Economia
Semiallarme cinese •
Confindustria alza bene la voce sulla concorrenza sleale di Pechino. Ma alla fine non affonda il colpo
Il presidente Orsini avrebbe potuto sfruttare almeno altri due punti d'appoggio per la sua analisi: l'iniziativa di alcuni paesi europei che vogliono sottoporre alla Commissione europea una posizione comune contro "le pratiche comuni sleali" di alcuni partner commerciali e il tema dazi
27 MAG 26

Foto Ansa
Non c’è dubbio che il convitato di pietra dell’annuale assemblea della Confindustria sia stata l’industria cinese. E infatti il presidente Emanuele Orsini ha riservato almeno due passaggi al tema del confronto impari tra manifattura europea e cinese, passaggi segnati in neretto nel testo distribuito in sala. La definizione a cui Orsini ha appeso il suo allarme e le sue riflessioni è quella di Pechino come “l’unica superpotenza industriale” che si può vantare di aver sottratto questa leadership al mondo occidentale grazie al fatto che “gioca con regole falsate” ed esporta così nel mondo “i propri squilibri ovvero deflazione e carenza di mercato interno”. I numeri prodotti dal presidente di Confindustria fanno impressione perché è cinese il 35 per cento della produzione manifatturiera globale ovvero più di quanto producano sommati gli altri otto principali paesi industriali. Così l’Europa perde montagne di pil che vanno a finire in gran parte all’industria cinese: addirittura 7 mila miliardi di euro. Pechino sposta merci verso i mercati europei che non sono più solo low cost ma anche tecnologia avanzata che va direttamente a competere con i settori di punta della specializzazione italiana. Il j’accuse di Orsini però finisce sostanzialmente qui, il presidente non ha ritenuto di poter osare di più inoltrandosi, nel caso, nel dibattito su come proteggersi dall’ondata gialla.
Eppure c’erano almeno due punti di appoggio che Orsini avrebbe potuto sfruttare a completamento della sua terrificante analisi di una deindustrializzazione europea dovuta alla concorrenza impari con la Cina. “Sta colonizzando i nostri mercati, se la Ue non sosterrà le nostre produzioni, saremo costretti al deserto industriale”. La prima sponda per Orsini avrebbe potuto sicuramente essere rappresentata da una ghiotta anticipazione del Financial Times, secondo la quale un gruppo di paesi volenterosi, in tutto cinque e ovvero Spagna, Italia, Francia, Olanda e Lituania, avrebbe elaborato una posizione comune da sottoporre alla Commissione di Bruxelles contro “le pratiche comuni sleali” di alcuni partner commerciali che avrebbero, in virtù di una sovraccapacità sistemica e strutturale, già determinato tra il ’19 e il ’25 il catastrofico effetto di un milione di posti di lavoro persi nel Vecchio continente. I volenterosi coerentemente con questa analisi chiedono di rendere più rapide e semplici le norme che regolano l’imposizione di dazi europei contro le suddette pratiche commerciali. I dazi dovrebbero colpire anche singole aziende e scattare a fronte del rapido aumento di importazioni in questo o quel settore. E’ strano che Orsini non abbia citato questo dossier che quantomeno avrebbe potuto fornire alla platea l’idea che l’Italia (e la Confindustria) non è sola nello stigmatizzare il pericolo cinese.
La seconda sponda che il presidente ha pensato di non utilizzare viene dall’interno dell’associazione. Non si contano più i presidenti territoriali o di categorie che in interviste o prese di posizione pubbliche accennano al tema “dazi” con convinzione. E questo tipo di mugugni attraversa numerosi settori. Anche nella riunione sui licenziamenti Electrolux, tenuta la scorsa settimana dalle Confindustrie del nord, l’argomento è stato valutato. E ieri a commento dell’intervento di Orsini la presidente di Confindustria Veneto est, la seconda territoriale per iscritti, ha sottolineato come “la Cina sta invadendo i mercati e anche il nostro territorio visto che nel ’25 l’export di Pechino nel Veneto è cresciuto del 22 per cento”. E dopo il tessile e l’automotive rischiamo di disperdere “anche filiere strategiche come il bianco e l’acciaio”. La platea, dunque, sarebbe stata più che disponibile ad accettare la proposta di drastiche misure di contenimento delle merci cinesi ma anche in questo caso Orsini ha scelto di aspettare. Per quale motivo? La risposta più semplice è che un’indicazione confindustriale pro dazi avrebbe costretto la premier Giorgia Meloni a prendere una posizione su due piedi. E il patto di consultazione reciproca che esiste tra Orsini e l’inquilina di Palazzo Chigi non prevede coup de théâtre a uso della platea e dei media. Meglio aspettare. Forse l’esito dell’iniziativa dei volenterosi o qualcosa d’altro.