così, dopo un periodo di elevata inflazione, se un lavoratore mantiene lo stesso reddito reale si ritrova a pagare più tasse di prima – e quindi ad avere un potere d’acquisto inferiore. Sono usciti vari studi sul tema, per valutare l’impatto del fiscal drag negli ultimi anni. Secondo una recente analisi del Registro de Economistas Asesores Fiscales (Reaf), in Spagna il drenaggio fiscale tra il 2022 e il 2025 è costato 820 euro in più di imposte sul reddito per un salario medio (28.530 euro). Del fiscal drag si è parlato molto anche in Italia, ma secondo tutte le analisi indipendenti – dalla Bce alla Banca d’Italia passando per l’Upb – il governo Meloni ha più che restituito il gettito del fiscal drag attraverso varie riforme fiscali (dalla decontribuzione fino a 35 mila euro, poi incorporata nell’Irpef, al taglio delle aliquote) facendo in modo che, stando ai dati dell’Inps, i redditi medio bassi siano stati protetti dall’aumento dei prezzi: in sostanza il sistema fiscale, reso più progressivo, ha compensato oltre al fiscal drag anche larga parte del mancato recupero dei contratti (ovvero dei salari lordi). Il governo Sánchez, invece, a parte piccoli interventi per salvaguardare la no tax area all’aumentare del salario minimo, non ha adeguato detrazioni e scaglioni dell’imposta sui redditi all’inflazione. Secondo uno studio della Bce, che ha confrontato l’impatto del fiscal drag su 21 paesi, la Spagna è il paese che insieme a Cipro più ha sfruttato il fiscal drag per fare gettito: se l’Italia ha restituito più che integralmente il gettito del drenaggio fiscale, la Spagna lo ha fatto solo per il 30 per cento (trattenendone quindi oltre i due terzi). Il problema del fiscal drag, come mostra uno studio del Banco de España (la banca centrale spagnola), è che colpisce il ceto medio più dei ricchi, per il duplice effetto del mancato adeguamento delle detrazioni e degli scaglioni: per un lavoratore con un reddito nel quarto decile della distribuzione (circa 17 mila euro annui) all’aumentare del reddito nominale dell’1 per cento le tasse aumentano del 10 per cento, mentre per i redditi più elevati nell’ultimo decile della distribuzione all’aumento del reddito nominale dell’1 per cento le tasse aumentano dell’1,38 per cento. Secondo i calcoli dell’Instituto Juan de Mariana, un think tank liberale, un lavoratore spagnolo che guadagna 18 mila euro all’anno ora paga circa il triplo di Irpef (980 euro) rispetto allo stesso reddito reale del 2018 (quando pagava 350 euro). Questo fa in modo che, come dicevamo prima, il salario netto medio (una volta pagate le tasse) sia inferiore del 5 per cento rispetto a dieci anni fa.
Proprio in questo periodo in Spagna si discute se il paese sia un “inferno fiscale”. Il tema non è tanto il livello, con una pressione fiscale di circa il 38 per cento sul pil, la Spagna è messa meglio degli altri grandi paesi europei ed è, se non un paradiso quantomeno un purgatorio, rispetto al 43 per cento dell’Italia. Ciò che alimenta la sensazione di vivere in un “inferno fiscale” è il forte aumento del peso dello Stato negli ultimi anni, circa 3 punti di pil dall’inizio del governo Sánchez nel 2018, molto di più di tutti i grandi paesi europei.
La Spagna sta vivendo certamente un momento di crescita economica, cambiamento socio-demografico, transizione energetica e trasformazione produttiva in alcuni settori, ma non è ancora chiaro in che misura stia attraversano una buona fase congiunturale o un cambiamento strutturale. Il boom del turismo, ad esempio, è legato anche a fattori esogeni come l’elevata insicurezza in altre zone turistiche del mondo concorrenti. La crescita economica è il prodotto dell’aumento estensivo dell’occupazione (più o meno come accade in Italia) più che di un aumento intensivo della produttività, e soprattutto per effetto di una forte immigrazione che sta alimentando la crescita del partito di estrema destra Vox. Se a questo si aggiunge che la crescita è concentrata in poche città e regioni mentre il resto del paese ristagna, che il reddito disponibile si è ridotto per effetto del fiscal drag, che il potere d’acquisto è ulteriormente ridotto dal forte aumento del costo della casa e che le persone più vicine al primo ministro, nella famiglia e nel partito, sono coinvolte in scandali giudiziari di corruzione, allora diventa più comprensibile l’insoddisfazione degli spagnoli nei confronti di Sánchez.