Economia
L'analisi •
Più crescita o più inflazione? L’Eurozona aspetta la firma tra Stati Uniti e Iran
Rischi al rialzo e al ribasso per l'economia europea in attesa dell'accordo nel Golfo: con una firma imminente l'inflazione scenderebbe sotto il target già nel 2027. Sullo sfondo, le tensioni commerciali e quelle nei mercati azionari
13 GIU 26

Francoforte. La firma che chiuderebbe tre mesi di guerra nel Golfo sembra questione di giorni, anche se nessuno sa dire quanti. Per l’economia europea, e nello specifico, dell’Eurozona, la posta in gioco è enorme. Perché dalla durata della guerra nel prossimo futuro dipende in primis il prezzo dell’energia, quindi le aspettative dell’inflazione e le prossime decisioni sui tassi del Consiglio direttivo della Bce e, di conseguenza, l’andamento degli investimenti, dei consumi e della crescita economica. Secondo Reuters e Axios il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran potrebbe essere siglato già domenica a Ginevra dal vicepresidente J.D. Vance e dal presidente del parlamento iraniano Ghalibaf, mentre per Bloomberg l’intesa dovrebbe arrivare a ridosso del G7 della prossima settimana. Trump ha annunciato di aver “messo fine alla guerra”, mentre l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, parla di “mere speculazioni”. In questo stallo senza fine, vale la pena capire quali sono i rischi al ribasso o al rialzo riguardo agli sviluppi nel Golfo.
L’effetto più immediato di una firma riguarderebbe il prezzo del petrolio. Da Hormuz passava circa un quinto del greggio mondiale e nemmeno gli oleodotti sauditi ed emiratini, che aggirano Hormuz e possono trasportare più di 3 milioni di barili al giorno, hanno evitato che la chiusura dello Stretto togliesse dal mercato il 10-15 per cento dell’offerta globale. E’ stata infatti questa carenza che ha portato il prezzo per barile sopra i 110 dollari, per poi riscendere verso gli 87-88 dollari nella giornata di ieri, e l’inflazione dell’Eurozona di maggio al 3,2 per cento. Una riapertura dello Stretto entro trenta giorni, come prevede la bozza di accordo, riporterebbe l’offerta verso i livelli normali e ristabilizzerebbe i relativi prezzi nel giro di qualche mese. Di conseguenza l’inflazione, trainata dallo choc energetico, scenderebbe verso il target del 2 per cento, i redditi reali smetterebbero di erodersi e i consumi (oggi frenati dall’incertezza e dalla propensione al risparmio delle famiglie) ripartirebbero insieme alla fiducia delle imprese. Le proiezioni pubblicate giovedì dallo staff della Bce mettono in fila questa concatenazione di eventi: con il petrolio stabile sotto gli 88 dollari già in estate, l’inflazione scenderebbe all’1,8 per cento nel 2027, sotto il target, e l’anno prossimo la crescita dell’Euro area accelererebbe all’1,4 e poi all’1,6 per cento. A quel punto il rialzo dei tassi di giovedì scorso resterebbe un “figlio unico” e, nel giro di qualche mese, a Francoforte si tornerebbe a discutere di tagli.
Se invece la firma dell’accordo slittasse, come è già accaduto, il quadro potrebbe deteriorarsi. Anche nello scenario di base della Bce, ossia quello non severo, a inizio 2027 l’inflazione di fondo (al netto dei beni energetici e alimentari) salirebbe al 2,7 per cento. Più lo choc dura, più cresce il rischio che le aspettative dell’inflazione si alzino e che prezzi e salari inizino ad adeguarsi a un aumento dei prezzi percepito come più persistente, come accadde nel 2021-22.
Lo choc della guerra del Golfo, però, non è l’unico rischio al ribasso per le prospettive europee. Ad accompagnare l’inflazione ci sarebbero anche ulteriori frizioni commerciali, che potrebbero frammentare le forniture, e anche il canale finanziario, già in forte tensione durante quest’ultimo mese: nei modelli dello staff un’impennata dell’incertezza (dell’esito della guerra, degli investimenti, e così via) taglierebbe di circa il 7 per cento le valutazioni azionarie, con impatti negativi sul credito e dunque sugli investimenti. Questa sarebbe la combinazione peggiore possibile per la Bce, perché la crescita scenderebbe mentre l’inflazione andrebbe verso l’alto. Nello scenario avverso costruito da Francoforte i prezzi corrono al 3 per cento nel 2027 con il petrolio a 122 dollari, e in quello severo con il greggio a 166 e gas raddoppiato, l’inflazione schizzerebbe al 5,3, con la crescita quasi azzerata e trimestri negativi già quest’anno. Lì il rialzo dei 25 punti base di giovedì sarebbe il primo gradino di una lunga serie.
Sarà insomma anche l’esito dell’accordo tra Iran e Stati Uniti a decidere se l’Eurozona avrà più crescita con meno inflazione, o il contrario. E’ per questo che Francoforte ha scelto giovedì un primo rialzo, una mossa considerata “robusta per un’ampia gamma di scenari”, riservandosi di decidere in futuro riunione per riunione. Ma per l’appunto, le proiezioni sono costruite su un petrolio a 112 dollari medi nel trimestre, e il Brent era ieri sotto i 90 dollari: dunque, c’è margine per l’ottimismo.