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Meloni rivendica i quattro anni di governo, ma ha poche idee per l’ultimo
La premier tiene la linea sui conti e annuncia il ritorno del nucleare, ma inciampa tentando di spiegare l'aumento della pressione fiscale. Il dialogo con Calenda e gli attriti con il M5s
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14 MAY 26

Il ritorno di Giorgia Meloni in Senato per il “premier time” non è stato all’altezza del momento storico: l’Italia è in stagnazione economica, nel mezzo di una guerra che ha provocato uno choc energetico che può trascinare l’economia in recessione, ma il dibattito parlamentare è stato dominato dalla polemica politica e dalle reciproche accuse, senza una seria riflessione sui margini e mezzi che ha il paese per affrontare la crisi. In ogni caso, la linea del governo è apparsa molto più cauta rispetto alle pulsioni di rottura del Patto di stabilità emerse nella maggioranza nelle settimane scorse. Meloni mantiene la prudenza sui conti pubblici, e questo è positivo, ma non sembra avere molte idee per l’ultimo anno di legislatura. A parte energia nucleare e Piano casa. Le direttrici politiche del governo sono emerse, più che nelle risposte ai partiti di maggioranza, nel dialogo con due partiti di opposizione, Azione e M5s.
Rispetto a Carlo Calenda, che ha messo da parte le critiche al ministro Adolfo Urso sulla politica industriale e al governo in generale, per chiedere una cabina di regia su come affrontare l’avvitamento della crisi, Meloni ha mostrato il suo volto più dialogante: ha riconosciuto il lavoro costruttivo dell’opposizione, ha annunciato l’approvazione entro l’estate della legge delega per far ripartire la produzione di energia nucleare e ha accolto la proposta di una Cabina di regia parlando di “porta aperta” del governo. “Facciamola diventare un portone”, è stata la replica di Calenda parlando della necessità di arrivare a un “piano congiunto industriale”.
Nel confronto con Stefano Patuanelli, invece, sono emerse due visioni agli antipodi. A parte la naturale dialettica politica sulle colpe per il presente e il passato – la crisi economica e industriale attribuita da Patuanelli al governo, e il pesante impatto finanziario del Superbonus attribuito da Meloni al M5s –, è su cosa fare in futuro che si scontrano due linee politiche opposte. Patuanelli imputa al governo italiano di aver accettato il Patto di stabilità, non ritiene ci sia alcun merito nella riduzione dello spread né alcun valore nel miglioramento del giudizio delle agenzie di rating, pertanto punta a rompere il Patto di stabilità superando “le politiche economiche basate su austerità e avanzo primario”. Che vuol dire, appunto, più deficit e più debito. Dal canto suo, Meloni ha sollevato la contraddizione di chi la critica per il debito in aumento e al contempo propone di aumentare il disavanzo, ma ha sostanzialmente rivendicato la riduzione del deficit dall’8,1 al 3,1 per cento e la “politica di serietà” sui conti pubblici.
Paradossalmente, la risposta più fragile della premier è stata all’interrogazione, proveniente dal suo stesso partito, sulla riduzione delle tasse. Meloni ha spiegato, in maniera poco convincente, come sia stato possibile un aumento della pressione fiscale al 43,1 per cento nonostante il governo abbia tagliato le tasse. La tesi della premier è che la pressione fiscale misura il rapporto tra entrate fiscali e pil, e pertanto in questo caso le entrate non sono aumentate per l’incremento delle aliquote (che invece sono state ridotte) ma per il forte aumento degli occupati: “Se il numero delle persone che lavorano aumenta di 1,2 milioni – ha detto Meloni – le entrate per lo stato aumentano, perché ci sono più persone che pagano le tasse, anche se quelle tasse sono più basse”. Il problema del ragionamento di Meloni attorno alla pressione fiscale come rapporto tra gettito e pil è che i nuovi occupati, oltre a pagare le tasse, producono anche qualcosa e quindi fanno aumentare il pil. Ma se la pressione fiscale aumenta, vuol dire che i nuovi posti di lavoro sono di bassa qualità e che la produttività si è ridotta. Ma proprio la produttività, che è il grande male dell’economia italiana, è stata ancora una volta il grande rimosso del dibattito parlamentare.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali