La guerra dei Del Vecchio

Un’eredità da sistemare, un gruppo ramificato che vale 40 miliardi, una cassaforte di famiglia diventata sempre più importante e ora la scalata di Leonardo Maria, che coinvolge tre grandi banche e spinge un fratello a passare alle vie legali. Come si è arrivati fin qui. Una storia emblematica del capitalismo italiano

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11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:18 AM
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Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa)

Come in casa Oblonskij, tutto è sottosopra in casa Del Vecchio. Nel giro di pochi giorni Leonardo Maria detto Leonardino ha preso in mano il 50 per cento della Delfin, la cassaforte di famiglia; il fratello Rocco Basilico (stesa madre, padre diverso) è passato alle vie legali; le tre grandi banche (Unicredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas) che si sono impegnate a finanziare la scalata dell’ultimo rampollo prendendo in pegno le azioni ereditate, ma non ancora possedute, a questo punto non sanno più che pesci pigliare.
Si era scritto che il vecchio Leonardo aveva escogitato una trasmissione della proprietà e della gestione equa, anzi pressoché perfetta per non cadere nella maledizione dell’eredità, invece sono riapparsi mali antichi. Ci torneremo in dettaglio e ci scusiamo se siamo partiti dalla fine di una storia per molti versi emblematica del capitalismo italiano, nel bene e nel male. Certo è che aveva torto Lev Tolstoj (purtroppo, direbbe chi lo ama): tutte le famiglie infelici non sono infelici a modo loro, quando si tratta di passare lo scettro da una generazione all’altra ripetono per lo più gli stessi schemi. Non è vero solo in Italia, dove l’eredità Agnelli rimbalza dalla Svizzera alla Russia, basti ricordare la guerra in casa Porsche per il controllo della Volkswagen, lo scontro dei Ford quando un erede del ramo cadetto volle tornare al comando del gruppo, o le contorsioni secolari di casa Rothschild che il fondatore Amschel voleva unita tanto da scegliere come emblema delle frecce strettamente avvinte da un unico laccio.
Il pater familias, cresciuto tra i ragazzi senza famiglia, in realtà di famiglie ne aveva tre, o meglio quattro se si pensa a Nicoletta Zampillo, sposata due volte. Quarto figlio di immigrati a Milano, perde il padre, anche lui Leonardo, commerciante di frutta da Barletta, mentre mamma Grazia è incinta. Passa sette anni, buona parte dell’infanzia e della prima giovinezza, nel collegio dei Martinitt e forse per questo, ormai adulto, ha esteso i confini del privato. E’ stato dipinto come un imprenditore alla Schumpeter, un principe del capitalismo all’italiana con la forza del leone e l’astuzia della volpe, una leggenda che si tramanda su libri e giornali, un innovatore di quelli che magari non inventano il diesel o l’intelligenza artificiale, ma fanno cose belle che piacciono al mondo all’ombra dei campanili, nel suo caso della Madonnina e di Santa Maria Nascente, il duomo di Agordo.
Nel 1949, a 14 anni, esce dal collegio e comincia a lavorare come incisore. A scuola viene descritto insofferente alla disciplina. Ha una bella calligrafia, ma non è nato per gli studi. Una volta diventato l’uomo più ricco d’Italia confesserà che lui non legge libri, ci ha provato, ma dopo poche pagine si è sempre smarrito tra le parole. A 21 anni sposa Luciana Nervo, un anno dopo nasce il primo figlio, Claudio con il quale avrà un rapporto complicato: lo spedisce a New York nel 1982 senza che sapesse l’inglese (come del resto il padre), diventa artefice del successo americano della Luxottica, incoronato come delfino, poi detronizzato. Nel frattempo Leonardo aveva avuto il figlio della terza età e due anni dopo, nel 1997, celebrava le seconde nozze con l’abbronzatissima Nicoletta, di 24 anni più giovane. Leonardo Maria farà proprio il motto paterno: primeggiare. Con l’eredità di famiglia, naturalmente, per nutrire la sua vasta ambizione.
Chi gli è vicino sostiene che il suo modello è Alessandro Benetton, o meglio il percorso di chi non era il successore notarile, ma è emerso come il più adatto a riprendere in mano una situazione per molti aspetti compromessa. E in casa Del Vecchio le cose si erano deteriorate a mano a mano che avanzava l’autunno del patriarca. Già poco dopo la sua morte le assemblee dei soci Delfin finivano in recriminazioni e baruffe. Dietro si levavano gli anatemi del dissoluto don Blasco Uzeda, costretto dalla madre a farsi monaco, l’unico che osava rivelare le scomode verità: “Rubàti del vostro! Spogliàti! Ridotti in camicia! – Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. – Vi lascerete rubare così? Qui bisogna agire subito, spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento, che chiedete quel che vi viene….”, scrive Federico De Roberto nel suo capolavoro. Chissà se Rocco Basilico prima di denunciare le mosse del fratello aveva riletto “I Viceré”.

