El Niño torna a pesare sull'economia globale mettendo a rischio prezzi e rotte

L'Onu dà l'80 per cento di probabilità a un nuovo evento entro l'estate. A rischio principalmente i raccolti in Asia, America Latina e Centrale, Australia, e nella regione australe africana. L'ultima volta era successo nel 2023-24 e fu uno dei più intensi

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El Niño è tornato a essere una variabile economica. Dopo l’ultimo evento del 2023-24, uno dei più forti mai registrati, l'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) - un’agenzia dell’Onu - ha assegnato due giorni fa l'80 per cento di probabilità a un nuovo El Niño tra giugno e agosto 2026, con possibilità vicine al 90 per cento che eventualmente prosegua fino a novembre. La forza dell’evento al momento è ancora incerta, ma la stessa Wmo ha cercato di scongiurare l’allarme di un “Super El Niño”, invitando comunque a prepararsi per poter mitigare al meglio i rischi del fenomeno, che toccano i livelli d’acqua, i raccolti e le rotte commerciali, e dunque l’inflazione in caso di colli di bottiglia o choc economici.
Il fenomeno è chiamato El Niño quando la temperatura delle acque nel Pacifico equatoriale resta sopra la temperatura media di almeno 0,5 gradi Celsius abbastanza a lungo da alterare anche la circolazione atmosferica. Quel calore, che sposta le piogge rispetto al naturale ciclo, arriva all'economia a causa degli effetti sulle vie marittime e sui raccolti, soprattutto nei paesi dove gli alimentari pesano molto nel paniere.
Sicuramente le rotte commerciali offrono uno dei casi principali per comprenderne l’impatto – specialmente dopo lo choc dovuto alla chiusura dello Stretto di Hormuz che ha rispolverato l’importanza della prevenzione dei rischi, e ricordato quanto i colli di bottiglia possano pesare sull’economia mondiale. Nel 2023 e 2024 El Niño provocò infatti una forte siccità in America centrale, che fece scendere ai minimi storici il lago Gatún, il bacino d’acqua dolce che alimenta il Canale di Panama – dove l’Oceano Atlantico comunica con l’Oceano Pacifico, e dove transita il 5 per cento del commercio marittimo mondiale. Ciò portò l’Autorità del Canale a tagliare i transiti giornalieri. Così, a seguito della diramazione della previsione per il 2026, la stessa Autorità ha comunicato che sta già preparando un piano per la stagione secca che arriverà in autunno – oltre ad aver già tenuto volutamente alto il livello dell’acqua del lago Gatún per tutto il 2025, e di aver pianificato un nuovo bacino sul fiume Indio, da 1,6 miliardi di dollari, per assicurarsi un ulteriore strumento di mitigazione dei rischi.
In America Latina, dove l’impatto fisico può essere altrettanto intenso e persino più immediato, le Banche centrali e le autorità finanziarie inquadrano ormai regolarmente El Niño all’interno del loro quadro di risk management. La Banca centrale del Perù, per esempio, ha dedicato nel rapporto sull’inflazione di marzo un riquadro all’impatto economico del fenomeno: stimando una perdita di soli 0,1 punti percentuali di crescita dato che per il 2026 gli effetti sulla costa peruviana sono previsti deboli – nel 2023 El Niño fece registrare un calo della crescita del pil del Perù di 1,1 punti percentuali. La Banca centrale colombiana invece ha aggiunto, nel rapporto di politica monetaria di aprile 2026, un riquadro dedicato al nuovo Relative Oceanic Niño Index  la versione aggiornata dell’indicatore per classificare le anomalie climatiche nel Pacifico, che ora evita che il riscaldamento generale degli oceani faccia sembrare i nuovi eventi più intensi a causa della temperatura degli oceani più elevata. In realtà anche la Bce lo cita come uno dei fattori di rischio per l'inflazione, tanto che nel 2023, all’interno del suo Economic Bulletin, aveva stimato che il passaggio da condizioni normali a un El Niño di intensità forte avrebbe potuto far salire i prezzi dei beni alimentari globali fino al 9 per cento, sino a 16 mesi dopo l’avvio del fenomeno. Anche se un rapporto del 2024 della Banca centrale spagnola (n. 2432) afferma che, dal 1997, El Niño ha avuto un impatto molto limitato sui prezzi al consumo nell’Area euro –come risultato della Politica agricola comune (Pac) e delle forniture sempre più diversificate, che, rispettivamente, attenuano la trasmissione degli choc agricoli globali e permettono di rimpiazzare facilmente i prodotti che risentono economicamente di El Niño.
Per quanto riguarda i beni alimentari, per il 2026 la Banca mondiale ha già segnalato che le tensioni sull’energia e i fertilizzanti (+31 per cento in media nel 2026 secondo il rapporto Commodity Markets Outlook), in seguito alle tensioni a Hormuz, hanno spinto al rialzo gli indici dei prezzi agricoli mondiali dell’8 per cento. El Niño non potrebbe che peggiorare la situazione: sempre secondo la World Bank, a esser particolarmente minacciati sono i raccolti nel Sud-Est Asiatico, in parti dell’Asia orientale, Australia e anche nella regione australe dell’Africa.
El Niño, insomma, è di nuovo una variabile da mettere in conto, e da aggiungere all’incertezza e a Hormuz.