•
Produttività e demografia. Un libro sulle cause del declino italiano
"Fotografia di un declino" espone i numeri e i meccanismi del declino che mostrano un problema strutturale. Il declino italiano non riguarda solo il pil aggregato, ma anche il reddito pro capite. Il risultato è che il potere d’acquisto dei lavoratori è rimasto quasi fermo
di
e
13 MAY 26

Foto Ansa
Con “declino economico” si intende una progressiva perdita di distanza dalla frontiera della tecnologia. Il modo più semplice per capire se un paese è in declino è guardare se i redditi crescono. Se crescono meno che negli altri paesi, o smettono di crescere, il declino è già iniziato. Nel caso italiano, i numeri sono chiarissimi. La crescita economica si è spenta negli ultimi quarant’anni: dai tassi elevati del dopoguerra a valori prossimi allo zero negli ultimi decenni. E non si è trattato di uno stop improvviso, anzi, la crescita (sia aggregata sia pro capite) si è spenta lentamente.
In un libro, “Fotografia di un declino” (dettagli sul sito ildeclinoitaliano.it) abbiamo raccolto i dati che descrivono questa traiettoria. Il libro e il materiale digitale a corredo sono una documentazione sistematica delle cause del declino italiano. Come tale, non propone volutamente ricette di policy dato che sono sempre discutibili. Piuttosto, il libro espone i numeri e i meccanismi del declino che mostrano un problema strutturale. Il declino italiano, infatti, non riguarda solo il pil aggregato, che può essere influenzato dalla demografia, ma anche il reddito pro capite, cioè quanto in media produce e guadagna ogni individuo. Anche qui la crescita si è sostanzialmente azzerata. Il risultato è che il potere d’acquisto dei lavoratori è rimasto quasi fermo, mentre in molte altre economie avanzate ha continuato ad aumentare.
Il confronto internazionale è eloquente. La quota dell’Italia sul pil mondiale è scesa dal 4,7 per cento del 1980 all’1,8 per cento del 2024: abbiamo perso, in termini relativi, oltre il 60 per cento della nostra posizione iniziale. E negli ultimi vent’anni il dato è ancora più netto: su 205 paesi per i quali sono disponibili i dati, l’Italia è quasi ultima, cioè è cresciuta meno di chiunque altro al mondo. Solo otto paesi hanno fatto peggio di noi e il confronto è più imbarazzante considerando che questi ultimi hanno sperimentato guerre devastanti (come il Sudan, lo Yemen o l’Ucraina) o sono regimi autoritari che hanno portato la popolazione alla fame (il Venezuela). L’Italia quindi è tra quelli cresciuti meno al mondo. Non solo tra i paesi avanzati ma tra tutti. A questo punto la domanda è inevitabile: perché? La risposta, almeno nei suoi elementi essenziali, è nota da decenni. Nel lungo periodo un’economia cresce perché aumentano i lavoratori, il capitale e la produttività. Più lavoratori e più capitale possono sostenere la crescita, ma presentano rendimenti decrescenti. Per aumentare stabilmente redditi e standard di vita serve produrre di più con le stesse risorse: nuove tecnologie, lavoratori più qualificati, organizzazioni migliori, imprese più dinamiche. In altri termini: demografia, investimenti e un sistema più efficiente (produttività). Non ci sono altre strade.
Il problema italiano è che le due grandi debolezze – demografia e produttività – si presentano insieme e in forma acuta. Dal lato demografico, la popolazione diminuisce e invecchia. Dal 2014 il numero di residenti è in calo. Le nascite sono scese a circa 370 mila l’anno e il tasso di fecondità è di 1,14 figli per donna, ben sotto il livello di rimpiazzo di 2,1. Ovvero meno lavoratori oggi e ancora meno domani. Dal lato della produttività, il quadro è persino più preoccupante. Negli ultimi vent’anni la produttività del lavoro è rimasta sostanzialmente ferma. Nel decennio precedente il Covid è cresciuta di appena l’1,6 per cento cumulato, contro quasi il 12 pe cento negli Stati Uniti. In pratica, un lavoratore italiano oggi produce non molto più di quanto facesse all’inizio degli anni Duemila. E questo è avvenuto perché oggi in Italia si continuano a produrre più o meno le stesse cose di 20 anni fa, mentre negli Stati Uniti l’innovazione tecnologica è stata dirompente.
Per questo è illusorio pensare che la spesa pubblica possa risolvere tutti i problemi. L’Italia in questi anni ha usato enormi risorse pubbliche senza effetti duraturi sulla crescita poiché, come sempre, la spesa è stata diretta nei settori errati, al punto da chiedersi se la politica abbia capito le cause della grande stagnazione italiana. Se si vuole invertire la rotta, infatti, bisogna guardare all’offerta dell’economia: lavoro, imprese, ricerca e formazione, innovazione, istituzioni che favoriscano la facilità di investire e competere. Il libro parte da qui. Dai numeri. Non per chiudere la discussione sulle soluzioni, ma per impedirle di partire da una diagnosi sbagliata. Il declino non è un’opinione: è la realtà dei dati da quarant’anni. L’Italia vivacchia, nonostante sé stessa, difende posizione di rendita, rinvia scelte. Toccherà soprattutto ai giovani provare a ribaltarla. Questo libro è anche per loro: perché riescano dove la nostra generazione ha fallito.