L’ultimo dei ricostruttori

Giunto alla soglia della vecchiaia, Leonardo Del Vecchio viveva la famiglia come un rimpianto e nello stesso tempo una riparazione. L’imprenditore è stato uno degli ultimi esponenti di una schiatta che s’è formata negli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Negli occhiali (o meglio nelle montature, meno tecnologiche, ma più visibili) ha trovato la sua occasione. Si usa scrivere che la valle del Cordevole è stata la sua Silicon Valley, in realtà il decollo avviene quando scopre l’America e la moda. Finché, arrivato al culmine della sua ascesa capisce che per avviare un nuovo ciclo c’è bisogno di superare il nanismo italico, anche nella finanza la quale, al contrario di quel che si dice e scrive, è leva e lievito dello sviluppo. Patron all’antica, di quelli che “in azienda ci vuole un uomo solo al comando”, ha resistito a lungo prima di mettersi in casa un estraneo nelle vesti di un manager. Ma più che sulla famiglia o meglio sulle famiglie, ha sempre contato su sé stesso. “Sono cresciuto senza padre e in istituto. Crescere senza famiglia è qualcosa che non si può spiegare se non lo si è vissuto. Ti segna”, ha confessato a Tommaso Ebhardt che ha pubblicato l’unica biografia scritta da vicino. E quando ha deciso che era arrivato il momento di pensare al trapasso, ha fatto una scelta il cui intento era accontentare la sua bis-moglie senza scontentare nessuno. Alle ortiche l’antica regola del maggiorasco o quella trasmissione regale decisa da Gianni Agnelli con la scelta del successore prescelto e addestrato per essere un capo, come facevano gli imperatori romani. Ma non poteva immaginare che sarebbe stata fonte di guai e già la prima generazione dopo di lui si sarebbe lacerata.
Delfin, acronimo per Del Vecchio finanziaria, la cassaforte lussemburghese nella quale aveva collocato le sue proprietà, nel 2017 era stata divisa, con la consulenza del fidato avvocato Sergio Erede: a Nicoletta aveva assegnato il 25 per cento mentre fratelli e sorelle si spartiscono il 12,5 per cento ciascuno. Dalla prima consorte Leonardo ha avuto tre figli, Claudio rimasto a New York, Marisa e Paola. Dalla seconda, maritata due volte, Leonardo Maria, e dalla terza (mai sposata) sono nati Luca e Clemente. La signora Zampillo ha dato la metà della sua quota al figlio Rocco avuto con il banchiere Paolo Basilico. Nessuno a norma di statuto potrà prevaricare perché le decisioni andranno prese con una maggioranza dell’88,5 per cento, evitando così i dissapori familiari. Tra la signora Zampillo e l’ex compagna Sabina Grossi, già top manager della Luxottica, i rapporti non sono stati idilliaci: per lei Del Vecchio aveva divorziato e per dieci anni era stata la moglie di fatto.
La holding di diritto lussemburghese detiene il 38,4 per cento del capitale di EssilorLuxottica (gli altri azionisti sono i dipendenti con il 4,3 per cento, il governo francese con circa il 4 per cento, Armani con il 2 per cento, il resto è diviso tra i fondi d’investimento), con 29 miliardi di fatturato, 190 mila occupati e una capitalizzazione di 83 miliardi di euro. Poi c’è il 17,5 per cento del Monte dei Paschi di Siena, il 10 per cento delle Assicurazioni Generali, il 2,7 per cento di Unicredit, il 28 per cento della francese Convivio, braccio immobiliare quotato a Milano e Parigi. Attraverso una fondazione possiede anche il 25 per cento dello Ieo, l’Istituto oncologico europeo voluto da Enrico Cuccia.

