Economia
l'intervista •
Parla Ilya Somin, il primo a muoversi contro i dazi di Trump
Professore di Diritto, ne aveva intuito l’incostituzionalità. “Il problema è l’accentramento dei poteri nelle mani del governo federale”
25 MAG 26

Foto Ap, via LaPresse
"Donald Trump può essere un’aberrazione: ma il fenomeno di cui è protagonista non comincia con lui e non finirà dopo di lui”. Il fenomeno è l’accentramento dei poteri nelle mani del governo federale. Chi parla è Ilya Somin, l’uomo che per primo ha intuito le ragioni dell’incostituzionalità dei dazi del presidente americano, e che con un post sul suo blog ha messo in moto il processo conclusosi con la bocciatura delle “tariffe reciproche” da parte della Corte Suprema. Somin insegna Diritto alla George Mason University e collabora con il Cato Institute. In questa conversazione con il Foglio, spiega la decisione della Corte e la colloca nel contesto più generale dell’evoluzione del sistema politico americano.
Tutto comincia il 2 febbraio 2025: il giorno prima la Casa Bianca aveva annunciato tariffe del 25 per cento sul Canada e il Messico e del 10 per cento sulla Cina. Somin scrive un post sul blog “The Volokh Conspiracy”, spiegando perché – a suo avviso – i dazi sono illegittimi. Pochi giorni dopo, viene contattato dal Liberty Justice Center (Ljc), un’organizzazione di orientamento libertario che patrocina cause in difesa delle libertà economiche e civili. Intanto, Trump tira dritto per la sua strada e il 2 aprile proclama i dazi molto più ampi del Liberation Day. Somin scrive un altro post per offrirsi di rappresentare, a titolo gratuito e col supporto del Ljc, aziende importatrici di beni colpiti dai dazi (le uniche titolate ad agire in giudizio). Riceve molte email, tra cui quella di un tale Victor Owen Schwartz. “Il nipote di Victor è stato un mio studente – racconta Somin – Era lui che aveva letto il post. Sapeva che suo zio era molto arrabbiato per i dazi, perché la sua azienda, VOS Selections, importa vino e altre bevande alcoliche da molti paesi del mondo, Italia inclusa. Dopo alcune discussioni, invitammo lui e la sua azienda a essere i ricorrenti principali”. Alla causa si uniscono altre quattro aziende, che congiuntamente presentano un ricorso alla Corte del Commercio Internazionale, un tribunale specializzato nelle questioni di commercio internazionale. Da lì il caso sale fino al livello più alto, la Corte Suprema, che vi mette la parola fine circa un anno dopo, il 20 febbraio 2026.
Il team legale contesta alla radice il presupposto dei dazi. Trump si era avvalso di una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), che conferisce al Presidente poteri straordinari in situazioni di “emergenza” e in cui vi sia “una minaccia insolita e straordinaria” alla “sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”. Nel caso del Canada e del Messico, l’emergenza consisterebbe nel traffico di fentanyl; per tutti gli altri paesi investiti dal Liberation Day, nel persistente squilibrio commerciale che la maggior parte di essi ha verso gli Usa. Spiega Somin: “Il potere di imporre restrizioni commerciali appartiene al Congresso, che difficilmente avrebbe dato il via libera. I dazi sono, infatti, di un’immensa tassa sui cittadini americani”. Trump si è avvalso dello Ieepa proprio per aggirare le Camere: “Il problema – prosegue Somin – è che né il fentanyl, né il deficit commerciale sono ‘emergenze’ né si tratta di questioni ‘insolite e straordinarie’: il deficit commerciale, peraltro, non è neanche una minaccia, mentre le importazioni di fentanyl dal Canada sono limitate, dal Messico sono in gran parte effettuate da cittadini americani che vanno a procurarselo oltreconfine e poi tornano in patria”. Insomma, “non basta dichiarare un’emergenza, come ha fatto Trump, per esercitare i poteri straordinari dello Ieepa: bisogna dimostrarne l’esistenza. Altrimenti sarebbe una delega in bianco. Può essere difficile definire cosa sia, in concreto, un’emergenza o quando precisamente una minaccia sia ‘insolita o straordinaria’: l’onere della prova spetta all’Amministrazione. Se davvero la nostra sicurezza fosse messa a repentaglio, non dovrebbe essere difficile provarlo”.
La Corte Suprema ha accolto il ricorso sui dazi, rigettando le argomentazioni della Casa Bianca sia sul fentanyl, sia sul deficit commerciale. Il ragionamento giuridico della Corte – a maggioranza repubblicana – poggia su due pilastri. In primo luogo, lo Ieepa non autorizza in alcun modo l’imposizione di tariffe: questo potere spetta al Congresso, non al Presidente, e ciò a prescindere dalla sussistenza o meno di un’emergenza. Secondariamente, tre dei sei giudici che hanno aderito all’opinione di maggioranza (mentre altri tre hanno espresso dissenso) si sono appellati alla dottrina delle “major questions”, secondo cui – quando il Congresso delega alla Casa Bianca poteri “di vasta rilevanza economica e politica” – deve farlo in modo chiaro ed esplicito. Non si può dedurre un’autorità così ampia come quella rivendicata dall’Amministrazione da riferimenti vaghi o ambigui. E adesso? “Trump ha introdotto nuovi dazi sulla base della sezione 122 del Trade Act, che però pone un tetto del 15 per cento e può essere utilizzata solo in presenza di un serio problema con la bilancia dei pagamenti: è una vecchia norma pensata per il mondo di cambi fissi di Bretton Woods, che è ormai finito”. Quindi, secondo Somin, “è probabile che perderà anche su questo”. Il Presidente può appellarsi ad altre sezioni del Trade Act, ma sono tutte soggette a vincoli più stringenti e non consentono in alcun modo la libertà di azione che egli sperava di ottenere dallo Ieepa. Insomma, grazie alla Corte Suprema, Trump potrà ancora tentare sortite protezionistiche, ma su una scala molto minore di quanto fatto lo scorso anno.
