Ricerca e trasparenza, le sciocchezze italiane sulla privacy

L'irragionevole limitazione dell’uso a fini scientifici di dati statistici preziosi, ma anche i nomi di imprese e avvocati cancellati da qualsiasi sentenza civile che circola. Quando l'abuso della privacy riduce il nostro tasso di democrazia

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19 MAY 26
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Foto di Thomas Lefebvre su Unsplash

In nome della tutela della privacy, oggi in Italia si fanno molte sciocchezze, talvolta assai dannose. Non pensiamo soltanto alle tonnellate di carta quotidianamente sprecate per far sottoscrivere a ogni persona coinvolta in qualsiasi attività il “consenso al trattamento dei dati” necessario per quell’attività: sottoscrizione palesemente superflua, dal momento che il consenso della persona interessata è implicito nella sua partecipazione.
Le sciocchezze più gravi e dannose che si commettono in nome della protezione della privacy consistono nella limitazione irragionevole dell’uso, a fini scientifici, di dati statistici preziosi, che migliorerebbero la qualità del dibattito sulle politiche sociali. I ricercatori italiani possono condurre esperimenti e accedere a dati, anche sensibili, di studenti, lavoratori, famiglie e imprese in altri paesi europei, anche dal proprio computer con connessioni protette, ma raramente possono fare le stesse cose nel proprio paese. Sebbene l’intera Europa sia soggetta allo stesso Regolamento (il Gdpr), all’estero la privacy non è considerata un bene da tutelare a scapito di tutti gli altri, perché si attribuisce valore anche alla circolazione delle conoscenze che i dati e gli esperimenti consentono di ottenere. Su questo terreno c’è anche da noi qualche eccezione encomiabile: per esempio l’Invalsi, l’Inps e l’Istat hanno aperto in qualche limitata misura i loro archivi alla ricerca, ma devono comunque sottostare a infiniti vincoli, spesso imposti loro senza possibilità di appello.
Altra dannosa sciocchezza è l’impedimento a che siano conosciuti – come invece avviene, con modalità diverse, in paesi nordici quali Svezia, Finlandia e Norvegia – i dati relativi al reddito e alle imposte pagate da ciascun cittadino, così utilizzandosi la protezione della privacy per sottrarre al controllo dell’opinione pubblica l’adempimento da parte di tutti i cittadini del loro dovere costituzionale (articolo 53) di “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”: dove mai sta scritto che ciascuno di noi non debba rispondere di fronte a tutti dell’adempimento di questo dovere, tanto più quanto più elevato è il suo reddito? Quale “libertà morale” della persona – poiché questa è la sola ragione fondamentale del diritto alla privacy – si intende garantire con l’impedimento alla conoscibilità del reddito annuo complessivo di ciascuno?
L’applicazione insensata della protezione della privacy raggiunge, poi, il culmine in alcuni ambiti dell’amministrazione giudiziaria. Da anni, si è diffusa la convinzione che, in nome della privacy, nel pubblicare o far circolare qualsiasi sentenza civile si debbano cancellare i nomi delle parti. Questo obbligo ha un senso se è limitato ai nomi delle persone fisiche; esso viene invece indebitamente esteso anche alle società commerciali, alle associazioni sindacali e imprenditoriali. Col risultato di rendere talvolta incomprensibile il contenuto stesso delle sentenze e delle loro motivazioni. Un esempio è la sentenza del Tribunale di Trani del 10 marzo scorso n. 622, che ha deciso una controversia tra un’impresa e due sindacati sull’applicazione di un contratto collettivo. In nome della privacy, nella sentenza sono stati cancellati il nome dell’impresa, quello dei sindacati contendenti e quello dei rispettivi avvocati. Chiedo a chi ha disposto questa cancellazione: quale diritto alla privacy può avere una società commerciale? E un’associazione sindacale? Giudici e cancellieri dovrebbero sapere che il diritto alla protezione dei dati personali spetta – appunto – soltanto alle persone fisiche, agli esseri umani.
La tutela della privacy in Italia è purtroppo diventata il modo per nascondere vecchie e nuove posizioni di rendita, quando non per proteggere gli arcana imperii. La democrazia è fatta essenzialmente anche di libera circolazione delle informazioni: questo abuso della privacy riduce il nostro tasso di democrazia. Su queste distorsioni gravi dell’applicazione della normativa sui dati personali l’Autorità Garante non ha niente da dire?