Gli occhiali del patron

D’accordo, faccio un gioco di parole, ma è anche il modo in cui Leonardo Del Vecchio concepiva la gestione della sua azienda. Attento a tutto, a cominciare dai dettagli che non delegava a nessuno, sapendo che proprio lì si nascondono tutte le diavolerie. Ossessionato dal controllo proprio come Giorgio Armani, grazie al quale si deve il suo successo. Il loro accordo si stringe nel 1988: “Io avrei realizzato quel che mi veniva meglio, cioè la creatività, Del Vecchio avrebbe realizzato in modo perfetto il prodotto”, ha ricordato lo stilista. La Luxottica esce dall’ombra e s’accendono le luci della ribalta. Armani chiede anche una quota della società, prima il 2 poi il 5 per cento. Il boom degli anni 90 cancella ogni nube, ma nel 2002 scoppia il temporale. Come mai? Secondo alcuni s’insinua un sospetto incrociato: Armani pensa che Del Vecchio, ormai diventato l’uomo più ricco d’Italia, voglia prendere il controllo anche della maison, e viceversa. Ci vorranno dieci anni prima di riannodare i rapporti e lo si deve ad Andrea Guerra, diventato amministratore delegato del gruppo di Agordo. Sì perché alla fine Leonardo aveva finto un passo di lato, anche se la “filosofia manageriale” gli faceva venire l’orticaria. Ancora nel 2004 riportavano direttamente a lui ben 70 dirigenti aziendali i quali temevano che ogni passo falso finisse con una firma sulla lettera di licenziamento già pronta nel cassetto del presidente.
Guerra veniva da esperienze manifatturiere importanti (come la Merloni) e il suo metodo non coincideva con quello del patron, il quale vuole sempre mantenere un controllo più stretto e personale. E’ vero, Leonardo aveva confessato che anche per lui era arrivato il momento di “divertirsi” dedicandosi anche alla famiglia e al suo ultimo figlio. Ma erano parole, non pensava certo di mollare il comando. Si fidava più di Francesco Milleri presentatogli da Nicoletta con la quale c’era stato il ritorno di fiamma. Il manager perugino da fornitore si era trasformato in consulente, arrivando a conoscere ogni dettaglio dell’impresa, poi in “segretario”, infine in vero e proprio braccio destro. Guerra aveva raggiunto un accordo con Google per gli occhiali digitali, ma non era decollato. Lo stesso per il negoziato con Essilor. Del Vecchio aveva capito che non poteva più stare da solo e il gigante francese delle lenti era un buon partito anzi quello giusto, sia industriale sia finanziario. Le trattative, però, si erano impantanate come sempre su chi doveva comandare. Intanto Guerra diventava una vedette persino politica al fianco di Matteo Renzi alla Leopolda. E’ stata la goccia finale e a quel punto la stella di Guerra è tramontata con la velocità del sole all’equatore. Nell’estate 2014 a villa d’Este dove si celebrava l’evento annuale Leonardo aveva inviato un biglietto ad Andrea con solo tre parole: “Grazie di tutto”. Viene rimpiazzato da Enrico Cavatorta il quale regge meno di un mese.
Per comprendere anche quel che sta accadendo oggi non bisogna trascurare il ruolo di Nicoletta Zampillo. Conosce il mondo degli occhiali perché suo padre Vincenzo, originario della Campania, era rappresentante dei maggiori marchi, compresa la Metalflex l’azienda del Cadore madre della Luxottica. Del Vecchio e Zampillo diventano amici, vanno in vacanza insieme, quella ragazzina bruna e vivace diventa una donna affascinante e sboccia l’amore. Il primo matrimonio finisce male per colpa di Leonardo che s’invaghisce di una sua manager, Sabrina Grossi, che nonostante due figli non sposerà mai. Nicoletta e Leonardo divorziano: a lei viene assegnata villa Mondadori, una splendida villa stile Liberty, 2.000 metri quadri, a Milano che venne poi venduta nel 2008 per 24 milioni di euro. A metà degli anni 90 torna in scena. E quando viene al mondo l’ultimo figlio, Leonardo confessa di aver sentito delle passioni che gli altri non gli avevano dato. Meno che mai Claudio.

