L’inflazione torna a correre, dice l'Istat. E riapre il caso tassi

In Italia il dato di aprile è stato rivisto al 2,7 per cento, ma resta in forte rialzo rispetto a marzo. Energia e alimentari non lavorati riaccendono le pressioni sui prezzi, mentre il debito pubblico sale. Nell’Eurozona crescita debole e carovita al 3 per cento complicano le scelte di Francoforte

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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 12:45 PM
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La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde e il governatore di Bankitalia Fabio Panetta (foto LaPresse)

L’inflazione italiana di aprile è stata rivista leggermente al ribasso dall’Istat, dal 2,8 al 2,7 per cento. Ma la correzione statistica non cambia il dato politico ed economico: i prezzi sono tornati a correre. A marzo l’inflazione era all’1,7 per cento. In un solo mese il salto è stato ampio, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo esclusi i tabacchi in aumento dell’1,1 per cento. 
La spinta arriva soprattutto da due fronti. Il primo è quello energetico, dove il cambio di passo è molto forte: i prezzi passano da un calo del 2,1 per cento a un aumento del 9,2 per cento. Il secondo è quello degli alimentari non lavorati, che accelerano dal 4,7 al 5,9 per cento. In entrambi i casi emerge la stessa vulnerabilità: l’esposizione dell’economia italiana agli shock esterni sui prezzi dell’energia e delle materie prime agricole, alimentati dal rincaro di petrolio e fertilizzanti legato alla guerra nel Golfo Persico. Il debito pubblico, intanto, continua la sua corsa ordinaria: secondo i dati comunicati oggi dalla Banca d’Italia, a marzo è salito di 19,5 miliardi, portando lo stock complessivo a 3.158,8 miliardi. Un valore enorme che, secondo il Fondo monetario internazionale, farà sì che già quest’anno l’Italia dovrebbe superare la Grecia diventando il paese con il debito pubblico più alto d’Europa.
Il problema, però, non è solo italiano. L’intera Eurozona sta entrando in una fase peggiore di quella che sembrava aprirsi fino a poche settimane fa. Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’area euro è cresciuto appena dello 0,1 per cento, secondo la stima preliminare di Eurostat diffusa ieri. Meno dello 0,2 per cento registrato alla fine del 2025. L’Italia fa poco meglio della media, con un +0,2 per cento. La Germania sale dello 0,3, la Francia resta ferma, la Spagna continua a distinguersi con un +0,6 per cento. È una crescita debole, che si accompagna alla ripresa del carovita: ad aprile, l’inflazione dell’Eurozona è salita al 3 per cento, di nuovo ben sopra l’obiettivo del 2 per cento della Banca centrale europea. A spingere il dato è quasi solo l’energia, con il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile, ai massimi da quattro anni. Qui nasce il dilemma della Bce. L’inflazione generale sale, e questo rafforza gli argomenti di chi, a Francoforte, vorrebbe una nuova stretta monetaria. Ma l’inflazione di fondo, la componente “core”,  cioè quella depurata da energia e alimentari che sono molto volatili, è scesa dal 2,3 al 2,2 per cento. E anche i servizi, che l' Eurotower osserva con particolare attenzione perché più legati a salari e domanda interna, rallentano dal 3,2 al 3 per cento.
In altre parole, lo shock energetico sta gonfiando l’indice complessivo, ma non sembra ancora essersi trasformato in una spirale interna che fa salire prezzi e salari. È una distinzione importante: se la Bce reagisse solo al dato generale, rischierebbe di restringere la politica monetaria proprio mentre l’economia europea rallenta. Se invece ignorasse il rialzo dell’energia, rischierebbe di arrivare tardi nel caso in cui l’aumento dei costi si trasferisse stabilmente a imprese e consumatori. I mercati, per ora, continuano a scommettere su un rialzo dei tassi già a giugno. Ma la traiettoria resta appesa soprattutto a variabili che Francoforte non controlla come il prezzo di petrolio e fertilizzanti.

È qui che torna, con molte cautele, il fantasma della stagflazione: l’incubo di un’economia che cresce poco mentre il carovita continua a mordere. Non perché l’Europa stia rivivendo gli anni Settanta: il sistema oggi è diverso, la dinamica salariale più controllata le banche centrali dispongono di strumenti che allora erano ancora, in larga parte, materia di discussione tra gli economisti accademici. Ma l'unione di crescita fiacca, energia costosa e bilanci pubblici con poco spazio di manovra resta insidiosa. Non è la stagflazione classica, ma è abbastanza per rendere stretto il sentiero della Bce e difficili le scelte fiscali dei governi.

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