Tasse sospese. Dopo Sugar e Plastic tax, ora tocca a quella sui pacchi

Il contributo italiano da 2 euro sulle spedizioni sotto i 150 euro rischia di sommarsi al dazio europeo da 3 euro e, da novembre, alla nuova commissione doganale. Roberto Liscia, presidente Netcomm: "Serve imposta continentale altrimenti le merci passeranno da altri paesi". I casi degli altri balzelli fantasma 

20 GIU 26
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(Foto Getty Images)

Certi pacchetti non spariscono, fanno solo dei giri immensi e poi ritornano. Partono dalla Cina, arrivano in Polonia o in qualche altro hub europeo, attraversano il continente su un tir ed entrano in Italia per non pagare la tassa sulle spedizioni al di sotto dei 150 euro. Parliamo del balzello di 2 euro introdotto con la legge di Bilancio 2026 per arginare gli acquisti di merci a basso costo provenienti soprattutto dall’Asia e già rinviato una volta. Non è ancora entrato in vigore, ma gli operatori dell’e-commerce si sono già organizzati per evitarlo. Ora il governo deve decidere che cosa fare perché il contributo amministrativo sui pacchi provenienti da paesi extra Ue entrerà in vigore il 1° luglio. E nello stesso giorno arriverà anche il dazio temporaneo europeo da 3 euro per ogni prodotto spedito sotto la stessa fatidica soglia. Così, senza un intervento, un ordine di modico valore proveniente da fuori del continente rischia di portarsi dietro due prelievi sovrapposti. Da novembre, con l’aggiunta della commissione di gestione doganale europea da 2 euro, il conto potrebbe salire fino a 7 euro a spedizione. Per una maglietta da dieci euro, non proprio una sottigliezza.
Per questo Netcomm, il consorzio del commercio digitale in Italia insieme a Federlogistica e Federdistribuzione, ha scritto al governo chiedendo la sospensione della misura fino all’entrata in vigore della disciplina europea a fine anno e poi l’abolizione dell’imposta nazionale in modo da non creare sovrapposizioni e dare certezza normativa alle imprese. “La tassa è necessaria perché molti prodotti arrivati dall’estero non pagano l’Iva ed è utile per finanziare le dogane in modo che abbiano strumenti per fare più controlli”, spiega al Foglio Roberto Liscia, presidente di Netcomm. Il problema è che il prelievo deve essere europeo, non nazionale. Altrimenti si creano “asimmetrie dentro al mercato unico e i pacchi trovano strade per evitare la tassa. È già successo in Francia, dove un contributo analogo ha spostato il 90 per cento delle spedizioni verso altri paesi facendo incassare allo stato solo 2 milioni a fronte dei 400 previsti ogni anno”. Resta poi il tema della proporzionalità: “Per una spedizione da 20 euro, un tributo di 5 euro è troppo alto; su una da 150 euro, può invece essere congruo”. Per questo, dopo l’introduzione della misura europea, servirà una fase di valutazione per capire “che impatto ha avuto sui flussi di merci e sulle filiere”, se l’importo è giusto e se le risorse debbano andare agli stati o direttamente al rafforzamento delle dogane.

Il problema, però, è che la tassa italiana non è stata pensata per essere una misura provvisoria: nei prospetti della legge di Bilancio, il governo ha previsto incassi per 122,5 milioni di euro nel 2026 e per 245 milioni all’anno dal 2027. È un’imposta creata per restare e non un anticipo della disciplina europea, altrimenti avrebbe dovuto prevedere un’abolizione automatica all’arrivo della misura comunitaria. Invece è stata contabilizzata come entrata strutturale, e questo cambia il quadro perché eliminarla significa dover trovare coperture equivalenti. Non basta quindi dire che è una tassa sbagliata, e per di più fragile sul piano giuridico, visto che la materia doganale è competenza europea. Bisogna anche indicare dove recuperare le risorse che la manovra considera già acquisite.

È lo stesso meccanismo delle tasse fantasma che popolano da anni i bilanci italiani. La Sugar tax, l’imposta sulle bevande analcoliche zuccherate, è stata ulteriormente rinviata al 1° gennaio 2027. La Plastic tax, 45 centesimi al chilo sugli oggetti in plastica monouso, pure. Sono imposte approvate, iscritte a bilancio, contabilizzate come se dovessero produrre gettito, ma puntualmente rinviate quando arriva il momento di farle pagare perché si temono gli effetti distorsivi sulle filiere denunciati dalle associazioni di categoria. Ogni volta il rinvio evita il problema politico immediato, ma ne crea uno contabile: tutti gli anni bisogna trovare nuove risorse per rimandare l’incasso che non ci sarà.