La condanna della primogenitura.

Nel settembre 1991 Leonardo Del Vecchio festeggia i trent’anni della sua società e annuncia: “Il mio successore c’è già. E’ mio figlio Claudio. Ma non adesso, quando avrò settant’anni, a farmi da parte prima non ci penso proprio”. Sappiamo che non si è fatto da parte nemmeno a 70 anni, e sappiamo che non ha tenuto fede a quella promessa né a nessuna legge della primogenitura. Un anno prima la Luxottica era stata quotata a Wall Street portando a compimento quel cammino americano chiave del suo successo, un percorso nel quale aveva fatto l’incontro fondamentale con Giorgio Armani. In tutto il decennio Ottanta, il decennio reaganiano, quello in cui la moda era diventata di moda e il lusso era sceso dall’empireo, Claudio aveva portato avanti con diligenza e capacità il business americano facendolo diventare sempre più importante, anzi prevalente. Ma i rapporti con il padre erano diventati sempre più difficili. Il culmine del successo, anche come effetto immagine, è l’acquisizione dei mitici Ray-Ban (non delle lenti Bausch & Lomb) e poi della catena di negozi LensCafters quelli che confezionano gli occhiali in poche ore. Nel 1995 Del Vecchio scatena la “guerra degli occhiali”, scala e conquista la Us Shoe, società che possedeva la rete distributiva, e spende 1,4 miliardi di dollari. A quel punto oltre la metà del fatturato della Luxottica era in dollari. Un successo clamoroso, ma subito dopo matura la rottura con il primogenito. Claudio molla, decide di restare a New York e s’imbarca in una operazione ai limiti del possibile: ripescare Brooks Brothers, la mitica marca di abbigliamento per l’élite americana, ormai spiazzata da Ralph Lauren che proprio lì aveva mosso i primi passi. Il rilancio ha successo, vengono aperti negozi in Italia e in Europa, camicie botton down e blazer con bottoni dorati si trovano in tutti i maggiori aeroporti, ma l’avventura cominciata un secolo prima è appesa a un filo che si spezza inesorabilmente con la pandemia. Nel 2020 Brooks Brothers va in bancarotta e chiede il Chapter 11, simile alla nostra amministrazione controllata. E Claudio esce mestamente di scena. Intanto affila la lama il ben più giovane sfidante.

