Economia
Transizione realista •
La sostenibilità aerea che rende le città più competitive
I dossier di Fondazione Pacta mostrano che la transizione del volo passa da carburanti sostenibili, filiere, regole chiare e investimenti. Una lezione anche per le città: senza sistema, la sostenibilità resta uno slogan
26 MAG 26

Foto Ansa
C’è un modo semplice, e un po’ pigro, di leggere i dossier sulla decarbonizzazione del trasporto aereo: considerarli materia per addetti ai lavori, roba da compagnie aeree, aeroporti, carburanti sostenibili, sigle europee, Ets, Corsia, ReFuelEu Aviation, Saf. Ma dentro quelle carte c’è qualcosa che riguarda molto più da vicino le città, la loro capacità di crescere, di attrarre imprese, di trattenere capitale umano, di trasformare la sostenibilità in sviluppo e non in un nuovo repertorio di buone intenzioni. Il punto di partenza è la connettività. Non una parola tecnica, ma una condizione economica. Una città ben collegata non è semplicemente una città in cui arrivano più turisti. E’ una città in cui arrivano investimenti, studenti, fiere, ricercatori, manager, talenti, imprese, relazioni. E allo stesso tempo che sa ridurre le distanze, moltiplica le opportunità, rende più credibile la propria ambizione internazionale. Il trasporto aereo, secondo i dati richiamati da Fondazione Pacta (la Fondazione che si occupa di decarbonizzazione del trasporto aereo promuovendo studi, analisi e proposte di policy) genera in Europa circa 1,8 milioni di posti di lavoro e un impatto socioeconomico pari a 121 miliardi di euro sul pil dell’Unione. Numeri che dicono una cosa semplice: gli aeroporti non sono parcheggi per aerei, sono infrastrutture di competitività.
La prima lezione per le economie urbane è dunque questa: la sostenibilità non può essere pensata contro la connettività. Una città che vuole ridurre le emissioni, ma finisce per rendersi meno accessibile, più costosa, più isolata, rischia di ottenere il paradosso perfetto: essere più virtuosa sulla carta e meno capace di produrre sviluppo nella realtà. La transizione funziona se non spezza i circuiti economici che rendono viva una città. La seconda lezione riguarda le filiere. I dossier insistono molto sui Sustainable Aviation Fuels, i carburanti sostenibili per l’aviazione. Ma il tema, anche qui, non è solo aeronautico. Ogni grande transizione crea vincitori e sconfitti a seconda di chi riesce a costruire prima la filiera: produzione, ricerca, distribuzione, infrastrutture, incentivi, regole chiare. Le regole dovrebbero aiutare le imprese a trasformare gli obblighi in mercato, i costi in innovazione, i vincoli in nuove specializzazioni produttive.
La terza lezione è che la transizione non si governa con l’ideologia ma con la complessità. Nei documenti torna spesso l’idea di realismo operativo: sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e competitività devono camminare insieme. Vale per il trasporto aereo, ma vale per qualsiasi città che voglia diventare più moderna. Un’amministrazione che parla di mobilità sostenibile deve occuparsi anche dell’ultimo miglio, dell’intermodalità, dei collegamenti ferroviari con gli aeroporti, dei tempi di percorrenza, della logistica, dell’energia necessaria ad alimentare nuove infrastrutture. Una città che parla di innovazione deve avere università, data center, ricerca, autorizzazioni rapide, qualità della vita, un’edilizia abitativa accessibile. La parola “sistema” spesso è abusata, qui però è inevitabile. La quarta lezione riguarda l’Europa. La decarbonizzazione del trasporto aereo mostra il rischio di una transizione asimmetrica: se gli hub europei sopportano costi più alti rispetto agli hub extraeuropei, la competizione si sposta altrove. Non significa rinunciare agli obiettivi ambientali. Significa evitare che gli obiettivi ambientali producano delocalizzazione, perdita di rotte, minore attrattività, meno investimenti.
La quinta lezione è politica. Dai dossier di Fondazione Pacta emerge un metodo interessante: mettere insieme filiera, istituzioni, imprese, regolatori, università, operatori. E’ il metodo per evitare che il decisore pubblico scelga al buio e che le imprese si limitino a lamentarsi dopo. Le città dovrebbero imparare da qui: i grandi dossier urbani – turismo, mobilità, energia, casa, ricerca, aeroporti, università, intelligenza artificiale – non si affrontano per compartimenti stagni. Vanno trattati come pezzi dello stesso motore. La conclusione, allora, è meno tecnica di quanto sembri. Il futuro delle città dipenderà sempre di più dalla capacità di tenere insieme tre cose: connessioni, filiere, realismo. Connessioni, perché senza accessibilità non c’è crescita. Filiere, perché senza produzione e competenze la transizione diventa solo importazione di tecnologie altrui. Realismo, perché sostenibilità e competitività non sono nemiche, ma possono diventarlo se vengono governate male. Una città sostenibile non è una città che vola meno. E’ una città che impara a volare meglio.