El Niño minaccia un’inflazione trainata dalle materie prime

Secondo uno studio di Schroders, colosso britannico degli investimenti, le ripercussioni ci potrebbero essere soprattutto sulle produzioni alimentari con un raddoppio dei prezzi rispetto ai livelli attuali nel corso del prossimo anno

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Foto Ap, via LaPresse

L’accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz non è stato neanche ancora raggiunto nei dettagli né ha mostrato effetti positivi su mercati ed economia che un nuovo fenomeno minaccia un’ondata inflazionistica guidata dalle materie prime. El Niño – altro non è che un riscaldamento periodico e naturale dell’Oceano Pacifico – arriverà tra giugno e agosto e, probabilmente, persisterà fino a novembre, producendo ingenti danni alle coltivazioni di molte regioni del mondo (Asia, America Latina Centrale, Australia e parte dell’Africa) come ha già avvertito l’Organizzazione metereologica mondiale. Quello che non è chiaro è in che misura tutto questo peserà sull’economia globale.
Secondo uno studio di Schroders, colosso britannico degli investimenti, le ripercussioni, che sono state analizzate sulla base di episodi del passato, ci potrebbero essere soprattutto sulle produzioni alimentari con un raddoppio dei prezzi rispetto ai livelli attuali nel corso del prossimo anno. Considerando che la minaccia di El Niño si aggiunge ad altri fattori che già stanno aumentando il caro vita (lo choc energetico seguito alla guerra tra Stati Uniti e Iran) sui mercati serpeggia una certa preoccupazione anche per le ripercussioni sul piano politico e sociale. “Ondate successive di inflazione, guidate dai prezzi delle materie prime – osserva Davide Rees, capo economista globale di Schroders – aumentano il rischio che le pressioni sui prezzi si radichino coincidendo con altri fattori economici e geopolitici sfavorevoli. Ciò potrebbe tradursi in un’ulteriore svolta populista, in particolare in Europa, in vista di scadenze elettorali chiave in tutto il continente”.
In realtà, come ammette la stessa Schroders, non esiste una prova scientifica dell’impatto di El Niño (e di La Niña, il nome dato al fenomeno opposto di raffreddamento) sull’inflazione, tuttavia l’andamento dell’indice Oceanic Niño Index negli ultimi cinquant’anni dimostra che di solito una deviazione delle temperature superficiali del Pacifico dai livelli medi si traduce in prezzi alimentari globali più elevati. “Un’ondata d’inflazione alimentare potrebbe colpire l’economia globale proprio mentre si attenua lo choc dei prezzi dell’energia”, afferma Rees. Del resto, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha già avuto un impatto molto forte sulla fornitura globale di fertilizzanti soprattutto laddove le scorte non sono state assicurate prima del conflitto. “La confluenza di questi fattori di rischio è visibile in modo chiarissimo per riso, grano, zucchero e cacao. Con lo zucchero particolarmente esposto”.
Morale della favola, secondo la ricerca di Schroders la tendenza alla stagflazione – cioè un mix di bassa crescita e inflazione – che già si osserva nell’economia globale potrebbe consolidarsi. “Sebbene l’importanza dei beni alimentari all’interno dei panieri dei prezzi al consumo vari a seconda dei diversi mercati – oscillando tra appena il 10 e il 15 per cento nei mercati sviluppati e il 25 per cento o più in quelli emergenti – un’ondata di inflazione alimentare che arriva proprio mentre si attenua l’attuale choc inflazionistico dell’energia, manterrebbe sotto pressione i redditi reali e frenerebbe i consumi più a lungo”.
Il tema potrebbe presto arrivare sul tavolo delle banche centrali, che hanno appena tirato un sospiro di sollievo con l’allentamento delle tensioni in medio-oriente. Il debutto di Kevin Warsh come presidente della Fed è stato baciato dalla notizia positiva dell’accordo Usa-Iran, tant’è che la decisione di lasciare invariati i tassi, invece che aumentarli contrastare l’inflazione che negli Usa è in crescita, è passata all’unanimità nel Fomc, il comitato di politica monetaria. Secondo un’analisi di Oxford Economics, per quanto gli ultimi sviluppi non indichino automaticamente un aumento più rapido del flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nei prossimi mesi, produrranno comunque un ribasso delle quotazioni del petrolio e questo ridurrà l’inflazione complessiva, anche se la spinta alla crescita economica resterà limitata. “Tutto questo rafforza la nostra convinzione che la Fed e la Bank of England non aumenteranno i tassi e riduce la probabilità che le banche centrali che lo hanno già fatto (ad esempio lo Bce, ndr) li aumentino ulteriormente”. Sempre che non arriverà El Niño a guastare i piani di Warsh e le speranze degli altri banchieri centrali.