Le scommesse di Leonardino

Il cruccio di Del Vecchio era che la proprietà svaporasse nelle mani di non so chi. Il passaggio fondamentale è la clausola della quasi unanimità.
Se le cose stanno così c’è da chiedersi perché il figlio minore Leonardo Maria detto Leonardino si sia così indebitato con le banche (circa 10 miliardi di euro) allo scopo di emarginare i fratelli e diventare il primo azionista con il 37,5 per cento. Aggiungendo il 12,5 per cento in mano a sua madre che certo lo sostiene e con la quale ha stretto un patto per la cessione del pacchetto in nuda proprietà, potrà contare sul 50 per cento tondo tondo, nemmeno la maggioranza assoluta e in ogni caso lontano dall’88,5 per cento necessario per prendere decisioni fondamentali. Milleri lo guarda con interesse nella speranza che possa portare ordine là dove regna una gran confusione. Di buone intenzioni è lastricata la strada dell’eredità.
Leonardino propone ai fratelli di cedergli le loro quote, accettano Luca e Paola e il 30 aprile concludono l’accordo che diventerà esecutivo il 17 giugno prossimo, quarto anniversario della morte del fondatore. I dieci miliardi di euro vengono forniti tra tre banche: Unicredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas, una italiana e due francesi, le quali ricevono in pegno i pacchetti azionari e si cautelano nel caso tutta l’operazione non vada a buon fine. Ma se tutto filerà liscio Leonardo Maria con la sua finanziaria Lmdv (acronimo del proprio nome) diventa azionista di Delfin e, con il 12,5 per cento della madre, anche se come nuda proprietà, raggiunge potenzialmente il 50 per cento. Uomo chiave nella Lmdv è il commercialista italiano Nicolò Karim Forni, classe 1988, il quale possiede una quota del 9,3 per cento (Nicoletta Zampillo ne detiene il 13,3 per cento). Ha cariche sociali in numerose società italiane di Lmdv ed è anche amministratore della Red International Holding, società lussemburghese controllata dalla Lmdv Capital, fondata nell’ottobre 2023 amministrata anche da Patrick Wilwert (professionista lussemburghese fondatore della W- Conseil, uno studio fiduciario che si occupa di costituzione e di domiciliazione di società) e da Xavier Soulard. I loro nomi si ritrovano anche nella Sea Consulting, società che è stata rilevata nel 2025 dalla Red International Holding, e nella Milestone Investments, fondata ad aprile 2025 dalla W-Conseil una holding di partecipazioni nella quale Forni ha preso il posto di Wilwert come amministratore. Formalmente la società non appartiene a Leonardo Maria Del Vecchio, ma ha la sede legale negli uffici della W-Consulting come pure la Red International Holding e la Red Consulting.
Prima del suo ardito blitz che cosa aveva fatto Leonardino? Una bella vita, in compagnia di modelle (ça va sans dire), un turbolento quanto chiacchierato matrimonio durato nove mesi con Anna Castellini, una figlia con Sara Soldati, nota per aver partecipato al Grande Fratello Vip nel 2020, una nuova fiamma sempre al top (Kornelia Ski, qualificata come influencer e model). E insieme un pulviscolo di affari e qualche avventura imprenditoriale. La Lmdv aveva acquistato la società Acqua di Fiuggi (è stata annunciata un’acqua minerale ora anche con il marchio Armani), imprese balneari (il Twiga di Briatore e il Franco Mare), i ristoranti Vesta, start-up di foto modelle, cinema (il 13,7 per cento di Leone film group che ha una pellicola a Cannes), altre partecipazioni varie e in particolare i giornali: il 30 per cento del Giornale e la maggioranza del gruppo Monti Riffeser che include Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e Qn. Ambiva anche alla Repubblica, ma ha ricevuto il no di John Elkann. Una vera bulimia dell’erede che ambisce a diventare il solo vero erede (non solo sul piano giuridico) di cotanto padre. Ma è chiaro che il piatto forte, anzi fortissimo è la Delfin e di qui EssilorLuxottica. Il problema è che Leonardino non può ancora disporre concretamente della eredità, può solo offrirla in pegno alle banche che si fregano le mani. Chi ha i capelli bianchi ricorda quel che stava accadendo alla Fiat un quarto di secolo fa.

Rocco e i suoi fratelli

“Ho vissuto sulle spalle di un gigante”: è la didascalia di una foto che ritrae un ragazzino a cavalcioni di Leonardo Del Vecchio, accanto la madre Nicoletta Zampillo che sorride orgogliosa e soddisfatta. Leonardo Maria non era ancora nato e il patron di Luxottica aveva accolto il piccolo Rocco come un altro figlio. Ottenuta la laurea all’Università Cattolica, nel 2013 entra in ditta. Tre anni dopo diventa amministratore delegato di Oliver Peoples, marchio nato nel 1987 in California e acquistato da Luxottica nel 2007. Lo rilancia anche grazie a un accordo con il tennista Roger Federer in piena linea con la strategia della Luxottica: montature glamour sul naso di star del jet set. Vive a Los Angeles dove tiene i rapporti con Meta per la realizzazione dei Ray-Ban Stories, poi gli viene affidato il compito più difficile: gestire l’accordo con Mark Zuckerberg per gli occhiali cosiddetti smart. Insomma un cursus honorum con i fiocchi, ma a quel punto incrocia le sue ambizioni con quelle di Leonardino. Erano stati vicini anche se Rocco è di sei anni più grande, mostrandosi al mondo come modello di famiglia allargata. “Io sono cresciuto con mio fratello Rocco e mia madre – ha raccontato Leonardo Maria alla Stampa – Con tutti gli altri fratelli c’è stato un bel rapporto, anche se la lontananza non aiuta”. Ma tutto s’appanna e poi tracolla quando il più giovane, dopo un periodo scapestrato, mette a punto quello che gli sembra il suo destino naturale: diventare l’unico e legittimo erede.
Il 2025 è l’anno della svolta anche personale. In estate Rocco sposa con una cerimonia nella chiesa di Anacapri la modella Sonia Ammar, figlia del produttore cinematografico e finanziare tunisino Tarak Ben Ammar, storico socio e amico di Silvio Berlusconi. In dicembre matura la rottura, la ruggine accumulata si manifesta anche nelle assemblee della Delfin e Rocco decide di lasciare Luxottica. “Una scelta meditata da tempo”, dice, per seguire un percorso professionale. Con sé porta la sua quota del 12,5 per cento che la madre gli aveva girato mantenendo per sé l’altro 12,5 per cento. Ma Leonardino non si accontenta e mette in discussione la stessa legittimità del trasferimento. Comincia a spirare un’aria da famiglia Agnelli. Rocco passa al contrattacco e a sua volta ricorre in tribunale contro l’acquisto delle quote di Luca e Paola, anche se la decisione è stata approvata dall’assemblea della Delfin il 27 aprile scorso. Una delibera che secondo Leonardo Maria ha pieno valore strategico e per questo si dichiara tranquillo. Al funerale del pater familias il 23 giugno 2022 Rocco aveva preso la parola: “Certi uomini nascono per adempiere a un compito diverso dagli altri – dice commosso – Leonardo era così: non ordinario, non inquadrabile nei canoni di noi persone normali. Parlava quasi sempre e solo di Luxottica, di come migliorarla e innovarla: era il suo amore più grande e non aveva niente a che fare con il successo o con i soldi”. E “certi amori regalano un’emozione per sempre”, canta Eros Ramazzotti.

