Economia
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Lovaglio, Delfin, Grilli e altre domande aperte dopo la mossa di Messina
Il mercato si muove, la politica osserva, prova a orientare, a volte subisce, a volte incassa. Chi vince e chi perde con l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, con Unipol e Bper pronte a raccogliere un pezzo della rete
9 GIU 26

Foto ANSA
L’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, con Unipol e Bper pronte a raccogliere un pezzo della rete, non è interessante perché conferma il primato della politica. È interessante perché mostra il contrario: il mercato si muove, la politica osserva, prova a orientare, a volte subisce, a volte incassa. E allora la prima domanda è: chi vince e chi perde? La risposta, come spesso accade nelle partite italiane, è a metà. C’è un mezzo vincitore, Giorgia Meloni, e c’è più di un mezzo sconfitto. Meloni non può intestarsi un’operazione privata, né può dire di aver costruito lei la nuova geografia bancaria. Ma può registrare un risultato politico: si allontana uno scenario che una parte di Fratelli d’Italia guardava con inquietudine, quello di un rafforzamento di Banco Bpm con un ruolo pesante della Francia, cioè Crédit Agricole, dentro una banca dei territori forte, autonoma, radicata nel nord produttivo. Una preoccupazione fondata? Non necessariamente. Una preoccupazione reale? Sì. E in politica le paure reali contano anche quando le ragioni sono discutibili. Il primo mezzo sconfitto è Giancarlo Giorgetti.
Non perché il ministro dell’Economia perda tutto. Ma il disegno paziente costruito attorno a Mps e Bpm e agli equilibri del capitalismo finanziario italiano viene superato da una mossa più grande, più rapida, più messiniana. Giorgetti non subisce una sconfitta politica piena. Subisce una sconfitta di regia. Ma accanto a Giorgetti c’è un’altra sconfitta, meno esposta e forse più interessante: quella di Vittorio Grilli, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Mediobanca. Perché in questa partita Grilli non è stato uno spettatore. Ha lavorato, insieme con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni, alla costruzione della vittoria di Luigi Lovaglio a Mps, cioè alla possibilità che il Monte diventasse il perno di una sistemazione più ampia, e un certo equilibrio del capitalismo italiano. Quella costruzione oggi rischia di apparire come un ponte arrivato a metà.
Lovaglio doveva essere il motore della nuova partita. Intesa lo trasforma in una variabile. E Grilli, che aveva lavorato molto su quella traiettoria, scopre che nel risiko bancario italiano puoi apparecchiare il tavolo per mesi e poi arriva qualcuno che cambia menù. Lovaglio ha avuto meriti veri nel risanamento di Mps. Ma una cosa è risanare una banca, un’altra è trasformarsi nel perno stabile del capitalismo italiano. Quando arriva Intesa, quando arriva Messina, quando entra in scena Cimbri con Unipol e Bper, il generale scopre che la campagna d’Italia è diventata più complicata. E ci vuole molto a capire che un carattere tosto come Lovaglio difficilmente si sposerà serenamente né con Messina né con Cimbri? La domanda successiva riguarda UniCredit. Possiamo davvero pensare che Andrea Orcel, dopo la partita tedesca su Commerzbank, resterà a guardare l’Italia che si ridisegna senza di lui? Difficile. Può continuare a giocare in Germania, certo. Può scegliere prudenza. Ma può anche tornare a guardare Banco Bpm. Perché se Mps finisce dentro Intesa, se Mediobanca cambia destino, se Delfin ricalibra la propria posizione, se il ruolo francese diventa più delicato, Banco Bpm può essere nuovamente un dossier aperto. Infine c’è Delfin. Anche qui la domanda è semplice: un conto è finanziare Del Vecchio junior avendo come prospettiva, domani, la possibilità di entrare in gioco su Mps, costruendo un rapporto speciale con Delfin.
Un altro conto è rinnovare quel prestito, tra un anno, con Delfin fuori da Mps e magari fuori anche dal cuore della partita Mediobanca. Le alleanze finanziarie non vivono nel vuoto. Vivono dentro scenari di potere. Se cambia lo scenario, può non cambiare anche il valore politico del credito? Ancora una volta, nel capitalismo italiano la differenza tra chi osserva e chi comanda è spesso una sola: il primo aspetta le condizioni, il secondo semplicemente le crea.
