Economia
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L'Europa come Santa Claus: la visione di Orsini su Bce e debito comune
Mentre tutto il mondo si aspettava che Christine Lagarde aumentasse i tassi di un quarto di punto, il presidente di Confindustria credeva in un taglio. E’ il culmine di un guaio confindustriale

Tutto il mondo si aspettava che la Bce aumentasse i tassi di un quarto di punto. Tutti tranne uno, evidentemente. Emanuele Orsini è stato colto di sorpresa dall’annuncio di Christine Lagarde. “Più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi – ha detto il presidente della Confindustria – perché onestamente credo in un momento in cui esce l’iperammortamento per l’Italia, dove oggi noi invitiamo le imprese a investire, c’è un più 0,25 per cento. Credo non sia una visione di lungo termine”.
La visione del capo degli industriali è alquanto singolare. Con un’inflazione prevista al 3 per cento nel 2026, e notevoli rischi al rialzo, la Bce avrebbe dovuto attuare una politica monetaria espansiva. Non solo. Lagarde non avrebbe dovuto in ogni caso aumentare il costo del denaro perché in Italia “parte l’iperammortamento”. Non se ne comprende bene la logica, ma persino per gli analisti della Bce – ormai abituati a navigare nel caos geopolitico, dalla guerra in medio oriente ai post sui social di Trump – introdurre come ulteriore variabile il timing degli incentivi di Adolfo Urso aggiungerebbe un fattore imponderabile d’incertezza.
Eravamo abituati alla demagogia dei politici italiani sulla politica monetaria. Per tutta la crisi del 2021-22, quella che ha portato l’inflazione al 10 per cento proprio perché la Bce ha agito con colpevole ritardo, c’erano ministri come Urso e Tajani pronti, a ogni meeting della Bce, con un comunicato di critica per l’aumento dei tassi d’interesse. Se davvero la Bce avesse seguito i loro consigli l’inflazione sarebbe arrivata in tripla cifra.
Ma il commento del presidente di Confindustria, che addirittura invoca un taglio dei tassi seguendo le teorie monetarie applicate da Erdogan in Turchia e dai peronisti in Argentina, è davvero sorprendente. Se non altro perché, appena una settimana fa, al convegno dei giovani imprenditori a Rapallo, Orsini aveva detto di essere “molto allineato con Panetta” e con la relazione della Banca d’Italia. Ma Panetta, come tutti i banchieri centrali dell’Eurozona, ha votato a favore dell’aumento dei tassi. “E’ stata una decisione unanime, senza alcuna riserva” ha detto Lagarde in conferenza stampa, aggiungendo che “non vi è stata alcuna discussione su altre opzioni”. Quindi su cosa Orsini è “allineato” con Panetta? E com’è possibile che il presidente sia stato addirittura colto di sorpresa?
Il governatore della Banca d’Italia, due settimane fa, nelle Considerazioni finali aveva di fatto anticipato le ragioni di un aumento dei tassi: “Il quadro prospettico potrebbe richiedere una ricalibrazione dell’orientamento della politica monetaria, per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti”. Panetta ha poi aggiunto che la politica monetaria “deve impedire che questo processo dia luogo a un’inflazione persistente, radicata nelle aspettative e nelle scelte di imprese e lavoratori. Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare”. Se questa era l’analisi della “colomba” nel Consiglio direttivo della Bce, non si capisce a chi Orsini sia “allineato” e come potesse auspicare addirittura un taglio dei tassi.
L’unica spiegazione plausibile è nella visione di Europa che, in parte, esprime il presidente di Confindustria, almeno quella emersa nella sua relazione all’Assemblea di fine maggio in cui da un lato ha protestato legittimamente contro regole come l’Ets e dall’altro ha invocato il “debito comune” per finanziare una politica industriale. A questo si può aggiungere la precedente richiesta, sempre di Orsini, di “sospendere il Patto di Stabilità”. L’Europa è, in sostanza, vista come una specie di Babbo Natale che fa spendere a volontà o regala soldi: nessuna regola fiscale per potersi indebitare di più, debito comune per finanziare la “politica industriale” di stati troppo indebitati per farlo autonomamente e denaro a basso costo garantito dalla Bce da affiancare agli incentivi statali per le imprese. Più o meno la stessa logica del Superbonus, di cui in effetti Orsini e la Confindustria erano ferventi sostenitori, ma da applicare a livello europeo perché in Italia abbiamo finito i soldi.
Questa via sudamericana – con rispetto parlando per i molti paesi dell’America latina che faticosamente hanno costruito una stabilità macroeconomica, o stanno provando a farlo – ci dice molto sul virus anti sistema che in Italia non riguarda semplicemente l’elettorato o i partiti politici, ma anche pezzi della classe dirigente e imprenditoriale. Il problema non è semplicemente la volontà di imboccare una strada che porta al fallimento e all’inflazione, ma l’idea di poterlo fare con i soldi degli altri paesi europei o della Bce. Se la strategia per far recuperare competitività al paese si basa sulla speranza che Babbo Natale si sia trasferito dalla Lapponia a Bruxelles o a Francoforte, il rischio è di accumulare continue delusioni. Di sicuro gli imprenditori italiani progettano il futuro con aspettative più realistiche di quelle, mostrate in questa occasione, da Via dell’Astronomia.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