Luxembourg mon amour

Il centro di gravità degli eredi di Leonardo Del Vecchio è più che mai in Lussemburgo, dove ha sede la Delfin. Nei registri risultano nove società di proprietà di cinque degli otto eredi Del Vecchio. Claudio che vive a New York, ma risiede ad Agordo, possiede la Cdv Holdings, una società in accomandita semplice iscritta in Lussemburgo nel 2023 ma che in realtà è stata trasferita nel Granducato dal Delaware, negli Stati Uniti, dove è stata fondata nel 2014. E’ lì la quota del 12,5 per cento di Delfin e l’8,33 per cento della società italiana Finet Srl. Claudio Del Vecchio controlla l’intero capitale della Cdv tranne un’azione, una golden share posseduta dalla Delfin, grazie alla quale la holding presieduta da Francesco Milleri e amministrata da Romolo Bardin (a sua volta uno degli amministratori della Cdv Holdings) detiene il potere di veto sulle decisioni strategiche. Secondo l’ultimo bilancio, relativo al 2024, possiede asset per oltre 2 miliardi di euro, ma l’anno si era chiuso con un passivo di 12,5 milioni di euro.
La sorella Paola, classe 1961, nata anch’essa, lo ricordiamo, dall’unione di Leonardo con la prima moglie, investe soprattutto in immobili. La Parsus è una holding fondata nel 2014 che possiede una proprietà nella Repubblica Dominicana e 21 appartamenti nel complesso immobiliare “The Central” in Avenue de la Gare, nella città di Lussemburgo. In portafoglio c’è anche un contratto di leasing per l’intero immobile. Parsus controlla un’altra società lussemburghese, la Green Station, che possiede altre proprietà nello stesso edificio di Avenue de la Gare. C’è poi la Sci Laguna, anch’essa società immobiliare controllata per il 99 per cento da Parsus e per il rimanente 1 per cento direttamente dalla stessa Paola che condivide con Claudio anche l’amministratore, Andrea Carniello, fiduciario lussemburghese nato nel 1983 a Feltre. Lo stesso che gestisce anche una società di Luciana Nervo, prima moglie di Leonardo Del Vecchio ma che non ha ereditato nulla. Nata nel 1938, controlla la Lunem, costituita nel 2016. La società possiede quote di EssilorLuxottica e registra capitali e riserve per oltre 45,6 milioni di euro. Carniello figura anche nella Lufin di Luca Del Vecchio nato nel 2001 dall’unione di Leonardo e Sabina Grossi. Nicoletta Zampillo ha iscritto nei registri della Camera di Commercio la sua prima società. Si chiama Nzdv Holding, 10.000 euro di capitale sociale e sede legale in piazza San Fedele a Milano. Mentre secondo gli atti depositati, la signora Zampillo Del Vecchio risiede a Montecarlo, in un edificio a 250 metri da dove ha abitato fino a poco fa Jannik Sinner. Luca risiede a Londra ed è entrato in affari con Roy, figlio di Umberto Smaila.
Anche Rocco Basilico possiede la sua holding lussemburghese, la Rbh, fondata nel gennaio 2025. Non è finora un grande affare quello fatto insieme alla madre e a uno dei loro fiduciari, il solito Karim Forni, nella startup italiana Kuiri, una realtà specializzata in “cloud kitchen” (o cucine fantasma) fondata nel 2021 da Paolo Colapietro e Alessandro Righetti. Il bilancio del 2024 s’è chiuso infatti con una perdita di oltre 1,1 milioni di euro, quasi doppia rispetto al passivo di 522 mila euro del precedente esercizio mentre i ricavi anno su anno sono letteralmente crollati da 1,4 milioni a 407 mila euro. Si attendono le cifre per il 2025. Mamma Nicoletta detiene direttamente il 13,3 per cento della Lmdv Capital di Leonardo Maria e Forni il 9,3 per cento.

