Economia
Un fisco più equo •
No alla patrimoniale: meglio l’imposta di successione per tagliare le tasse al ceto medio
In Italia le successioni rendono allo stato appena lo 0,04 per cento del pil, contro lo 0,6 della Francia. Il risultato è un sistema che tassa pesantemente chi produce reddito e molto poco chi riceve patrimoni accumulati
6 GIU 26

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (foto Ansa)
La patrimoniale è quasi sempre una cattiva risposta. Promette molto, incassa poco, spaventa tutti e alla fine non corregge le storture del sistema fiscale. Lo ha mostrato bene un recente studio della Commissione europea sulle imposte patrimoniali esistenti. La conclusione è netta: nei paesi europei le imposte ricorrenti sulla ricchezza, quando sono state introdotte, hanno prodotto gettiti modesti, basi imponibili fragili, forti problemi amministrativi e molte vie di fuga. Per funzionare avrebbero bisogno di registri patrimoniali perfetti, valutazioni aggiornate, coordinamento internazionale, controlli capillari. Cioè di condizioni che quasi mai esistono.
Per questo nel nostro libro, “Il prezzo nascosto” (Egea), diciamo una cosa diversa: non serve una patrimoniale. Serve aggiustare il sistema fiscale italiano. Che è molto meno neutrale, razionale ed europeo di quanto si dica. Per ragioni storiche e pratiche, l’Italia ha finito per concentrare il prelievo soprattutto su una categoria: il reddito da lavoro dipendente e da pensione sopra i 35 mila euro. Mentre altre basi imponibili contribuiscono molto meno. Nel 2023 la quota di gettito da reddito da lavoro dipendente e profitti in Italia è il 14,7 per cento del pil, in Francia l’11 e in Spagna 12. La grande anomalia italiana non è che non abbiamo una patrimoniale: è che tassiamo molto il lavoro e molto poco le successioni. Il gettito da successioni e donazioni in Francia è lo 0,6 per cento del pil, in Spagna lo 0,23, mentre in Italia lo 0,04. Tassiamo pesantemente chi produce reddito oggi e leggermente chi riceve patrimoni accumulati ieri. Non è un giudizio morale né invidia sociale, è una constatazione: il nostro sistema fiscale premia l’eredità più del lavoro. E lo fa nel momento in cui salari, carriere e mobilità sociale sono più deboli.
Non bisogna inseguire la retorica della patrimoniale, perché è la risposta sbagliata a un problema vero: il riequilibrio del carico fiscale. In Italia per l’eredità in linea diretta, da coniuge a coniuge o da genitore a figlio, fino alla soglia di un milione di euro non si paga nulla; oltre tale soglia si paga il 4 per cento. Risultato: l’Italia incassa meno di un miliardo all’anno e a pagato un’imposta sull’eredità sono meno di 59 mila contribuenti. In Francia il gettito si aggira attorno ai 18 miliardi e in Spagna a 3,4 miliardi. Se alzassimo l’aliquota al 10 per cento con le franchigie attuali (e quindi la stessa platea di contribuenti), oppure abbassassimo la franchigia a 700 mila euro e oltre tale limite tassassimo le eredità con un sistema progressivo alla francese, si potrebbero ottenere circa 7 miliardi. Risorse che permetterebbero di abbassare l’aliquota dello scaglione relativo ai redditi tra 28 mila e 50 mila euro di 5 punti, passando dall’attuale 33 al 28 per cento. Per un lavoratore nella fascia di reddito 40-50 mila euro lordi implicherebbe una diminuzione dell’Irpef del 9 per cento. L’alternativa potrebbe essere estendere la soglia oltre cui si paga l’aliquota marginale del 43 per cento dagli attuali 50 mila euro a un più europeo 65 mila euro. E’ importante ridurre il prelievo al ceto medio, perché è la fascia che paga molte tasse e ha pochi trasferimenti di welfare.
C’è poi un fatto nuovo, che rende questa discussione urgente. La popolazione invecchia e la ricchezza si concentra meccanicamente negli anziani. La Banca d’Italia ha mostrato (si veda Mattone sul Foglio del 30 maggio) che negli ultimi trent’anni la quota di ricchezza detenuta dalle famiglie giovani è crollata, mentre quella detenuta dagli over 65 è raddoppiata. I giovani hanno redditi più bassi, carriere più intermittenti, accesso più difficile alla casa, salari reali stagnanti. Gli anziani, invece, hanno beneficiato di pensioni più generose e proprietà immobiliari acquistate a prezzi più favorevoli.
Nei prossimi anni una grande massa di ricchezza passerà per successione a un numero relativamente più piccolo di figli. Ma non sarà una distribuzione eguale, i patrimoni più grandi andranno ai figli delle famiglie già più ricche e più istruite. L’Italia rischia così di diventare una società ereditaria: pochi giovani con case, rendite e capitale familiare; molti altri con salari bassi, affitti alti e tasse sul lavoro. Ecco perché bisogna evitare due errori opposti. Il primo è proporre una patrimoniale generale, che agita il paese, spaventa il risparmio, produce poco gettito e offre un bersaglio politico facilissimo. Il secondo è far finta che non esista alcun problema di concentrazione patrimoniale. Il problema esiste, ma va affrontato con strumenti ordinari, trasparenti, stabili e riducendo la pressione fiscale complessiva, che oggi è la più alta dai tempi del governo Monti.
