•
Il paradosso di Tim: difendere i prezzi bassi che frenano gli investimenti
La proposta FiberCop aumenta il misto rame e riduce la fibra fino a casa, spingendo la migrazione tecnologica. Il problema non è il rincaro, ma un mercato abituato al sottocosto
di
8 MAY 26

L’ad di Tim Pietro Labriola (LaPresse)
In un suo recente intervento, l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, ha presentato la revisione dei listini all’ingrosso di FiberCop come l’anticamera di un disastro industriale. Tesi suggestiva, ma fragile alla prova dei fatti, con una contraddizione che merita di essere portata alla luce.
Il mercato al dettaglio “non può” aumentare i prezzi? Lo sta già facendo. Labriola sostiene che gli operatori che vendono servizi direttamente ai clienti finali siano prigionieri della pressione concorrenziale e impossibilitati a trasferire sugli utenti gli incrementi di costo. Eppure, è la stessa Tim Consumer ad aver portato il ricavo medio per utente sulla rete fissa da 28 a 32 euro. Le relazioni finanziarie del 2025 lo spiegano senza pudori: oltre quattro milioni di linee fisse sono state riprezzate dall’inizio dell’anno, dentro una strategia che punta a passare dai volumi al valore, rivendicata in ogni trimestrale come motore della crescita del margine operativo lordo, con un tasso di abbandono rimasto sotto controllo. Il mercato consente trasferimenti di prezzo ben più ampi di quanto si voglia ammettere. Il punto, semmai, è scegliere quale anello della filiera difendere: ma sostenere che la vendita al dettaglio non abbia spazi per adeguare i prezzi mentre li adegua a ritmo sostenuto è una rappresentazione di parte.
Il coro contro la proposta di FiberCop si leva in larga parte da operatori italiani controllati da gruppi stranieri, in particolare Iliad, controllata dalla francese Iliad SA, e la nuova Fastweb più Vodafone, entrata nel perimetro della svizzera Swisscom. E’ legittimo difendere i propri margini. E’ più paradossale che proprio queste società denuncino come “eccessivi” i prezzi italiani per l’accesso all’ingrosso alla rete, quando nei paesi delle loro capogruppo i prezzi applicati agli operatori per usare le infrastrutture di rete sono strutturalmente più alti. In Francia, Orange applica per l’accesso alla fibra tariffe nettamente superiori a quelle italiane; in Svizzera, Swisscom opera da anni in uno dei mercati di accesso alla rete più cari d’Europa. Quando le stesse logiche di remunerazione del capitale arrivano in Italia, però, la coperta si fa improvvisamente troppo corta.
di
Anche dopo l’adeguamento, i listini italiani per l’accesso all’ingrosso alla rete resteranno tra i più bassi del continente. La struttura della proposta è inoltre virtuosa: aumento dell’8,8 per cento entro la fine del 2026 per l’accesso alla fibra misto rame, cioè la tecnologia in cui la fibra arriva fino all’armadio stradale e l’ultimo tratto resta in rame; riduzione invece per l’accesso alla fibra fino a casa, cioè la tecnologia più moderna, in cui il collegamento in fibra ottica arriva direttamente all’abitazione o all’ufficio del cliente. È un segnale di prezzo costruito per accelerare la migrazione tecnologica e rendere sostenibili i dieci miliardi di investimenti previsti da FiberCop nel quadriennio 2024-2027. Senza quelle risorse non c’è rete di trasporto intermedia, cioè il tratto che collega le reti locali alla dorsale nazionale; non c’è qualità di rete; non c’è infrastruttura su cui costruire la concorrenza al dettaglio che Labriola dichiara di voler difendere.
Il vero nodo è che l’Italia ha già pagato per anni il prezzo di una regolazione orientata al sottocosto e, come lo stesso Labriola sosteneva quando TIM aveva ancora in pancia la rete, prima di cederla a FiberCop, i prezzi bassi all’ingrosso non producono necessariamente effetti vantaggiosi per i consumatori. Possono comprimere gli investimenti, rallentare la modernizzazione dell’infrastruttura e lasciare il paese con tariffe apparentemente convenienti ma con reti meno robuste, meno efficienti, meno preparate alla domanda futura. Mettere in ordine la filiera è doveroso. Si parta però dal riconoscere i fatti: chi investe e mantiene efficiente la rete deve essere remunerato, e chi protesta dovrebbe spiegare ai propri azionisti perché chiede in Italia quello che a casa propria non vale.