La nuova vita del capitalismo familiare italiano passa anche dai fondi

Modernizzazione manageriale, finanza intelligente e un Nuovo Triangolo Industriale che comprende Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Cosa dice il nuovo report di Mediobanca

17 GIU 26
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Foto di Anthony Tyrrell su Unsplash

Lunga vita al private equity. Una volta – fino agli anni ‘90 – i fondi erano invisi alle medie imprese perché mordevano-e-fuggivano e perché sovente speculavano sui frequenti contrasti interni alle famiglie imprenditoriali. Non solo, novanta su cento la loro tradizionale ricetta era fatta di efficientamento e drastico taglio dei costi e di conseguenza non generava crescita, e in qualche caso invece distruzione di valore. Oggi non è più così: lo giura il report pubblicato ieri da Mediobanca basato su un campione di 319 medie imprese manifatturiere a controllo familiare nelle quali durante il ventennio 2001-2021 hanno fatto ingresso 48 fondi di private equity e altri investitori finanziari. E’ cambiato il loro approccio e la loro cultura industriale e ciò ha generato nelle imprese partner un combinato disposto di apertura del capitale, modernizzazione manageriale, cultura organizzativa e crescita di fatturato. Il passaparola nei territori dei risultati ottenuti ha rafforzato la tendenza, si fanno più operazioni di una volta e molto spesso a intervenire sono fondi stranieri (negli ultimi anni il 46 per cento delle volte). Il dato interessante è che l’arrivo della finanza intelligente (e meno impaziente) non premia solo le multinazionali tascabili ma pesca decisamente più in basso nella scala della dimensione: Mediobanca sostiene che il 43 per cento degli investimenti ha riguardato aziende con meno di 30 milioni di fatturato e un ulteriore 33 per cento imprese tra i 31 e i 60 milioni di ricavi. Un dato sicuramente inatteso e che lascia ben sperare sulla capacità di reazione delle Pmi. Il 60 per cento delle operazioni, poi, è localizzato nel Nuovo Triangolo Industriale che comprende Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. E qui, invece, nessuna sorpresa.
I fondi operano uno scrupoloso screening del territorio e i criteri di selezione che seguono per individuare le “prede” sono tre: elevata marginalità, ridotto indebitamento ed elevata propensione all’export. “Dopo l’intervento dell’investitore finanziario – recita il report Mediobanca – le imprese target imboccano una decisa traiettoria di crescita: in un biennio addirittura del 25 per cento medio. Aumentano anche i dipendenti e il totale attivo. Ma non è tutto. Il private equity fa ricorso alla leva finanziaria in misura prudente e il rapporto tra la posizione finanziaria netta e l’ebitda è pari a 2,4 volte, in zona quindi di piena sostenibilità. L’arrivo dei “cavalieri bianchi” (e non più “locuste” come erano definiti negli anni ‘80) modifica la governance delle imprese coinvolte. I consigli di amministrazione si ampliano a circa 5 membri e muta la loro composizione. Non più Cda monocratici, diminuisce l’età media, cala la quota di amministratori locali ma, ahinoi, anche la quota della presenza femminile.
Più si va avanti nel tempo più si rendono urgenti le staffette generazionali che sono sovente un motivo di riflessione all’interno delle famiglie proprietarie. La formula intermedia del private equity sembra favorire un soft landing dell’avvicendamento di quello che spesso è stato il fondatore dell’azienda e permette anche che la famiglia resti dentro il business. E non colga invece l’occasione del non sempre facile ricambio per decidere di mollare e vendere baracca e burattini. Non è poca cosa in un capitalismo, come quello italiano, dove si teme la crisi delle vocazioni e dove l’apporto di sangue fresco da parte degli startupper non è ancora quello che tutti desidereremmo. E non bastano certo due convegni l’anno dei Giovani Imprenditori di Confindustria per riempire questo fossato.