Per Krugman l’Europa non perde terreno contro gli Usa. Purtroppo non è così, dicono Draghi e Garicano

Il Nobel per l'Economia ridimensiona il gap con Washington citando welfare, ore lavorate e parità di potere d'acquisto. Ma il declino c’è e non si misura solo con il pil, ma con la dipendenza strategica in difesa, energia e tecnologia

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20 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:09 AM
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 Ma l’Europa è davvero in declino? A leggere quello che scrive il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, molto più preoccupato per il deterioramento istituzionale nel suo paese a opera di Trump, no. In fondo, sostiene, il Vecchio continente non sta perdendo terreno rispetto agli Stati Uniti, semplicemente ha un altro modello – con altre preferenze (ad esempio più tempo libero invece che più ore di lavoro, più welfare rispetto a meno tasse) – che non necessariamente indicano un livello inferiore di benessere. Il quadro è quasi idilliaco, ma la realtà è purtroppo molto diversa.
Nel post “L’Europa è in declino economico?”, pubblicato su Substack, Krugman contesta la narrativa dominante negli ambienti economici e tecnologici americani, secondo cui l’Europa sia entrata in una fase di irreversibile decadimento mentre gli Stati Uniti hanno conquistato un notevole vantaggio tecnologico in settori alla frontiera dell’innovazione come l’intelligenza artificiale. A ben guardare, dice Krugman, se invece di considerare il pil standard si considera il pil a parità di potere d’acquisto, tutto questo allargamento del divario con gli Stati Uniti sparisce. Il gap è costante da una ventina d’anni e dipende, in buona parte, da differenti scelte di modello sociale e dalla dinamica demografica: gli europei lavorano meno ore, vanno in pensione prima, hanno più ferie, e più welfare. Questo implica un pil pro capite inferiore, ma non necessariamente produttività e benessere inferiori. E poi, dice Krugman, basta un “walking around test”: camminando per le città francesi, spagnole o italiane non si ha l’impressione di trovarsi in un contesto più povero rispetto agli Stati Uniti.
La replica a Krugman è arrivata dall’economista spagnolo Luis Garicano, sempre su Substack in un post dal titolo “La stagnazione europea è vera” insieme al figlio Pieter. La divergenza con gli Stati Uniti, sostengono, non è un’illusione statistica ma il risultato di un crescente gap tecnologico e produttivo. Un punto centrale della critica alla tesi dell’economista americano è che non è vero che il dominio tecnologico americano sia solo un fenomeno che gonfia il pil, di cui gli europei comunque raccolgono i benefici attraverso il commercio internazionale perché – esattamente come gli americani – possono comprare un iPhone, usare Google e ChatGpt. L’innovazione tecnologica produce effetti concreti, in termini di investimenti, maggiori profitti, entrate fiscali e salari più alti non solo per chi lavora direttamente nei settori interessati, ma anche nelle zone geografiche e nei settori economici che ruotano attorno. L’altro punto è che le agglomerazioni più innovative, come la Silicon Valley, offrono il contesto migliore per attirare capitale umano e start up dal resto del mondo. Vuol dire anche che se l’Europa è lontana dall’innovazione attuale rischia di essere tagliata fuori dall’innovazione futura, e quindi di essere dipendente dalla tecnologia sviluppata negli Stati Uniti o in Cina. Non è solo un problema economico, nel senso che l’Europa rischia di non potersi più permettere – anche a causa del peggioramento demografico – un modello di welfare basato sulla ricchezza prodotta in passato. Ma è anche un problema di autonomia politica, una preoccupazione che è al centro della riflessione di Mario Draghi, sia nel suo rapporto sulla competitività europea sia nel più recente discorso ad Aquisgrana. Draghi ha segnalato tre forti dipendenze strategiche dell’Europa: difesa, energia e tecnologia. E tutte, proprio negli ultimi anni, con l’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni con gli Stati Uniti, hanno dimostrato quanto queste vulnerabilità mettano in discussione la sostenibilità del modello europeo. La minaccia di Putin, i ricatti di Trump e la penetrazione della Cina non si vedono nelle statistiche del pil pro capite né passeggiando per le città europee. Su questi fronti l’Europa è realmente in declino. Se non riuscirà a recuperare autonomia e a costruire un ecosistema capace di innovare e generare produttività, per l’Europa sarà difficile mantenere quel modello sociale tanto apprezzato anche da chi vive negli Stati Uniti.