Pericolo scampato, allora? “Sì e no – dice Somin – La centralizzazione del potere alla Casa Bianca, sia rispetto agli stati sia rispetto al Congresso, è una tendenza in atto da tempo, che è stata in parte legittimata da alcune decisioni della stessa Corte Suprema nel passato”. Il dibattito è antico e risale almeno agli anni Trenta del Novecento, quando il New Deal fu oggetto di un intenso contenzioso costituzionale. “Più recentemente – spiega Somin – è capitato che i vincoli costituzionali siano stati forzati: basti pensare all’intervento militare in Libia nel 2011, sotto Barack Obama. Ma non c’è dubbio che il bombardamento delle barche venezuelane accusate di trasportare droga o le operazioni in Iran portino l’abuso a un livello senza precedenti”. Per fare un altro esempio, le pressioni dell’Amministrazione Biden sui social network perché contrastassero la presunta ‘disinformazione’ era una sfida al Primo emendamento, che protegge la libertà di espressione dei cittadini americani: “Ma le minacce della Federal Communication Commission [equivalente al nostro Garante delle comunicazioni, ndr] alle principali reti televisive è un abuso molto peggiore”. In entrambi i casi, peraltro, queste manovre non hanno impedito alle opinioni sgradite di diffondersi: “E’ l’ennesima prova che dovremmo sbarazzarci di ogni regolamentazione dei contenuti. Il presupposto della regolamentazione, cioè la scarsità delle frequenze, è del tutto infondato, come aveva intuito il Nobel Ronald Coase già negli anni Cinquanta”.
E’ però vero che questi anni sono stati segnati da circostanze senza precedenti, a partire dal Covid. In condizioni emergenziali i governi non devono disporre degli strumenti per intervenire rapidamente? “Forse sì – riflette Somin – ma la legge già lo consente. Tuttavia, impone delle procedure che servono a garantire i diritti di tutti. Un’emergenza non solo deve essere dimostrata, ma non può diventare un pretesto per perseguire altre finalità”. Questo non significa esporre la politica alle lungaggini o persino all’arbitrio della magistratura, alimentando quel senso di frustrazione che è alla base dei populismi? “Non credo: i tribunali, del resto, possono disporre, quando necessario, procedure ultrarapide. La revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo è un fondamentale presidio di tutte le nostre libertà”. Secondo Somin, proprio le vicende degli ultimi anni dimostrano la solidità del sistema: per esempio, la Corte Suprema, che non ha esitato a bocciare i dazi di Trump, facendo imbufalire i Repubblicani, pochi anni fa aveva cassato il piano di Biden per cancellare il debito studentesco, mandando su tutte le furie i Democratici. In entrambi i casi la Casa Bianca si era arrogata un potere di cui non disponeva: la Corte ha fatto chiarezza, Costituzione alla mano.
Resta il dubbio su quale eredità lascerà questa fase storica. “Trump rappresenta un evento eccezionale, per la quantità e la gravità dei suoi abusi, che ovviamente non si limitano ai dazi. Ma in entrambi i partiti c’è una grande dose di ipocrisia: condannano gli abusi dei rivali ma poi non si trattengono dal praticarne loro stessi, quando vincono le elezioni”. E’ difficile, quindi, dire se e quanto il trumpismo verrà archiviato: “A parole i Democratici e una parte dei Repubblicani sono contrari a molti degli eccessi di Trump. Quindi è probabile che ne smantelleranno alcuni, oltre a quelli già cancellati in tribunale. Ma è possibile che qualcosa resterà: per esempio, Biden mantenne i dazi della prima Amministrazione Trump e non escludo che una parte di quelli più recenti, se sopravvivranno alla revisione giudiziaria, rimarranno al loro posto, nonostante siano oggi estremamente impopolari”. La montante insofferenza degli elettori verso gli effetti del protezionismo trumpiano, che ha alimentato l’inflazione, ha facilitato la Corte nel prendere una decisione contro la Casa Bianca. Questo è un bene ma anche un limite. “Quando i giudici valutano un abuso di potere – spiega Somin – corrono tre rischi: il primo è che potrebbero non riconoscerne la natura abusiva; il secondo è che le complessità tecniche o procedurali possono vanificare o mitigare l’efficacia dell’intervento giudiziario; il terzo è che il governo potrebbe semplicemente ignorarne gli ordini”. E cosa succede in tal caso? “La risposta legale è semplice: il governo non ha tale autorità. Ma la risposta ultima è più profonda: alla base di qualunque sistema politico c’è la volontà delle persone di rispettarne le regole e le decisioni delle istituzioni preposte”. Per questo “il supporto politico è una componente importante della revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo: quando una corte impone dei limiti al governo, questa è normalmente una buona cosa, sia per sbarazzarsi di politiche sbagliate sia per evitare di lasciare al governo troppa discrezionalità”. La Costituzione americana venne congegnata proprio per arginare i capricci di chi occupa pro tempore posizioni di potere attraverso il principio della separazione: orizzontale, tra esecutivo, legislativo e giudiziario, e verticale, tra governo federale e Stati. I poteri emergenziali sono spesso il cavallo di Troia per consolidare un potere autoritario. “Oggi la minaccia più grave arriva dai nazionalisti di destra”, conclude Somin, ma domani i rischi potrebbero giungere da altri. “Per questo, bisogna garantire che i poteri emergenziali siano usati solo quando c’è una vera emergenza, e solo nella misura necessaria a contrastarla”.