Il “diritto a restare” secondo Schlein. Nuovo bonus e soliti problemi

200 euro al mese ai giovani per non emigrare e una copertura (insufficiente) che punisce le imprese più produttive e sussidia quelle che pagano salari più bassi. Cosa non funziona nella proposta del Pd

5 GIU 26
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Il Pd ha una nuova proposta di legge per fermare l’emigrazione giovanile e riaffermare il “diritto a restare”, già enunciato anni fa dall’allora ministro per il Sud Peppe Provenzano ora esteso a tutti i giovani della penisola. “Partire non deve essere mai una costrizione, deve essere una scelta fatta per arricchire i propri percorsi professionali e di vita, ma non deve essere una scelta forzata dalla mancanza di opportunità in Italia”, ha detto la segretaria Elly Schlein. E come si risolve questa piaga biblica che, tra il 2011 e il 2024, è consistita nell’esodo di 630 mila giovani sotto i 34 anni? Con un bonus, lo strumento che promette di risolvere qualsiasi problema in Italia.
La misura portante della proposta del Pd è infatti un trasferimento di 200 euro al mese (per tredici mensilità), esente da imposte e contributi, per un massimo di tre anni, a favore del lavoratore assunto con un contratto a tempo indeterminato. Per il bonus, la proposta prevede un Fondo per la permanenza dei giovani lavoratori da 700 milioni di euro e come copertura una tassa sugli “extraprofitti” delle imprese con un fatturato superiore a 50 milioni di euro.
E’ una proposta che ha davvero poco senso. Partiamo dai numeri. Lo stanziamento di 700 milioni di euro copre l’erogazione del bonus a favore di massimo 270 mila persone, una cifra del tutto insufficiente rispetto alla platea potenziale. Basta un banale esercizio, guardando i numeri del passato. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Inps, nel 2024 su 7,14 milioni di lavoratori assicurati i nuovi entrati sono 1,16 milioni e, di questi, circa 500 mila sono quelli con contratto a tempo indeterminato (assunti o trasformati). Sulla base del flusso attuale di giovani neoassunti, lo stanziamento che ora basta per 270 mila persone dovrebbe essere circa il doppio. Ma questo solo per finanziare il flusso fisiologico under 35. Se l’incentivo dovesse funzionare, come nelle intenzioni del Pd, naturalmente il costo dovrebbe essere superiore. Secondo i dati dell’Istat la media di under 35 emigrati nell’ultimo decennio è di circa 45 mila persone l’anno.
Non si comprende bene in base a quale meccanismo l’incentivo dovrebbe funzionare, ma l’idea è di dare un bonus ad almeno mezzo milione di persone per impedire che una parte (la metà?) di questi 45 mila decida di non andare più all’estero a cercare lavoro in cambio di 200 euro al mese per tre anni. Anche questo aspetto è molto problematico perché, al termine del periodo, trasforma il bonus in un malus.
L’integrazione salariale, pari a 2.600 euro l’anno, è infatti corrispondente al 10-20 per cento del salario netto di primo ingresso. Alla scadenza dei tre anni, il giovane assunto subisce una drastica riduzione del reddito disponibile e la perdita del bonus per il “diritto a restare” si trasformerebbe così nel suo contrario: un “incentivo ad andare”.
L’altro aspetto preoccupante della proposta del Pd è la fonte di finanziamento del Fondo anti emigrazione: una cosiddetta tassa sugli extraprofitti su tutti i soggetti Ires con un fatturato superiore a 50 milioni di euro con un’aliquota extra dell’8,5 per cento sulla quota di reddito che supera la media dei quattro anni precedenti incrementata del 10 per cento. Ciò vuol dire che non si tratta di un’imposta provvisoria che colpisce specifici settori che, a causa di un evento improvviso e fortuito hanno registrato un incremento notevole dei profitti (ad esempio le società energetiche dopo uno choc petrolifero o le banche dopo l’aumento repentino dei tassi d’interesse). No, in questo caso il Pd prevede una nuova aliquota Ires strutturale su qualsiasi grande impresa di qualsiasi settore che ha la colpa di saper innovare, magari dopo aver investito, e di aumentare la propria redditività. Ma se in Italia ci sono salari bassi e stagnanti non è perché le grandi imprese guadagnano troppo, ma perché ci sono poche medie e grandi imprese. Generalmente le società con una dimensione maggiore sono quelle più produttive, che investono maggiormente su ricerca e sviluppo, che assumono giovani con formazione superiore e che pagano salari superiori alla media. Il problema del lavoro povero e dei salari stagnanti è dovuto, al contrario, a un tessuto produttivo frammentato e composto prevalentemente da micro e piccole imprese che hanno meno risorse e capacità per investire e adattarsi alle nuove tecnologie.
Il paradosso, quindi, è che la proposta del Pd anziché affrontare i nodi della disoccupazione e dell’emigrazione giovanile finisce per consolidarli. Perché da un lato punisce le imprese più produttive, quelle che fanno “extraprofitti”, e dall’altro finisce per sussidiare indirettamente quelle meno produttive che non riescono a pagare buoni salari. Il rischio, non poi così remoto, è che le imprese che assumono gli under 35, dopo aver usufruito della già esistente specifica decontribuzione (il Bonus giovani under 35 dell’Inps), offrano un basso salario d’ingresso sapendo che lo stato integrerà la busta paga con 200 euro netti mensili. Se a questo si aggiunge il fatto che il Pd proponga il salario minimo, il rischio è che il sistema produttivo italiano – almeno nella sua parte meno dinamica – si attesti sulla soglia minima legale retributiva, sapendo che al resto ci penserà lo stato pagando sia i contributi che un’integrazione salariale. Più che una riforma si tratterebbe di un puntello a un sistema produttivo inefficiente e un altro colpo a un sistema delle relazioni industriali già in difficoltà.
Un altro aspetto che si fatica a comprendere è come questa proposta si inserisca nel quadro d’insieme del Pd. Solo pochi mesi fa, il Campo largo ha presentato come emendamento unitario alla legge di Bilancio l’introduzione della “Start tax”: un’agevolazione, proposta da Matteo Renzi, per favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro che consiste in una riduzione dell’Irpef pari al 50 per cento per i giovani under 25 che scende progressivamente al 15 per cento al raggiungimento dei 40 anni. Le due misure devono convivere? Insieme anche all’esonero contributivo, che sempre il Pd ha introdotto? Tre misure diverse – decontribuzione, Irpef agevolata e bonus – per lo stesso obiettivo non sono troppe? Il sistema fiscale italiano è già troppo complesso e stratificato in tante misure che invece di risolvere problemi bruciano risorse. Un programma serio di governo dovrebbe prevedere una revisione delle varie tax expenditure, ma per fare una campagna elettorale è più semplice aggiungere un bonus.