Il bonus del Pd per far restare i giovani punisce chi i giovani li assume

Per finanziare il nuovo “contributo di solidarietà”, il Nazareno propone di tassare gli "extraprofitti" delle "grandi imprese". Ma le modalità con cui l’imposta dovrebbe essere riscossa sono anche più distorsive dello strumento

9 GIU 26
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Foto Ansa

Per finanziare il bonus da 200 euro mensili per i neo-assunti under 35 – il pilastro della proposta di Elly Schlein per garantire ai giovani il “diritto a restare” – il Partito democratico stima un onere di circa 700 milioni di euro annui. Diversamente dal passato, quando il Pd evitava di indicare coperture oppure proponeva un generico taglio ai “sussidi ambientalmente dannosi”, questa volta il Nazareno propone di tassare gli “extraprofitti” delle “grandi imprese”. Ma le modalità con cui l’imposta dovrebbe essere riscossa sono anche più distorsive dello strumento che dovrebbero finanziare (su cui ha scritto Capone sul Foglio del 5 e 6 giugno). Il nuovo “contributo di solidarietà” consiste in un’addizionale Ires di 8,5 punti percentuali e dovrebbe applicarsi, per gli anni 2027-2031, alle imprese con fatturato superiore ai 50 milioni di euro, purché abbiano maturato un utile “che eccede di almeno il 10 per cento la media dei redditi complessivi determinati ai fini dell’imposta sul reddito delle società conseguiti nei quattro periodi d’imposta antecedenti a quello di riferimento”.
Diversamente da altre imposte sugli “extraprofitti” del passato, questa non individua settori specifici e si limita a considerare due criteri: la dimensione aziendale e la dinamica degli utili. Per quanto riguarda la prima, la soglia di 50 milioni di euro coincide con quella utilizzata da Eurostat per individuare le grandi imprese. In realtà, però, cattura praticamente tutto il nostro manifatturiero. Secondo i dati più recenti del Mef, su 9.323 imprese che, nel 2023, dichiaravano un fatturato superiore ai 50 milioni, la stragrande maggioranza (l’82 per cento) si collocava al di sotto dei 250 milioni: quindi, di fatto, il bersaglio della misura è il cuore del Made in Italy. L’altro criterio riguarda l’andamento degli utili: la tassa, infatti, andrebbe a colpire solo le imprese che, nell’esercizio di riferimento, hanno visto crescere i loro profitti di almeno il 10 per cento rispetto alla media del quadriennio precedente, e solo in relazione all’eccedenza.
Questo comporta alcuni paradossi, tutti nel segno dell’iniquità. Intanto, l’imposta agisce sull’aliquota marginale: solo che questa non scatta in corrispondenza di un certo livello di fatturato (come accade per gli scaglioni Irpef), ma in funzione delle sue variazioni. Quindi, per esempio, due imprese con lo stesso fatturato e lo stesso utile potrebbero essere soggette ad aliquote marginali diverse perché la prima ha avuto profitti stabili nel tempo, l’altra li ha visti crescere (magari perché negli anni precedenti ha attraversato una situazione di crisi e ha sostenuto perdite!). Peggio ancora, un’impresa che ha utili elevati ma costanti pagherebbe meno tasse di una che ha margini ridotti ma in crescita. E, ironicamente, proprio quei settori che il Pd ha accusato in questi anni di aver intascato “extraprofitti” (come l’energia e le banche) sarebbero quasi automaticamente schermati dal nuovo tributo, perché difficilmente in futuro potranno avere gli stessi risultati. Anche se li facessero, per entrare nel mirino del Pd dovrebbero addirittura aumentarli.
Il risultato sarebbe un’Ires progressiva con quattro aliquote marginali, tutte indipendenti dal valore effettivo dei profitti: alle imprese che aumentano investimenti e occupazione ma che hanno utili stabili o in calo si applicherebbe l’Ires premiale (introdotta dalla manovra 2026) del 20 per cento; a quelle che non investono, non assumono e non crescono l’aliquota ordinaria del 24 per cento; a quelle che investono e assumono (e proprio per questo crescono) il 28,5 per cento, derivante dall’applicazione del nuovo contributo all’aliquota ridotta; infine, le imprese che crescono pur senza godere dell’Ires premiale pagherebbero il 32,5 per cento. Oltre alla complessità e irrazionalità del disegno, c’è un altro aspetto: una tassazione moderata sul reddito d’impresa è uno strumento fondamentale per attrarre imprese (e quindi occupazione). L’attuale aliquota del 24 per cento (a cui si aggiungono 3,9 punti di Irap) si colloca leggermente al di sopra della media Ue del 21,6 per cento; con la manovra del Pd, la combinazione più sfavorevole farebbe del nostro paese il secondo più famelico d’Europa, dopo Malta (35 per cento) e prima della Germania (30,1 per cento). La Spagna, che Schlein spesso invoca come modello da imitare, ha il 25 per cento. Non è chiaro come, secondo il Pd, punire le imprese che crescono, incluse quelle che innovano e assumono o escono da situazioni di crisi, possa aiutare i giovani italiani a salvaguardare il loro “diritto a restare”.