Da Perugia a Parigi

L’uomo al comando, e non solo per volontà di Leonardo Maria Del Vecchio, è senza dubbio Francesco Milleri. Il putsch del 2020 in EssilorLuxottica, società francese quotata alla Borsa di Parigi, resta sotto la spada di Damocle non solo perché il cda è diviso esattamente in due (sette consiglieri Luxottica e sette Essilor), ma anche perché se gli italiani hanno in mano il marketing, i francesi posseggono la tecnologia (sono loro ad aver introdotto le lenti progressive). Il nuovo cda è stato rinnovato il 28 aprile, ma sia l’ad sia il suo vice scadono l’anno prossimo. L’irresistibile ascesa di Milleri ha suscitato interrogativi e tensioni anche fra i tradizionali collaboratori di Del Vecchio. Ecco come l’ha raccontata Nicoletta Zampillo che ne è stata per così dire la madrina. “Era il 1991 e mi ero separata dal mio precedente marito. Dopo sei mesi nella casa in cui abitavo è arrivato il dottor Milleri con la moglie e un figlio che aveva la stessa età del mio (Rocco Basilico, ndr). Sono diventata amica della moglie e quando mi sono fidanzata con Leonardo ci siamo frequentati con i Milleri per diversi anni. Poi ci siamo separate entrambe e dal 2000 al 2009 non ho più visto Francesco che invece ha continuato a frequentare mio marito e la sua compagna di allora (Sabina Grossi, ndr). Milleri conosce bene anche i figli del primo matrimonio di Leonardo, cioè Claudio, Paola e Marisa. Siamo amici ma non l’ho suggerito io a mio marito, lui decide da solo”.
Milleri si è conquistato rapidamente una fiducia che Leonardo Del Vecchio non aveva mai riposto in nessuno, come abbiamo detto. La brevissima parentesi di Cavatorta si conclude proprio con uno scontro con il patron sul ruolo di un consulente diventato il vero braccio destro.
Ma il vero gran colpo è stato proprio il matrimonio con Essilor perché a Milleri è riuscito quel che Guerra aveva mancato. Possiamo dire che si è guadagnato il posto al vertice del nuovo gruppo. Una chiave per aprire le porte francesi è stata la concessione di un periodo di condivisione, il miraggio di una cogestione che sfuma nel 2020 quando Hubert Sagnières e Leonardo Del Vecchio lasciano tutte le cariche operative nella società e passano il testimone a Francesco Milleri e Paul du Saillant, che assumono tutti i poteri esecutivi come amministratore delegato e vice amministratore delegato. Da allora EssilorLuxottica ha continuato a crescere (ha chiuso il 2025 con un fatturato di 28 miliardi di euro e in borsa capitalizza ben 78 miliardi). Dal gennaio 2021 quando Milleri aveva preso pienamente in mano la guida del gruppo, al massimo storico raggiunto il 12 novembre scorso, il titolo è passato da 130 a 323 euro per azione, poi è sceso a 171 euro venerdì scorso. Hanno influito fattori esterni come i dazi, l’instabilità geopolitica, la crisi del lusso e della moda. In più si aggiunge il ritorno di Google a insidiare l’accordo tra Essilux e Meta per le lenti smart. Ma ci sono anche fattori interni: in primo luogo la confusione in famiglia e poi anche il risiko bancario che avrebbe distratto il top manager dal suo mestiere principale, secondo molte critiche che rimbalzano da Parigi. Tutto ciò ha spinto lo stesso Milleri a ri-concentrarsi sul core business.

