Economia
Lo scenario •
Il golden power “in astratto” su Intesa-Mps e la strategia in concreto del ministro. Il risiko di Giorgetti
Per uscire definitivamente dal capitale di Mps, la soluzione più conveniente e “trasparente” per il Mef è la procedura Abb. Ma ancora nulla è stato deciso al ministero
20 GIU 26

Foto Ansa
L’uscita del ministro Giancarlo Giorgetti su un golden power che in “astratto” si può applicare all’operazione di Intesa Sanpaolo su Mps ha suscitato qualche mugugno negli ambienti della maggioranza di governo. Quello bancario è un tema che scotta e c’è molta cautela, ma qualcosa filtra. In FdI la consegna è: “Fuori dalle banche”, vale a dire mantenere una posizione di neutralità totale, a costo di non incassare un dividendo politico dalle operazioni sul tavolo. Questa la linea nel partito della premier Giorgia Meloni, che pure ha fatto intendere di apprezzare l’iniziativa del gruppo guidato da Carlo Messina. Forza Italia, che ieri stava per uscire con una nota del segretario Antonio Tajani, in cui era pronto a ribadire la sua contrarietà all’uso del golden power per operazioni tra banche italiane, ha cambiato idea facendo sapere che all’interno, in effetti, ci sono delle perplessità ma che alla fine Tajani non crede che Giorgetti voglia davvero intervenire nel caso di Intesa-Mps.
Anche il ministro nell’audizione alla Commissione banche, ha detto di essere “neutrale” e di credere che non si possa impedire l’operazione. Però poi, “astrattamente” parlando, ha fatto un riferimento a possibili “prescrizioni” previste dalla legge sul golden power seguendo uno schema che ricorda quello applicato per Unicredit-Banco Bpm. “Oggi teoricamente Unicredit potrebbe fare l’operazione a cui ha rinunciato allora”, ha spiegato Giorgetti riferendosi al fatto che la banca guidata da Andrea Orcel ha ridotto la sua presenza sul mercato russo. Chissà se diceva sul serio o astrattamente.
Il ragionamento del ministro è in sintesi il seguente. Il sistema bancario italiano è tra i più solidi ed efficienti a livello europeo. Ma i profitti vengono sempre di più da attività finanziarie e non dal credito alle imprese e alle famiglie, ma così facendo la solidità del sistema non si rilette nell’economia reale. Non è la prima volta che Giorgetti esprime una valutazione critica sul ruolo delle banche. Il discorso si è fatto più affilato e di difficile interpretazione nelle risposte alle domande dei parlamentari, in cui ha sovrapposto il tema dell’interesse e della sicurezza nazionale alla base della legge sul golden power con quello della concorrenza. “Se mi metto nei panni della piccola impresa di Avezzano vorrei avere tre o quattro istituti di credito a cui rivolgermi”, ha spiegato per affermare il valore della competizione tra banche per aumentare la capacità di credito sui territori.
La messa in mora dell’Italia da parte della Commissione europea per il caso Unicredit-Banco Bpm non ha cambiato di una virgola la posizione di Giorgetti che considera il golden power uno strumento che deve essere letto con le lenti della politica. E l’istruttoria scatta non solo quando c’è di mezzo una banca estera ma anche tra banche italiane, secondo una normativa approvata dal governo Draghi, ha ricordato. Per Intesa Sanpaolo le prescrizioni “ci possono essere in astratto anche per valutare la concorrenzialità”. Ma questo dovrebbe essere un tema di Antitrust, non di golden power. Esigenze di sintesi? Non è chiaro. La domanda finale Giorgetti l’ha rivolta lui ai parlamentari: “I valori della concorrenza (europea, ndr), che sono valori economici, sono sovraordinati rispetto al principio della sicurezza pubblica, si o no? Perché se voi ritenete che i valori della concorrenza presidiati dalla Dg Comp siano superiori, noi abbiamo torto. Se, invece, ritenete che i governi possono fare valutazioni politiche in determinate situazioni per la sicurezza nazionale, allora abbiamo ragione noi”.
Un discorso con un forte imprinting politico in cui si è innestata una valutazione tecnica destinata ad avere un impatto sul risiko bancario, suggerita dai consulenti del Mef. Cioè che per uscire definitivamente dal capitale di Mps, la soluzione più conveniente e “trasparente” per il Mef è la procedura Abb, Accelerated Book Building. Su questo, nulla è stato deciso al ministero. Resta il fatto che aderire all’opas di Intesa oppure promuovere l’Abb per collocare l’ultima tranche di capitale (4,8 per cento) sono due strade alternative, che non si incontrano. E’ una scelta che il Mef dovrà fare molto presto anche perché se davvero dovesse arrivare una controfferta su Mps (martedì prossimo è previsto un cda della banca guidata da Luigi Lovaglio), i golden power in “astratto” si potrebbero moltiplicare. L’offerta di Intesa partirà non prima di settembre e c’è tutto il tempo per attivare la procedura Abb. La domanda è: chi entrerà al posto del Mef nel capitale di Siena? Astrattamente parlando.