La gracile cassaforte

Non c’è solo l’eredità da sistemare, ma anche la cassaforte diventata sempre più importante. Dalla fine degli anni 90 Del Vecchio ha vissuto una nuova vita anche come imprenditore. Diventato l’uomo più ricco d’Italia ha scoperto la finanza dai cui giochi si era tenuto fuori, preferendo mettere la sua ricchezza sul mattone, in piena tradizione italiana. E’ entrato in conflitto con Alberto Nagel per la gestione di Mediobanca, e con i vertici delle Assicurazioni Generali, tranne la breve gestione di Mario Greco: avrebbe voluto più coraggio imprenditoriale, non gli bastavano i lauti dividendi, voleva che crescessero all’estero. E aveva trovato il sostegno di Caltagirone e Benetton. Non ha mai potuto digerire il no di Nagel alla sua offerta di 500 milioni di euro per acquisire l’Ieo l’Istituto dei tumori fondato da Enrico Cuccia. Alla sua morte la Delfin era azionista rilevante delle Generali e di Mediobanca. Il successore Milleri ha mantenuto la posizione critica verso la gestione della banca e della compagnia e ha sostenuto Caltagirone nel risiko che ha portato alla conquista del Monte dei Paschi di Siena e della Mediobanca. Poi non ha sostenuto Caltagirone nella defenestrazione di Luigi Lovaglio, suscitando interrogativi politico-finanziari.
E adesso che cosa succede? Intanto va ricordato che c’è da pagare circa 200 miliardi di tasse di successione, ma questo, così come l’operazione Leonardo, è finito in mano agli avvocati e c’è da tremare. Che fine farà la Delfin se riuscirà a non cadere nelle mani delle banche (nessuno degli accordi è stato ancora concretizzato)? Non potrà restare una gracile testa in un corpo ormai così ramificato il cui valore è stimato in 40 miliardi di euro per lo più grazie alla quota in EssilorLuxottica. Il modello è forse una holding con una partecipazione industriale prevalente, ma non esclusiva e attorno una corona di pacchetti azionari rilevanti, soprattutto quello delle Generali. Il Leone di Trieste è una public company per molti versi anomala: il 13,19 per cento è della Mediobanca (che fa capo a Mps) e a questo punto non sappiamo se resterà lì oppure no, la Delfin ha il 10,5 per cento, Unicredit l’8.8 per cento, Caltagirone il 6,32 per cento, Benetton (alleato di Del Vecchio e Caltagirone) il 4,9 per cento. Una situazione resa ancor più fluida da una Unicredit in salita verso (e oltre) il 10 per cento e dall’incerto futuro di Mediobanca. E Delfin? La linea di Milleri è di non cedere nulla, ma non intende far parte di nuove battaglie a meno che non diventi assolutamente necessario per gli interessi della famiglia (o meglio di chi ormai tende a prenderne il controllo). Se ci fosse bisogno di liquidità potrebbe semmai quotare la holding cedendo una quota minoritaria. Sarebbe una saggia decisione che darebbe struttura e valore a una società che fino ad ora è stata poco più di un bell’ufficio nel granducato. Ma ciò richiede che cada l’ipoteca delle banche sulla maggioranza relativa della Delfin, insomma che i prestiti vengano estinti e le tre banche rimborsate con 10 miliardi di euro che non sono esattamente noccioline. Riuscirà a farlo Leonardino e quando? Chi fa da garante di ultima istanza presso le banche, Delfin con tutte le sue partecipazioni o soltanto il portafoglio del vivace e irsuto rampollo? Non solo: se venisse venduta la quota di Mediobanca nelle Generali, Milleri resterebbe davvero alla finestra? Il risiko del 2025-2026 per il momento è solo sospeso. Il mandato di Philippe Donnet alla guida del Leone di Trieste scade l’anno prossimo, ma il cambio avverrà con l’assemblea del 2028. C’è tempo per tessere nuove trame, sperando che ci siano anche valide strategie. In fondo, come voleva Leonardo Del Vecchio.